RICERCHE DEGLI STUDENTI
TRIENNIO LICEALE SEZ. A
Liceo-Ginnasio "A.Poliziano" di Montepulciano
Docente di latino e greco: prof. MASSIMO ROSSI
Il prof. Massimo Rossi è lieto di rendere pubbliche, in questa sezione ed in questa pagina del suo sito, le relazioni di approfondimento di latino e greco elaborate dai suoi alunni nell'anno scolastico 2009/2010. Purtroppo questa attività, per la quale il titolare del sito ha ottenuto riconoscimenti a livello nazionale, per alcuni anni scolastici (dal 2005 al 2008) si era interrotta, sia per i suoi pressanti impegni editoriali che per la minor disponibilità degli alunni rispetto a quelli degli anni precedenti; il prof. Rossi è riuscito però a riprenderla nell'anno scolastico 2008/9 ed a continuarla quest'anno, con la speranza di poter proseguire anche nei successivi, adesso che, dopo aver terminato un progetto durato ben quattro anni e precisamente la compilazione della sua nuova storia letteraria Scientia Litterarum, può usufruire di un tempo libero lievemente più ampio.
Di questi lavori autonomi e personali degli studenti il prof. Rossi si dice orgoglioso, giacché per loro mezzo intende dimostrare come anche nel tempo attuale, in cui tante critiche vengono mosse alla scuola ed ai suoi operatori, sia invece possibile svolgere un lavoro serio, proficuo ed anche culturalmente elevato. La pubblicazione di queste ricerche sulla rete internet, oltre che per dimostrare la qualità del lavoro degli alunni e del docente che li segue, ha lo scopo di fornire spunti di riflessione e di approfondimento a tutti coloro - studenti, docenti, cultori delle materie umanistiche - che nutrano interesse per le grandi tematiche della letteratura greca e latina.
Il prof. Massimo Rossi fa presente che tutti i lavori riportati in questa sezione web sono stati compilati in modo personale ed autonomo dagli alunni, senza alcun aiuto o suggerimento da parte del docente. Gli alunni stessi si sono resi garanti dell'autenticità ed originalità di quanto da essi scritto, ed hanno fornito espressamente il loro consenso alla pubblicazione in rete dei propri lavori ed all'apposizione delle loro generalità. In base alle leggi vigenti è vietata la riproduzione di questi scritti senza l'espresso consenso scritto degli autori. Per qualunque informazione sulle ricerche degli studenti, si prega di comunicare via e-mail con il titolare del sito.
Le relazioni sono suddivise sulla base della classe frequentata dai ragazzi, a iniziare da quelle della II Liceale (distinte tra greco e latino) cui seguono quelle di greco della III Liceale.
1 - Alunna: Ginevra BENEDETTI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: l'Elettra, l'Aiace e l'Antigone di Sofocle
Sicuramente l'Elettra,tra i drammi sofoclei,è quello che meglio analizza i
rapporti familiari e il progressivo evolversi di essi;in questo dramma, ad
essere focalizzata è la stirpe degli Atridi che, dopo la morte di
Agamennone,vede le precedenti relazioni nella famiglia,alquanto
fragili,distruggersi completamente,prospettando come unica via per la serenità
perduta la morte di Clitemnestra ed Egisto,autori del parricidio. L'originalità
di Sofocle sta nello spostamento di Elettra al centro della tragedia,realizzato
attraverso una radicale revisione del personaggio di Oreste,il cui ruolo
regredisce vistosamente rispetto ad Eschilo,in modo da lasciare spazio al pianto
e al desiderio di vendetta della sorella,che ci apre uno scenario diverso
rispetto a quello presentatoci da Eschilo:lo scenario quotidiano e l'estenuante
ripetersi di giornate all'insegna del vuoto interiore,dell'odio e dell'attesa
del fratello.Ciò che genera in Elettra l'impulso al matricidio è l'erosione
progressiva del legame che la univa alla madre,inaspritosi dal rinnovarsi
quotidiano della violenza e della sfrontatezza di Clitemnestra e dell'amante
Egisto.La ragazza ha vissuto questo doloroso processo da sola,senza il conforto
di una persona che potesse comprendere le proprie ragioni,e il suo pianto,che
appare agli estranei, e alla stessa sorella Crisotemi,insensato ed
eccessivo.Rimossa a seguito delle dolorose vicende della casa la prospettiva del
matrimonio e della maternità,questo bisogno di Elettra si è focalizzato
unicamente sulla figura del fratello,idealizzato come unica alternativa alla
distruzione che la madre ha operato agli affetti familiari.I suoi discorsi sono
tutti volti alla denuncia e allo smascheramento delle ipocrisie della madre,da
cui ne deriva un rapporto di esasperata e reciproca aggressività,dove la madre
cerca di sopraffare la figlia riducendola al silenzio,mentre Elettra sfoga la
propria esasperazione in violenti attacchi verbali che superano i limiti della
moderazione.Sofocle offre un esempio di una normale lite quotidiana tra le
due;la giovane considera la madre ormai solo come una padrona e non si
vergogna,non ha paura di essere chiamata svergognata anche se è consapevole di
comportarsi in un modo non adatto alla sua età,perchè vi è costretta dall'odio e
dalle infami azioni della madre(" da opere turpi si apprendono opere turpi").Da
questo scontro,carico di pathos,apprendiamo che tra le due donne non c'è più
alcun legame che le tenga unite e la loro forzata convivenza è solamente motivo
di dolore e di esasperazione per Elettra,delusa anche dall'amore che la madre
prova per i figli "illegittimi"avuti con Egisto e non per quelli nati da
matrimonio e unione "legittima".Anche se la ragazza molte volte valica i limiti
della "misura",Sofocle ne offre sempre una giustificazione e cerca di suscitare
emozioni diverse che nei confronti di Clitemnestra, per la quale è impossibile
non provare odio e perfino disprezzo. Elettra è anche aspra con la
sorella,sebbene il comportamento di Crisotemi non sia esplicitamente ostile
verso di lei;le consiglia di non "illudersi di compiere un atto coraggioso" e se
vuole continuare a vivere libera deve obbedire in tutto ai potenti.La
protagonista non capisce il comportamento sottomesso della sorella e le
rinfaccia di non preoccuparsi più del padre,ma anzi di essersi alleata con i
nemici e di tramare con loro qualche sciagura;ormai è rimasta sola,e l'unica
figura che la possa salvare da questa spirale di dolore continuo è Oreste.Ma
proprio per il personaggio di Oreste Sofocle ha operato una scelta innovativa:se
Elettra appare spinta da profonde motivazioni che la portano ad un odio
tremendo,ma in linea di massima giusto,Oreste,dal punto di vista affettivo si
mostra molto al di sotto delle aspettative della sorella.All'inizio,con il
Pedagogo,ci appare un Oreste freddo e calcolatore,e quello che compare in carne
ed ossa di fronte alla sorella è diverso da come lo invocava Elettra nei suoi
lamenti;non si abbandona alla commozione e nemmeno al ricordo dei bei tempi,ma
con animo quasi spietato le chiede solo di pensare al suo piano e di subordinare
ad esso le sue emozioni.Così nei loro dialoghi,le voci dei due fratelli ci
appaiono sfasate e lontane dal calore e l'affetto di un tempo.Oreste ha
subordinato le esigenze affettive a quelle pratiche così si ha la sensazione che
il mondo degli affetti di Elettra e quello invece dell'azione di Oreste
rimangano separati e che il giovane non sia più quel fratello ritrovato che
possa rappresentare l'inizio di una nuova vita di affetti familiari. Mentre
nelle Coefore di Eschilo c'è la comunione dei fratelli che progettano la
vendetta sul padre,nell'Elettra tutto è stato già deciso da Oreste,che si limita
a chiedere se Clitemnestra è in casa,di non dilungarsi sui soprusi compiuti da
Egisto e dalla madre ma solo di non mostrare un aspetto troppo sorridente che la
potrebbero smascherare.Da ciò si può dedurre in maniera molto semplice che
forse,l'isolamento doloroso nel quale la giovane ha vissuto fino al giorno
fatidico del ritorno del fratello e della vendetta,non appare del tutto
superato,ma lascia anche noi lettori con una serenità amara e non del tutto
appagata.
L'eroe tragico,tra emarginazione e solitudine: L'Aiace di Sofocle
La tradizione non ci fornisce alcuna notizia sull'anno di composizione o
rappresentazione dell'opera,ma una serie di indizi interni concorrono a
suggerirne una collocazione cronologica intorno al 450-440a.C. Come in altre
opere Sofoclee, anche qui vengono trattati temi dominanti nella tragedia arcaica
quali il contrasto tra passato e presente, tra individualità e potere, leggi
divine e leggi umane, tra diritti dei singoli e diritti collettivi. Ma
sicuramente la cosa che colpisce e rende suggestivo questo dramma è proprio
l'eccezionalità della natura di Aiace e il suo progressivo, ineluttabile
distacco dagli altri esseri umani.La morte in solitudine del protagonista della
tragedia è infatti il punto di arrivo di una sua dolorosa quanto orgogliosa
presa di coscienza della propria diversità e della progressiva chiusura dei
contatti dialogici che esistevano in precedenza con gli altri personaggi.Questo
percorso spirituale che porta Aiace a comprendere la propria irrimediabile
estraneità rispetto ad un mondo governato da leggi che non gli si confanno e a
sottrarsi al crollo del codice morale che aveva strutturato la sua esistenza,si
traduce in uno spazio che è commisurato alla sua diversità e distinto da quello
che condivideva con gli altri compagni e con il Coro.In
generale,l'organizzazione del dramma riflette la percezione che dell'ambiente
circostante ha il protagonista,con la creazione di fasce diverse di spazio che
propone al pubblico il conflitto esasperato che oppone Aiace all'esercito greco
e il distacco tormentato dalla sua precedente condizione di guerriero tra i più
onorati per il suo valore(sottratogli dopo l'ingiusto giudizio delle
armi,privandolo così dell'onore che,radicato nei valori della shame culture, era
fondamento stesso della personalità eroica).Con questo spazio che
progressivamente gli diventa ostile,Aiace non ha più alcun contatto produttivo,e
se lo prende in considerazione è solo per sfogare il suo odio contro i nemici.
L'esasperato e frustrato tentativo di vendetta messo in atto dall'eroe(espresso
efficacemente con l'aggettivo dolios,"furtivo,ingannevole",inadatto ad un
guerriero leale in battaglia) ha chiuso del tutto i suoi rapporti con l'esercito
e nessun altro spostamento è possibile per lui in quella direzione. Dopo
l'eccesso di follia, Aiace è pienamente consapevole dell'impossiblità di
riprendere il suo posto fra i compagni ed esprime lucidamente la necessità del
suicidio con il progressivo chiudersi di tutti i possibili spostamenti,prima
verso la propria casa lontana ("Dovrei forse far ritorno in patria,lasciare i
quartieri delle navi,gli Atridi soli,e attraversare il mare Egeo?"),poi verso
Troia,per la ricerca di una morte gloriosa che riscatti il suo valore militare
("Debbo allora andare alle mura dei Troiani,piombare io solo contro essi soli,e
compiendo qualche atto di valore trovare infine la morte?"),dichiarata
inaccettabile perchè procurerebbe gioia agli Atridi.Il conflitto di
Aiace,è,perciò,tra l'ideale di eroe e la coscienza dell'impossibilità di
realizzarlo, e la sua tragedia è quella di un'incurabile emarginazione.Il
protagonista della tragedia vive nell'isolamento, si misura da solo con il
proprio destino; anche quando tra i personaggi s'istituiscono dei rapporti
interpersonali, ognuno di loro vive fino in fondo un suo particolare fato. Ma
ciò che caratterizza questi protagonisti sofoclei è la loro capacità di
resistere: la loro sicurezza può forse incrinarsi per un attimo, ma essi
affrontano a testa alta la propria sorte. L'eroe omerico è inserito nella
società in cui vive, Aiace al contrario sente che la società non è più in
sintonia con lui: non c'è più un legame fra il mondo dell'eroe e il mondo
attuale nel quale vive. L'eroe omerico moriva in pubblico, il nostro Aiace vuole
isolarsi e quest'isolamento fisico è indicativo di un altro isolamento ben più
forte, quello interiore: tutti gli eroi sofoclei sono appunto soli nell'agire e
nel partire. L'ordinamento cosmico esige che anche il più grande si intrinsechi
in esso e se ad Aiace per la sua natura ciò non è possibile, il mondo non ha più
spazio per lui. Nella tragedia sofoclea l'eroe assoluto diventa l'uomo singolo;
egli deve cercare da sé ed in se stesso il senso della sua esperienza; il suo
carattere costituisce la sua suprema dignità e l'avanzare del dramma in
crescendo è la presa di coscienza sempre più netta di ciò che comporta la
grandezza, insieme lancinante ed esaltante, che appartiene esclusivamente
all'uomo capace di reggere il peso della condizione umana. L'eroe è colui che,
reso consapevole di ciò che il ruolo datogli dal destino comporta, sa
affrontarlo a testa alta senza fuggire o, peggio, ingannandosi perché non sa
sopportare questa imposizione. Sofocle evita di proiettare nella tragedia
riferimenti diretti al presente, piuttosto si propone di interpretare il posto
dell'uomo nel mondo e dell'individuo nella collettività. L'interesse del
drammaturgo vota tutto attorno alla risposta dell'uomo al male che lo
aggredisce, alla sua nobile ed implacabile coerenza con se stesso e cioè con la
propria valutazioni interiore della realtà, è questo il connotato eroico del
protagonista. Il dramma antico pertanto esplora i meccanismi attraverso cui un
individuo, per quanto eccezionale sia, viene condotto alla rovina, non sotto il
dominio della costrizione né per effetto della sua perversione o dei suoi vizi,
ma a causa di una colpa,mostrandoci un interrogativo di portata generale sulla
condizione umana: i suoi limiti, la sua necessaria finitezza. È la
trasgressione della norma, il rifiuto del compromesso, l'incapacità di adeguarsi
ai canoni della sua "sofrosune" che colloca l'eroe sofocleo al di fuori dalla
comunità. Nella tragedia sofoclea domina il pensiero che l'uomo, colpito nella
sua breve vita dalle sciagure, non ha il diritto di chiederne spiegazione agli
dei. Il dolore è inevitabile ma l'atteggiamento che l'uomo assume soffrendo è la
prova con cui egli può mostrare la sua grandezza, sulla quale neppure la morte
ha più potere. L'uomo non ha speranze se non quella di poter essere se stesso
fino in fondo, fino alla morte. L'uomo scopre di non essere in grado di
modificare niente, di decidere niente, ma può scegliere tra l'accettazione
passiva di ciò che accade o subire attivamente ribellandosi. E' reagendo che
l'uomo scopre la propria impotenza ma accettando la può superare. È un conflitto
tra il dato del mito e l'attualità, un tentativo di attualizzare il mito (nel
senso del luogo per eccellenza dove cercare delle risposte) che ce ne rivela
l'inattualità: la scoperta dell'impossibilità del mito di dare ancora risposte
si scontra nelle incapacità di trovare un degno sostituto, i valori di Omero non
valgono più, è il crollo del mondo degli eroi l'angoscia di Sofocle. Sofocle è
lo scopritore dell'impotenza dell'uomo di farsi protagonista delle proprie
scelte ma anche della vera forza dell'uomo, che è quella di rifiutare questo
ruolo imposto dall'alto. Il dramma di Aiace è il voler portare su di sé la
ricerca di un eroismo perduto.
L'Antigone di Sofocle:legge della famiglia e legge dello stato. Fascino della
figura di Antigone
L'Antigone,composta nel 442 a.C.,è forse,tra le operee sofoclee,la più
originale; qui l'autore,infatti,per la prima volta, pone in netta
contrapposizione due aspetti fondamentali ma nello stesso tempo antitetici nella
vita greca:la famiglia,rappresentata dalle leggi portate avanti nel dramma da
Antigone (agrapta nomina =leggi non scritte),e lo Stato,rappresentato da Creonte.E'
questa l'interpretazione data della tragedia da Hegel,massimo esponente
dell'idealismo,che riconobbe in Creonte il portavoce della legge pubblica in
conflitto con l'amore familiare e il dovere di Antigone verso il fratello.L'originalità
di Sofocle sta nel non aver dato un'opinione e una preferenza netta ma nel
lasciare una libera discussione e forse è proprio per questo che avrà commenti
negativi fin dall'antichità. Il discorso pronunciato da Creonte all'inizio del
primo episodio,dopo che il coro dei vecchi Tebani ha rievocato la liberazione
della città dal pericolo argivo,mostra un uomo incentrato sulla totale dedizione
agli interessi dello Stato sino a anteporre questi agli interessi privati ( "non
ho nessuna considerazione per chi tiene un amico in maggior conto della propria
patria").Lo stesso editto di lasciare insepolto il corpo di Polinice obbedisce a
questo pensiero,per il quale l'onore (anche funebre) spetta solo ai
"giusti",ossia coloro che hanno dedizione alla propria città,come Eteocle;la
cosa singolare è che nè Sofocle,nè Eschilo (nei Sette contro Tebe),abbia
accennato al fatto che Eteocle aveva commesso ubris non consegnando dopo l'anno
stabilito il regno di Argo a Polinice,ma avesse violato questo patto attirandosi
così l'assalto dell'esercito comandato da Polinice.I due
poeti,invece,considerano Eteocle come un eroe combattente per la patria e
Polinice un usurpatore della pace e dell'armonia di Argo e al sospetto del Coro
che la "sepoltura" di Antigone sia opera di un dio,Creonte controbatte dicendo
che è impossibile che gli dei si prendano cura di un nemico della patria.La
lettura di Hegel mette a fuoco un importante spazio culturale caratterizzato
dall'assolutezza della legge pubblica,che neutralizza uno spazio culturale più
antico,il genos. Con lo svilupparsi della tragedia,invece vediamo come sia
proprio l'affetto filiale a prevalere sulla cruda legge dello stato.Questo
dramma,infatti,provoca in Antigone la scelta di opporsi alla legge emanata dal
tiranno Creonte e di seppellire il cadavere del fratello ritenuto un traditore.
La fanciulla, quindi, è la figura femminile capace di decidere ciò che ritiene
giusto e di opporsi alle iniquità, al contrario di sua sorella Ismene, incapace
di ribellarsi ai voleri degli uomini e di assumersi responsabilità nei confronti
dei potenti. Antigone è, inoltre, profondamente devota e legata ai propri
familiari. A causa di questo suo modo di essere e dei dolorosi avvenimenti
passati avviene in lei una sofferta maturazione che la spinge a sentire le leggi
divine e morali come l’unica verità che può guidare il cammino dell’uomo.
In tale processo di cambiamento risiede il fascino del suo personaggio, poiché
non trova una distinzione astratta tra bene e male, mentre riesce a coglierla
attraverso gli avvenimenti reali della sua vita. Antigone accetta la morte da
persona coraggiosa, ossia avendone timore, ma sapendo anche che ogni persona
deve affrontarla; ciò rende il suo personaggio affascinante: ha paura di morire,
ma la ragione e il desiderio di giustizia le fanno superare anche
quest’inquietudine. In tale maniera il suo carattere si differenzia da quello
degli antichi personaggi mitici che disprezzavano la morte senza averne timore,
in virtù della sola fama.
L’unico valore in cui Antigone veramente crede, come cita lei stessa, è l’amore,
soprattutto quello nei confronti dei propri familiari, che hanno “tutti” gli
stessi diritti e vanno onorati; per questo motivo Antigone nemmeno si pone il
dubbio su chi dei due fratelli fosse il colpevole e onora il loro ricordo allo
stesso modo. Infatti, il suo unico canone di vita non è l’odio, ma l’amore e in
virtù di quest’ultimo agisce e si oppone alle leggi che la sua coscienza non
approva e che a suo parere gli dei non apprezzano.Il fascino di Antigone è
accresciuto quindi dalla sua solitudine, dovuta alla sua inflessibilità, alla
sua contrapposizione agli altri e al voto di morte di chi venera sopra ogni
altro valore la fede nella morale e si riconosce inserita in un ordine divino
che supera i limiti umani.
Da tali caratteristiche peculiari della giovane emergono alcune considerazioni
sull’attualità e sulla modernità del personaggio. Infatti, la sua necessità di
agire secondo quella che si definisce “coscienza”che porta la giovane ad opporsi
al tiranno è un bisogno dell’uomo di qualsiasi epoca.Il rispetto della volontà
degli dei -o di Dio- è ancora un tema attualissimo per molte persone ed ha
radici profonde nell’animo umano.Tuttavia il tratto della personalità di
Antigone che più fa riflettere è ciò che attualmente viene definito
”femminismo”: la forza di essere donna capace di agire secondo le proprie
convinzioni e di lottare per ottenere il raggiungimento dei propri ideali,
opponendosi alla convinzione che ella non sia in grado di occuparsi di
determinati ambiti ritenuti esclusivamente maschili, quali la politica, la
possibilità di decidere della vita pubblica o persino la possibilità di
obiettare su decisioni arbitrarie ingiuste.
2. Alunno Mattia BISCHERI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: Analisi del dramma satiresco ‘’I satiri alla caccia’’ di Sofocle
‘’I satiri alla caccia’’ o ‘’I segugi’’ è un dramma satiresco composto da Sofocle di cui il papiro di Ossirinco ci ha lasciato circa 400 versi. Il dramma satiresco è una forma teatrale che durante le Grandi Dionisie, le feste sacre ateniesi in onore di Dioniso, veniva rappresentata alla fine delle rappresentazioni tragiche per smorzare la tensione del pubblico e per regalare un momento di evasione dalla rigida ieraticità della tragedia. Ovviamente il genere vede come figura centrale quella del satiro, figura per metà uomo e metà capra che per la sua sembianza è spesso rifiutato dalle ninfe,con le quali vorrebbe accoppiarsi ;per tale aspetto spesso gli vengono attribuiti connotati comici e grotteschi, è una figura infatti che viene ripresa molto nella statuaria ellenistica che contempla queste caratteristiche. La sua condizione di emarginazione dalle altre specie, ma di unione fra i suoi simili, lo inducono nelle varie vicende ad accettare qualunque compromesso o bando pur di soddisfare i propri bisogni ( è forse questo un personaggio che si avvicina molto alla commedia).La figura del satiro è comunque una figura sacra a Dioniso, è presente nelle orge dionisiache e simboleggia , assieme al Tirso intrecciato con l’alloro, l’estasi mistica. Fondamentale elemento dell’estasi Dionisiaca, oltre al vino, è la musica, che con la sua armonia riesce ad incantare e a stordire qualunque creatura astraendola dalla realtà; e per questo motivo forse, il satiro è spesso protagonista del mito come scopritore di nuovi strumenti musicali: dal mito del satiro Marzia, ‘’scopritore’’ dell’Aulos’’ cioè il doppio flauto,inventato e abbandonato da Atena perché gli deformava il visto mentre lo suonava; il mito di Pan, dove il satiro assiste alla trasformazione di una giovane ragazza di nome Siringa,da lui inseguita, in uno strumento che prese da lei il nome di Siringa o flauto di Pan e il mito preso in esame, dove Sileno assiste all’invenzione da parte di Hermes della lira. Oltre a questo, il dramma satiresco in questione ci da un’idea circa le prime rappresentazioni teatrali ad Atene, sia dal punto di vista drammatico che scenico: infatti sotto l’Acropoli, con l’edificazione di un tempio dedicato a Dioniso, il cui simulacro fu trasportato da Eleutere nel VI secolo fino ad Atene, e con l’introduzione di tale culto, fu spianata nel Temenos un’area destinata a cerimonie sacre, dove oggi sorge il teatro di Dioniso. In questo luogo sacro avvenivano delle danze, nelle quali i partecipanti si vestivano da satiri e intonavano ditirambi in onore di Dioniso. Tale cerimonia giustificherebbe l’opinione di Aristotele, il quale affermava nella Poetica che la tragedia deriva dal Ditirambo. Inoltre nelle prime forme di teatro si allestiva un’impalcatura lignea e esisteva soltanto un dialogo drammatico svolto da un attore con un coro. Nei ‘’Satiri alla caccia’’ si ritrovano parte di questi elementi, infatti c’è un coro di satiri guidati da un capo coro cioè Sileno. Il dramma è ripreso dall’Inno Omerico in onore di Hermes, svelando l’indole cleptomane e creativa del giovane dio. La trama: Qualcuno ha rapito le vacche sacre di Apollo. Il dio, adirato, decide di organizzare una gara mettendo in palio una ricompensa vistosa; i satiri, disposti a tutto pur di ottenere benefici e ricchezze accettano e Sileno riesce ad ottenere come promessa, in caso di recupero del bestiame, la libertà. I satiri si mettono alla ricerca, risultando piuttosto goffi e incapaci, e per questo Sileno in maniera comica cerca di spronarli . Ad un tratto si sente un armonico suono provenire dalla grotta della ninfa Cillene, alla quale sono state affidate le cure del piccolo Hermes. I satiri sono affascinati, e scoperta la fonte del suono, scoprono anche il ladro; il piccolo Hermes, che cresce in maniera prodigiosa, ha rubato le vacche sacre e con le interiora, utilizzate come corde e combinate con un guscio di tartaruga, ha realizzato un nuovo strumento: la Lira. Apollo attenua la rabbia in cambio del nuovo strumento, destinato a diventare un suo fondamentale attributo. La lira per la sua forma acquisì una duplice valenza compatibile con la figura di Apollo: da un lato è lo strumento simbolo dell’ispirazione poetica sin dalla tradizione Aedica e che conferisce unità e armonia alla poesia, dall’altro ha la forma dell’arma da tiro per eccellenza, cioè l’arco, quindi simbolo della guerra e della morte improvvisa, la quale era attribuita al dio. E’ stato sicuramente uno strumento fondamentale nella civiltà greca, uno strumento con un grande ruolo pedagogico in una cultura in cui non esisteva né la stampa né il computer. La musica, abbinata a precetti morali o a componimenti poetici recitati a memoria, permetteva una maggiore comprensione e assimilazione dei concetti e ci si assicurava che questi fossero ricordati, proprio per la capacità intrinseca della musica armonica di creare associazioni e immagini mentali.
3- Alunna: Federica CICCARINI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: Le Nuvole di Aristofane e Fabrizio De André
Le Nuvole furono
rapprsentate alle Dionisie del 423 a.C,ma,in tale circostanza,il primo premio
andò alla Fiasca di Cratino. La commedia fu poi in parte rielaborata da parte di
aristofane:infatti fu introdotta la parabasi in cui si scontrano il discorso
peggiore con il migliore e la scena finale in cui è incendiato il Pensatoio. Il
personaggio principale,il contadino Strepsiade,è agitato per i debiti contratti
dal figlio Fidippide a causa della sua passione
per i cavalli. Non riuscendo a trovare un rimedio l'uomo decide di affidarsi al
più grande sofista,che in realtà sofista non è,di Atene:il sapiente Socrate
con lo scopo di imparere ad avere ragione anche se nel torto ,o come dice
Strepsiade stesso a far credere che “il cielo è una stufa che ci sta intorno e
noi siamo il carbone”,così da raggirare i suoi creditori. Una delle prime
innnovazioni che la nuova condottadi vita ascetica inducono a seguire è quella
che consiste nel rinnegare gli dei tradizionali per credere alle uniche divinità
esistenti:le Nuvole. Tale nuovo credo viene motivato,tra le altre
spiegazioni,con il fatto che senza nuvole non piove e che,di conseguenza,la
pioggia non può essere dovuta ai bisogni fisiologici di Zeus. Nonostante
l'impegno il vecchio,tuttavia,a causa dell'età non riesce ad apprendere con la
rapidità che gli serve gli insegnamenti di Socrate e perciò,essendo più consono
a un giovane,sarà Fidippide ad imparare l'arte della persuasione attraverso
l'oratoria. Anzi il rafazzo sarà talmente bravo che riuscirà a ritorcere ciò che
ha imparato nei confronti del padre :in una delle ultime scene infatti il figlio
picchiando il padre motiverà il suo gesto come il frutto di un atto d'amore
finalizzato al suo bene,lo stesso atto d'amore che dicono di compiere i genitori
percuotendo la propria prole. Strepsiade alla fine della commedia capisce di
essere stato ingiusto nel voler evadere dai propri doveri e decide,dopo aver
bruciato il Pensatoio,di restituire il denaro ai suoi creditori. Il titolo
della commedia sarà preso come elemento di spunto da Fabrizio De Andrè nel 1990
per la creazione del suo nuovo album. Come Aristofane con le sue Nuvole critica
i sofisti che indicavano alle nuove generazioni un nuovo tipo di atteggiamento
mentale e comportamentale sicuramente innovativo e provocatorio guidati da
Socrate che lui ha la sfacciataggine di mettere in mezzo ai sofisti,le Nuvole di
De Andrè sono invece da intendersi come quei personaggi ingombranti e
incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro
che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro
posizioni di potere. Per il cantautore genovese le nuvole peggiori sono quelle
del popolo che subisce senza dare peraltro nessun evidente segno di protesta. La
raccolta delle nuvole si apre con una poesia,le Nuvole,che dà il titolo alla
raccolta,non cantata ma interpretata da Lalla Pisano e Maria
Mereu:
“Vanno ,vengono
ogni tanto si fermano e quando si fermano
sono nere come il corvo sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche e corrono
e prendono la forma dell’airone o della pecora
o di qualche altra bestia ,ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno ,vengono ,ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno ,vengono ,per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.
“
4 - Alunna: Federica CICCARINI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: L'onore da Achille a Ferete (osservazioni sull'Alcesti di Euripide)
Una volta morto non mi interessa di avere
una cattiva fama”:così Ferete,padre di Admeto,risponde al figlio che lo accusa
di viltà per essersi rifiutato di non vedere più la luce del sole al posto suo e
permettendo così la morte della giovane Alcesti (eroina protagonista
dell'omonima tragedia composta da Euripide nel nel 438 a.C ).
Quest'affermazione,per quanto quasi “nascosta” nella sticomitia tra i due
personaggi, risulta particolarmente interessante da analizzare in quanto è in
grado di mettere in evidenza il cambio di mentalità rispetto a quelli che erano
stati gli eroi omerici portatori di valori greci , motore di secoli di storia e
di produzioni letterarie. Un Achille o un Ettore non sarebbero mai stati in
grado di pronunciare una simile affermazione? Il primo che aveva fatto ruotare
la sua intera esistenza intorno al sentimento dell'onore,sfidando in ogni attimo
la morte per la fama e addirittura scegliendo consapevolmente di tornare a
combattere,pur sapendo di incontrare l'eterno sonno,con l'ambizione di essere
ricordato nel tempo. O,sempre il Pelide, che scatena un'ira funesta perchè gli
viene sottratta la schiava, simbolo dell'onore conquistato con la guerra,avrebbe
mai potuto rinunciare ad avere una buona fama anche da morto? La risposta è
ovviamente no,così come lo è per la medesima domanda questa volta riferita ad
Ettore che,se pur spinto da un eroismo leggermente differente,decide di
affrontare il suo acerrimo nemico faccia a faccia sapendo di poter perdere la
vita. Egli infatti non aspira solo alla sua gloria individuale(..”ho vergogna
davanti ai Troiani e alle Troiane dai lunghi pepli,se,come un vile,mi metto al
riparo lontano dalla battaglia..”),ma anche a quella della sua famiglia e del
suo popolo. Come è ben evidente la
risposta di Ferete distrugge in un verso la mentalità rappresentata non solo
dai due eroi omerici,ma,per esempio,anche da Aiace(protagonista della tragedia
composta da Sofocle nel 450-440 a.C). In questo caso il secondo eroe greco,alla
morte del grande Achille,avrebbe avuto,come d'usanza,il merito di ricevere le
sue armi,ma così non è in quanto queste gli vengono sottrarre da Odisseo. Tale
affronto simboleggia per l'eroe motivo di sofferenza perchè privato del suo
onore e questo sentimento sarà la leva che lo porterà ad agire nel corso della
vicenda. Egli rappresenta quindi in pieno un eroe omerico,pur essendone
cronologicamente lontano,spinto dagli stessi valori dei due grandi sopra citati.
Questo cambiamento nel modo di pensare deriva essenzialmente dal fatto che
l'uomo,come è sempre successo e probabilmente sempre accadrà,con la storia che
vive è portato a cambiare,influenzato dal contesto che lo circonda:non a caso
pochi anni dopo la composizione dell'Alcesti la storia greca assisterà alla fine
della polis,istituzione all'interno della quale per secoli si era sviluppata una
certa mentalità e questo sarà proprio il sintomo che qualcosa era cambiato fino
ad una rottura definitiva.
5 - Alunna: Ginevra BENEDETTI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: il Laelius de amicitia di Cicerone
Scritto nel 44 a poca distanza dal Cato maior, e come quest'ultimo dedicato ad Attico, il breve dialogo Laelius de amicitia segna il ritorno di Cicerone sulla scena politica, all’indomani dell’assassinio di Cesare. Il dialogo è ambientato da Cicerone nell'anno 129, lo stesso del De re publica. Anche qui, come nell'importante dialogo sullo Stato, gli interlocutori appartengono al cosiddetto "circolo degli Scipioni": a pochi giorni dalla misteriosa morte di Scipione Emiliano,Lelio rievoca davanti a Caio Fanno e Mucio Scevola la figura dell'amico scomparso, e disserta sul valore, sulla natura e sulle finalità dell'amicizia in se stessa. Il clima è dunque quello di una composta tristezza:è naturale sentire la mancanza dell'amico,ma sarebbe ingiusto affliggersi eccessivamente per la sua morte;dalla vita Scipione ha avuto ogni gloria e ogni affetto desiderabili,perciò l'aggiunta di qualche anno in più sarebbe stata inutile.E' soprattutto il ricordo dell'amicizia a lenire,in Lelio, il dolore per la perdita di Scipione.A questo punto Fannio interviene per chiedere una trattazione più approfondita sul tema dell'amicizia,dando così l'occasione per il tema centrale del dialogo.Lelio,da subito,annuncia di voler dare la proprio discorso non un taglio filosofico,alla maniera greca,della quale risulta incompetente,ma piuttosto di fare un'esortazione ad anteporre l'amicizia a tutte le cose umane.La lunga amicizia con l'Emiliano gli ha insegnato che la vera amicizia può esistere solamente fra i boni,idea già diffusa nel mondo greco,soprattutto fra gli stoici.I boni,però,non solo solamente i saggi "perfetti",che il mondo probabilmente non ha mai visto,ma tutte le persone virtuose,di cui numerosi esempi offre Roma.I viri boni si contraddistinguono per il possesso di quelle qualità(la lealtà,l'integrità,il sentimento d'equità,la generosità),pienamente funzionali al progetto etico-politico che Cicerone stava elaborando per la società del suo tempo,che fanno di loro un sicuro baluardo dell'ordine sociale e per l'assenza di quei desideri(la cupidigia,la sfrenatezza delle passioni,la temerarietà)che lo metterebbero a repentaglio.Nella forma più alta in cui il vir bonus può attingerla l'amicizia è definita come "un perfetto accordo nelle cose divine e umane,unito con un sentimento di benevolenza e di affetto":un accordo quasi perfetto,che spinge a trovare nell'amico un'immagine raddoppiata di se stesso,un exemplar sui.Questa teoria dell'amore scambievole tra due persone viene contrapposta da Cicerone alla tesi epicurea,per la quale l'amicizia va ricercata per i vantaggi da essa derivanti,costituiti dal piacere che si trae dall'amico,che si fonda a sua volta dal bisogno che gli uomini hanno gli uni degli altri.In questo Cicerone individua un fattore corrosivo per le istituzioni romane:un epicureismo rigoroso conduceva ad una vita appartata,al disinteresse per la politica,mentre l'attiva partecipazione alla vita pubblica era il punto di partenza per il consensus omnium bonorum.La concezione utilitaristica è sinonimo,per l'oratore,di un egoismo radicale e conduce ad una securitas che è indifferenza verso gli altri.Il Lelius si occupa anche di fornire precetti sulla formazione e lo scioglimento delle amicizie:se intervengono mutamenti rilevanti del carattere e dei gusti,o se,cosa ben più grave,si arriva ad un aperto dissenso politico,si dovranno allentare a poco a poco i rapporti senza interromperli bruscamente.Lelio ammonisce gli amici a fondare i legami interumani su affetti preventinamente ponderati dalla ragione,e non su subitanei slanci d'animo che possono esporci a situazioni imbarazzanti. Da qui i termini di cautio atque provisio:il giudizio sul valore dell'amico deve precedere la costituzione del rapporto e non seguirlo per magari metterlo in discussione,e ci deve essere una reciproca verecundia che serva a mantenere una distanza con l'amico per non sconfinare troppo nella sua vita.E' curioso che Cicerone,mentre dichiara raggiunto il punto più alto dell'amicizia quando si arriva ad amare l'altro quanto se stesso,contesti in modo allarmante la possibilità che si possa amare qualcuno più di se stesso;forse aveva timore in un affetto che straripasse oltre i confini dell'io,con la conseguente cancellazione dei limiti dell'identità individuale,primo requisito per la costruzione dell'amicitia romana,intesa come vincolo sociale e politico.L'amicizia richiede anche franchezza che può spingersi all'ammonimento dell'amico,se necessario.L'ammonimento non deve mai,però,sfociare nell'ira,ma deve sempre mantenersi in un ideale di "buoni costumi",e questo distingue l'amico dall'adulatore.La simulazione costituisce un pericolo per Cicerone,perchè il simulatore si può fingere bonus,mentre l'amico vero deve essere schietto e trasparente,secondo la tesi stoica.
6. Alunno: Di Maggio Francesco
Classe II Liceale sez. A
Argomento: I Persiani di Eschilo
I Persiani, rappresentati ad Atene nel teatro di Dioniso, conseguirono il primo premio negli agoni drammatici dell’anno 472 a.C. Corego designato dall’Arconte fu in quell’occasione Pericle l’Olimpico, allora giovanissimo.
Grande audacia fu quella di Eschilo nel porre in scena un avvenimento di pochi anni prima (battaglia di Salamina, 480 a.C.). Non solo questi aveva vissuto e rivissuto quell’avvenimento dentro di sé, ma esso aveva in un certo senso provocato delle ripercussioni nel suo animo per l’azione continua del suo spirito religioso. Non solo i singoli individui, ma anche i popoli sono soggetti ai terribili castighi dei Numi: quando diventano superbi per floridi successi e per orgoglio trascurano i loro doveri verso la divinità, offendono la giustizia e la legge morale. Zeus ha imposto all’uomo dei limiti, sia che agisca personalmente, sia che rappresenti un popolo intero; rende folle colui che li varca e, spingendolo sempre più nel vortice della sua follia, gli fa compiere azioni da cui deriva la sua completa rovina.
Così fu di Serse, esempio chiarissimo di un folle lanciato in un’impresa maggiore di lui, spinto da un’ambizione che era un oltraggio alla divinità.
Questa visione religiosa della vicenda di Serse ha indotto Eschilo a porre la scena nella stessa reggia di Susa, lontanissima dai luoghi dove si era combattuto. Là si vive in ansia, là giunge l’eco luttuoso degli avvenimenti, là tutto si riflette ingrandito: la splendida vittoria dei Greci, l’irreparabile catastrofe dei Persiani. “Dei Persiani lontani, partiti per la terra dei Greci, noi siamo i Fedeli; noi siamo i custodi del ricco opulento palazzo, per la nostra veneranda età scelti da Serse signore, scelti dal re figlio di Dario, a custodire il paese. Ma già troppo foschi presagi il cuore di dentro mi vaticina: in pena io sono, temo per il ritorno del re e del suo immenso esercito. Tutta la forza dell’Asia è partita. Grida il mio cuore che venga qualcuno: ma nunzi non giungono, alla città dei Persiani non viene nessun cavaliere”. Così è impostata la scena, così è scandita nel coro dei vecchi persiani, che apre la tragedia, l’immane catastrofe che è sospesa sull’esercito di Serse. E’ un misterioso presentimento quello che scuote il coro dei vecchi persiani, pur sapendo che l’esercito di Serse è possente, “distruggitore”. Con terrore e raccapriccio essi sentono avverato il loro presagio oltre i limiti dell’umano antivedere: perché quella sciagura, da cui l’Asia usciva sgominata e infranta , portava l’impronta dell’inesorabile ira divina. Ma c’è nell’aria un vago senso di colpa che via via si precisa e ricade su Serse, che osava muovere alla conquista della nazione greca per mare, quando i Persiani avevano sempre combattuto per terra.
Eschilo era un artista che sfuggiva alla retorica in modo miracoloso e diceva cose grandi: suscitava la più alta commozione, investendo gli uditori con ondate della sua fantasia e ispirava amor di patria e terror religioso, senza scoprire mai l’intento morale. Il racconto di Erodoto, invece, carico di digressioni e povero di notizie precise sull’andamento della battaglia, impallidisce di fronte a questo di Eschilo.
Nella tragedia eschilea, il messaggero è un persiano scampato alla strage. Racconta che un disertore aveva fatto credere a Serse che la flotta greca fosse pronta a fuggire e occorresse semplicemente bloccarla. Questa falsa notizia attirò le navi persiane nello stretto braccio di mare fra Atene e l'isola di Salamina e le prese in trappola. I Persiani si accorsero dell'inganno quando videro la flotta nemica compatta, e sentirono il grido che veniva da essa: “ Avanti, figli dei Greci, avanti! Liberate la patria, liberate i fanciulli, le donne, i sacri templi dei vostri numi e le tombe degli avi! Per tutto questo si combatte, avanti!”. Al suo racconto di sventura inorridiscono i vecchi persiani, inorridisce la regina Atossa, madre di Serse; e solamente quando questa apprende che il figlio è ancora in vita (“Nunzio: E’ in vita Serse e ancor vede la luce. Atossa: Una gran luce alla mia casa annunzi: un giorno chiaro dopo fosca notte.”), può formulare delle domande. Come può essere, infatti, chiede confusa la regina al messaggero, che i Greci abbiano potuto sconfiggere i Persiani seppur mancando di un re? Alla domanda il nunzio risponde che i vincitori non danno retta a un solo uomo, ma rispettano le leggi, esaltando in tal modo il regime democratico.
Evocato dal coro, il grande re Dario, marito di Atossa, risale attraverso le “Scale di Caronte” e accusa il filglio di ΰβρις, affermando: “Chi ha dentro la morte non deve presumere troppo. Perché tracotanza, fiorendo, frutta una spiga di illusione da cui mieterà un raccolto di lacrime”.
“Ahi, ahi, me infelice travolto da una sorte odiosa e del tutto imprevista! Come crudo il destino ha provato la nostra razza! Che farò, misero? Le mie salde ginocchia si sciolgono al cospetto di questi vegliardi. Oh, se il fato di morte me pure avesse sepolto con quelli, o Zeus, che sono periti!”. Stanco, avvilito, in vesti lacere, senza un compagno, Serse, tornato alla sua reggia di Susa, si abbandona a un lungo pianto senza freno. Piange con lui il coro dei Fedeli della Persia, ma non una parola di conforto, bensì un continuo sottolineare la gravità della sciagura: “Molti uomini sono scesi nell’Ade, molti sono morti: era il fiore della terra, il fiore degli arcieri, in folte miriadi”. E’ un rammaricarsi che sa di rimprovero, di continuo rimprovero. Nel coro d’apertura della tragedia, al mattino del giorno fatale, i vecchi persiani avevano nominato i capi dell’ innumerevole esercito partito alla conquista del mondo ed ogni nome era uno squillo di tromba. Li aveva ricordati, quei capitani, anche il messaggero sfuggito alla rotta di Salamina: ma ogni nome era un rintocco funebre volto a suscitare il nero fantasma della disfatta. Ora il coro dei vecchi persiani pronuncia nuovamente per la terza volta, uno per uno, quei nomi; ed ogni nome di comandante caduto esclama la colpa di Serse, che via via appare più grande, più imperdonabile: non ha esitato a mandare allo sbaraglio il fior fiore del suo esercito e con ciò ha disertato l’Asia come non avrebbe potuto fare il più feroce dei nemici. E Serse non respinge la colpa, chiede anzi che la terribile inchiesta vada a fondo, per soffrire l’intera sventura che si è tirato addosso per non aver conosciuto prima la sua misura umana: “Piangete, gemete! Gridate il vostro dolore. Il demone s’è volto verso di me”.
Tra i canti funebri questo dei Persiani è di un pathos nobilissimo: nell’accusa non v’è rancore, ma solo desolazione; e il colpevole non si difende, vuol scendere anzi a fondo della sua colpa, udirli ad uno da uno i nomi di coloro che per colpa sua sono scesi all’Ade, fino a far “gridare il suo cuore”.
E’ possibile notare, a volte, che nella maggior parte dei drammi eschilei è il Fato a muovere i fili dell’azione e che i personaggi mancano di volontà, seguendo ciecamente le vie su cui il destino li spinge; affermazione in realtà esatta fino a un certo punto. Bisogna dire piuttosto che il poeta crede in una forza superiore contro cui ogni lotta è vana; ma è una forza agente non dall’esterno, bensì dall’intimo della persona stessa, sebbene un dio crei nell’anima di essa l’azione dell’operare, quando, per superbia inguaribile, è giusto che si perda. Sono, quindi, i singoli atti dell’uomo a generare gli eventi nei quali in seguito egli potrà trovarsi stretto in maniera inestricabile. La divinità, che a tutto presiede, giudica e agisce in rapporto a quegli atti. Già Esiodo aveva affermato che la radice di ogni male sta nella violenza umana; Eschilo va oltre e studia questa violenza sia nell’uomo singolo che in tutta una stirpe. Egli accetta, infine, il principio che la violenza individuale inespiata, o non del tutto espiata, rigurgita ed investe col colpevole tutta la famiglia, il γενος. Per lui tutti i nostri atti sono concatenati indissolubilmente ed ogni azione ne genera un’altra, fino al termine del ciclo originato dal primo movente. Dal bene nasce il bene, dal male il male. Reagire non spetta all’uomo, perché la vendetta salda un altro anello alla catena. Chi vuole la vendetta si perde, a meno che il pentimento non lo pieghi alla conoscenza dei propri torti. Con l’ onestà, la pietà e la giustizia si procede invece sulla via che Dio ci indica, e soprattutto con la coscienza di chi ha imparato attraverso l’esperienza del soffrire. A parte il valore poetico altissimo, le tragedie eschilee devono essere quindi considerate anche esempi di un divino libro eroico che ci insegna a liberarci dal male attraverso la considerazione di esso: il che era poi quel fine di purificazione (= catàrsi) cui la tragedia, secondo il concepire dei Greci, doveva tendere.
Il Leopardi diceva che la vera poesia si riconosce dal fatto che, a sentirla, si resta incapaci di far del male per un po’ di tempo. Pochi poeti possiedono questa capacità purificatrice allo stesso modo di Eschilo. Chi lo studia e lo comprende è portato ad amarlo; esce dalla lettura rassegnato ed in un certo senso moralmente migliore, come lo spettatore antico.
7 - Alunna: Giulia Nofroni
Classe II Liceale sez. A
Argomento: la Medea di Euripide
La Medea, scritta nel 431 a.C., fa parte del primo gruppo di tragedie composte da Euripide. Le tragedie di questa prima fase, quali Alcesti, Medea, Ippolito, sembrano avvicinarsi a quelle di Sofocle per il fatto che i personaggi presenti nel titolo sono gli stessi che si rivelano, in seguito, “protagonisti” dell’intera opera. Come tutte le tragedie del periodo, la Medea, oltre a rispettare nella sua rappresentazione le tre unità di tempo, luogo e azione, stabilite da Aristotele, seguiva il tipico schema suddiviso in: prologo, pàrodo, episodio e stasimo, e,infine, esodo. La scena viene ambientata a Corinto presso la facciata di un palazzo che rappresenta la casa in cui vive Medea, dove i tre attori, eccetto quello che interpreta il personaggio principale, devono essere abili nello svolgere le parti di più personaggi.
Come narra la nutrice, considerevoli, pur non essendo del tutto morali, sono stati i gesti compiuti da Medea nei confronti del marito Giasone, il quale venne da lei aiutato nell’impresa del Vello d’oro. Infatti fu Medea che persuase le figlie di Pelia a uccidere loro padre, e colei che abbandonò la terra paterna e lo stesso padre. Dopo dieci anni di matrimonio, che avevano portato alla luce due figli, Giasone abbandona la moglie, convinto dal re della città Creonte a prendere in sposa la figlia Creusa (detta anche Glauce) e a divenire così il diretto successore al trono. Dopo continui lamenti, Medea escogita un piano, secondo il quale finge di accettare la situazione ma continuando a tramare la sua vendetta. Così, del tutto ingenuo, Giasone acconsente che i due figli portino alla nuova sposa i doni della madre, nonché un peplo ed un diadema d’oro, i quali significheranno una cruda fine per Creusa e il padre Creonte. Non conclusasi qui la tremenda vendetta, Medea decide di portarla a termine scagliando il terribile colpo finale: la madre che uccide con le sue stesse mani i propri figli, con grande dispiacere di Giasone, della nutrice, del pedagogo, ma anche della stessa Medea. In questo modo si conclude la tragedia che ha per protagonista uno dei personaggi giudicati tra i “più complessi”.
La figura di Medea sviluppa
all’interno di questa tragedia quelle che sono le sue maggiori conflittualità
interne, un misto tra orgoglio, egoismo, vendetta; questi si possono definire
elementi intrinsechi alla sua rabbia, la quale va degenerando di pari passo con
la storia, un vero e proprio “climax ascendente”.
Questi stessi elementi del carattere proprio di Medea, possiamo dire, siano
venuti fuori sotto effetto delle azioni compiute dal marito Giasone, poiché se
egli non l’avesse abbandonata, molto probabilmente lei sarebbe rimasta un
personaggio poco significante.
Passando ad un’analisi più approfondita della stessa Medea, il primo elemento,
quello dell’orgoglio, è un po’ il movente del resto, ciò che la spinge ad azioni
indegne. Pur avendo buon motivo di orgoglio, Medea cade nell’esagerazione; ben
comprensibile è l’odio nei confronti del marito, per il quale la stessa
sacrifica tutto e sporca le proprie mani con azioni disoneste, venendo altresì
ripagata con un abbandono del tutto ingiustificato (Giasone infatti motiva il
suo gesto dicendo di necessitare di figli che abbiano sangue reale, per il bene
di tutti). Non manca un’iniziale gelosia nei confronti del marito da parte di
Medea: il pensiero che egli d’ora in avanti condividerà il proprio letto con una
nuova sposa, giustamente, la turba. Ma questa gelosia si tramuta repentinamente
in orgoglio, l’aver dato tanto per niente, se non per rimanere disonorata agli
occhi di tutti, e tradita dalla persona a cui aveva affidato la propria vita.
Evidentemente, non è lo stesso il peso che Medea e Giasone attribuiscono al
sentimento, sconfinato in lei, subordinato ad altri interessi in lui. Se ella
aveva giuste ragioni di orgoglio, questo la porta però ad un atteggiamento di
egoismo, prima di tutto nei confronti dei figli. Stremante è l’indecisione che
la sovrasta, un continuo conflitto tra l’agire vendicativamente e il non, come
troppo è il desiderio di vendetta, ma anche quello di non essere sottovalutata
ed apparire fragile. La sua vera fragilità, è quella di non saper domare il suo
primo istinto, quello dal quale scaturirà il lato peggiore che si possa vedere
in una persona. Medea si sente del tutto demotivata per continuare a vivere in
tali condizioni, neanche i figli possono renderla felice, anzi, poiché loro sono
anche frutto di Giasone, sono di conseguenza un ulteriore elemento verso il
quale provare odio; si può definire una sorta di amore e odio per i figli, Medea
ne è impietosita, sembra non voler scagliare su di loro parte del suo odio, ma
troppo forte è ciò che la spinge a vendicarsi, tutto pur di provocare a Giasone
uno dei maggiori dispiaceri possibili. Grande deve essere il coraggio che può
dare la forza di compiere tale gesto, ma allo stesso tempo quello in questione è
un coraggio spregiudicato ed usato a fin di male, perché come sappiamo niente
può portare solamente buone conseguenze, neanche quelle che possono sembrare
qualità positive, tutto è soggetto all’uso che ognuno ne fa. Perciò Medea può
essere considerata “soddisfatta” delle proprie azioni o vinta dalle passioni?
Sicuramente vinta dai suoi istinti primari, lei stessa infatti, volendo apparire
forte, si dimostra invece debole; e non manca l’ostentato masochismo di cui si
è resa partecipe: pur cercando di non darlo a vedere è senza dubbio disumano il
dolore che si autoprovoca togliendo la vita ai figli, sangue del suo stesso
sangue. Nonostante ciò, quello di Medea rimane un personaggio terribilmente
affascinante, madre e maga allo stesso tempo, due caratteristiche che si mettono
in contrasto l’una con l’altra e che generano in lei spiccate tensioni interne.
Forse Didone, dell’Eneide virgiliana, può essere avvicinata alla figura di
Medea: si possono rilevare punti di contatto e differenze allo stesso tempo. La
prima non è il personaggio principale dell’opera a differenza della seconda, ma
entrambe rimangono vittime delle loro passioni d’amore; Didone viene infatti
lasciata da Enea per seguire la missione affidatagli dagli dei, Medea da Giasone
per una nuova sposa. Entrambe agiscono di conseguenza, sentendosi disonorate e
spinte da orgoglio: la prima suicidandosi, la seconda ripercuotendo la vendetta
sui propri figli, Creusa e Creonte. Dunque ciò che le accomuna principalmente
sono l’elemento dell’abbandono e la conseguenza tragica che ne deriva. Tornando
a Medea, la si può così considerare emblema di un dualismo conflittuale, come
emblema di una spregiudicata intelligenza, usata a fin di male.
8 - Alunna: Giulia SCHEGGI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: L'Ecuba di Euripide
“Ecuba trista,
misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.”
Ecco come Dante nel XXX canto del suo Inferno presenta il personaggio mitico centro della tragedia euripidea. La donna, una volta regina della fiorente Troia, moglie del valoroso Priamo, madre di nobili figli (cinquanta secondo l'autore greco), ormai vecchia è stata presa come schiava (“cattiva” nelle terzine del Sommo Poeta) dai Greci assieme alle altre Troiane dopo la caduta di Ilio. Si trova ora in Tracia al seguito dell'esercito di Agamennone bloccato in questa regione per intervento di Achille: il Pelide infatti, ucciso precedentemente in battaglia da Paride, esige dai suoi compatrioti un sacrificio in suo onore, e quale grande eroe pretende che sia versato sangue umano, il sangue della giovane Polissena, figlia di Ecuba. Il coro delle Troiane informa l'antica regina della decisione degli Achei che poi le verrà riconfermata da Odisseo. La ragazza, orgogliosa e portatrice di una dignità aristocratica, accetta il suo destino preferendo essere uccisa piuttosto che degradata a umile serva. Successivamente, dopo che Ecuba ha appreso dell'avvenuto sacrificio dall'araldo Taltibio, una serva le riferisce anche del ritrovamento del cadavere del figlio Polidoro, suo ultimo figlio rimasto uomo libero. Egli infatti era stato mandato dal padre presso re trace Polimestore affinché si salvasse quando Troia sarebbe stata presa. Il giovane, giunto dal suo ospite con dell'oro, fu però ucciso proprio da quello, bramoso di ricchezze. Ecuba si trasforma allora da madre inconsolabile a crudele vendicatrice: aggraziatasi l'appoggio di Agamennone, con uno stratagemma convoca Polimestore, lo fa entrare nella tenda assieme ai due figli piccoli di costui per poi assassinare i pargoli e accecare il traditore. Dopo un dibattito, presieduto da Agamennone in veste di giudice, tra Ecuba e Polimestore sui motivi delle loro azioni, il re trace viene trascinato via disonoratamente, ritenuto colpevole dei suoi crimini e quindi giustamente punito dalla donna.
La tragedia offre molti spunti di riflessione sia sul piano sociale e morale sia su quello umano.
Emerge subito il confronto tra Ecuba e Polissena; entrambe distrutte nella loro regalità, entrambe private della loro libertà e del loro onore, reagiscono però in due modi opposti di fronte alla disgrazia. L'una, che si vede portare via una delle poche figlie che aveva ancora, cerca dapprima di patteggiare: in un commovente dialogo con Odisseo gli ricorda di come era stata pietosa un tempo quando lo aveva trovato nel suo palazzo come spia dei Greci, lo prega di ricambiarle quel favore che gli era valso la vita, lo invita a persuadere i compatrioti dell'inutilità di un nuovo omicidio; tenta addirittura una sorta di “scambio” con Elena: la Spartana era stata in fatti la causa ultima della morte di Achille avendo provocato lo scoppio della guerra e quindi colei che si sarebbe meritata una punizione. Odisseo comprende il dolore della donna, lo giustifica e lo compiange, tuttavia questa comprensione non può nulla contro quella mentalità saldamente radicata nell'eroe che deve esaudire le richieste del migliore combattente acheo per onorare il grande valore che egli aveva dimostrato in vita. Ad Ecuba era già stata presa la potenza che le derivava dall'essere regina, ora le viene strappata quella di madre: è inerme davanti a un uomo che le preannuncia la morte della figlia, cerca ogni soluzione possibile ma, sembra, nella consapevolezza della futilità dei suoi discorsi. Arriva al gesto estremo di proporsi lei stessa al posto di Polissena o di essere uccisa con lei, così da porre fine alle sofferenze di una donna che ha visto cadere ai suoi piedi la vita figlio dopo figlio. E, mentre agli altri nati non era potuta stare vicino, ora vuole esserlo alla giovane, forse anche come atto protettivo dovuto per natura da una madre: recita infatti il verso 396 “E' assolutamente necessario che io muoia con mia figlia”. Ma il pathos raggiunto dall'affermazione è subito smorzato da Odisseo che domanda il perchè di tale volontà se non è costretta da qualcuno, quasi a dimostrare l'inadeguatezza dell'espressione in una circostanza in cui l'unica cosa necessaria e inevitabile è il sacrificio di Polissena.
Quest'ultima adotta invece un atteggiamento totalmente diverso: non teme la morte e la considera anzi una liberazione da quella condizione servile in cui era caduta, è “il male minore” che le si presenta davanti. Lei, figlia di re, non accetta una vita in schiavitù, certo per una questione di onore, ma sembra emergere anche una motivazione puramente pratica: cresciuta con le migliori speranze, accudita con le migliori attenzioni, ed ammirata come una delle migliori tra le donne, non è semplicemente adatta a quello che la aspetterebbe nella casa di un suo padrone (dichiara nei versi 357-358 “Ora io sono una schiava. In primo luogo già la parola (schiava) mi fa desiderare di morire, non essendovi abituata”).
Vuole quindi arrivare al termine dell'esistenza dignitosamente, e dimostra la sua grandezza di regina proprio sull'altare sacrificale. È l'araldo Taltibio a raccontare la sua gloriosa morte: sprezzante dell'Ade e curante solo della propria libertà offre spontaneamente il collo e il petto alla spada di Neottolemo (figlio di Achille), così da non dover scendere nell'Oltretomba con il disonore di essere stata costretta come una schiava.
Ma la Commedia dantesca non ci parla di una madre inerme ed una figlia coraggiosa, ci mostra invece una madre con la “mente torta”, ormai stremata dal dolore lo subisce a tal punto da esserne imbruttita nel suo animo e da provocarne lei stessa.
Ecuba viene a sapere dalla serva della morte del figlio Polidoro e capisce (grazie ad un sogno fatto precedentemente e a cui solamente adesso sa attribuire un significato) che l'artefice dell'assassinio è stato Polimestore, colui che invece doveva salvaguardare la sicurezza del ragazzo, doveva farlo crescere come uomo libero e fargli trascorrere una vita priva di quelle atrocità belliche da cui i genitori lo avevano allontanato. Avviene una trasformazione nella donna, la sofferenza tracima in lei e ne fa scaturire la cattiveria. L'impotenza della prima parte della tragedia diviene iniziativa vendicatrice, la passività si ribalta in macabro attivismo: per troppo tempo e troppi figli Ecuba ha vestito i panni della vittima, ora vuole imbrattare questi abiti di sangue altrui, vuole essere lei il carnefice. Un desiderio smodato si insinua in lei, un desiderio che la porta ad un accordo con colui che è il massimo fautore delle sue disgrazie, il capo dei Greci, Agamennone. Nel loro dialogo la troiana lo prega di frenare l'esercito una volta che la punizione di Polimestore sia stata compiuta, lo invita a proteggerla dopo l'efferata azione. Il comandante acconsente, nonostante l'iniziale riluttanza, per pietà e compassione per la donna ma è comunque dubbioso riguardo le sue capacità e quelle delle altre donne contro un uomo; si apre a questo punto una breve discussione sulla figura femminile: Agamennone, portatore di antichi ideali riguardo l'argomento, sostiene l'impotenza del “sesso debole” nei confronti della forza maschile, mentre Ecuba, decisa a non sottostare ad altri soprusi non solo come regina o madre ma anche come donna, dimostra con degli esempi come in passato proprio delle donne abbiano potuto avere la meglio su mariti (nomina le Danaidi, protagoniste anche de Le Supplici di Eschilo) o concittadini (le abitanti di Lemno uccisero gli uomini perché avevano preso delle concubine). Stabilita quindi la sua dignità femminile la regina è pronta per il crudele atto. Con il pretesto di rivelare a lui ed ai suoi figli il nascondiglio dei tesori di Priamo, che poi avrebbe dovuto riferire a Polidoro (Ecuba infatti finge ora di non essere a conoscenza della morte del giovane), conduce Polimestore nella tenda e qui, assieme a molte donne (plhqei gunaikvn ovvero per una moltitudine di donne il re dirà di non essere riuscito ad ottenere niente volendo salvare i suoi bambini) uccide prima i piccoli per poi accecarlo.
Agamennone, accorso dopo aver sentito le urla di dolore dell'uomo, si nomina giudice della situazione e lascia che entrambe le parti espongano le proprie ragioni: inizia Polimestore con il narrare di come fu lungimirante uccidendo Polidoro, impedendo così che un nemico dei Greci rimanesse in vita a serbare rancore verso i distruttori di Troia; lui è amico degli Achei, lui ha scongiurato il pericolo di una futura guerra eliminandone il possibile iniziatore, lui è un buon re perchè ha risparmiato alla sua Tracia di essere una terra distrutta da nuovi scontri. Polimestore riveste quindi il ruolo dell'uomo pubblico, l'uomo politico che è disposto a macchiarsi le mani di sangue pur di fare il bene del suo regno, lui ha pagato in prima persona per la la salvezza della patria, lui è senza dubbio nel giusto.
Ma davvero è stato questo il movente del crimine? Davvero è stata solo un'operazione strategica? La auri sacra fames virgiliana non ha niente a che vedere con tutto ciò? E' soltanto un motivo letterario e moralistico posteriore? Forse no, ed ecco che Ecuba accusa allora il Trace di avidità, di tradimento, di opportunismo. Come in un tribunale la donna non adduce nuovi argomenti ma ribatte quelli del nemico: con lucidità e razionalità svela l'uomo che si celava dietro la facciata di alleato di Agamennone: crede davvero l'ingenuo che i Greci potranno diventare amici dei barbari? Perchè la sua amicizia verso di loro si è manifestata solo dopo la caduta di Ilio e quindi dopo il declino alla povertà della stirpe regnante? Perchè non li ha aiutati economicamente con le ricchezze guadagnate avendo ucciso Polidoro?
Il dibattito ricorda l'Atene democratica elogiata da Euripide: come nella migliore tradizione sofistica la parola è la protagonista, entrambe le posizioni espongono discorsi logici e conseguenziali; ma per non cadere nell'eristica la “vittoria” va alla verità: Ecuba è senza dubbio nel giusto. Lei non ha solo motivazioni plausibili, lei ha l'evidenza dei fatti: è un fatto che finchè Priamo era ricco Polimestore era suo alleato, è un fatto che i Greci non avrebbero mai stretto un accordo con i Traci. Significative sono le prime parole della propria “apologia” che pronuncia la donna: “bisognerebbe che la lingua degli uomini non fosse mai più forte dei fatti”.
Un ulteriore spunto per un approfondimento è l'accecamento e l'uccisione dei figli di Polimesotre anziché di lui stesso. Questo secondo punto è facilmente spiegabile prendendo in considerazione che Ecuba è stata privata di gran parte della sua prole e che quindi conosce bene le sofferenze a cui è soggetto un genitore in tali circostanze, sa che è un dolore atroce augurabile solo al peggiore dei nemici, magari a quello che è stato anche l'assassino dell'ultimo figlio libero. E' una vendetta che vuole mettere Polimestore nella condizione di capire nel peggiore dei modi cosa ha provocato nell'animo di una madre che ormai rimane tale solo nel nome e non più nei fatti.
Interessante è la scelta della privazione della vista come punizione. Come nell'Edipo re di Sofocle anche questa volta delle fibbie sono le armi adatte a tale scopo, ma non ci sono altre analogie tra i due personaggi accecati: Edipo si ferisce gli occhi perchè è consapevole di aver commesso ubris ed inoltre la sua cecità fisica è contrapposta a quella conoscitiva della prima parte dell'opera; in Euripide non c'è una presenza divina verso cui Polimestore è stato irrispettoso, la vicenda è calata totalmente in un mondo umano: l'ospitalità, la lealtà e l'onestà sono state violate. La tipologia di castigo può ricordare poi la cecità a cui lo ha indotto l'avarizia: Polimestore “non ha visto più” alla presenza dell'oro e non ha esitato ad uccidere (è immediato adesso il collegamento con la frase dell'Eneide “quid non mortalia pectora cogis auri sacra fames?” che ritroviamo anche nella Commedia nella cornice purgatoriale degli avidi e dei prodighi “Per che non reggi tu, o sacra fame dell'oro, l'appetito de' mortali?”).
9 - Alunno: Mattia BISCHERI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: analisi del De senectute di Cicerone
Il de senectute è un'opera filosofica di Cicerone in cui si immagina una dialogo ambientato nel 150 a.C. (poco prima della morte di Catone) fra Gaio Lelio, Scipione Emiliano e lo stesso Catone, rappresentate dell'antica austerità dei valori e del grande oratore del passato, al quale Cicerone fa trasmettere il proprio ideale. L'importante ruolo sociale degli anziani nella società , il quale nell'opera viene altamente valorizzato, fa trasparire non poca nostalgia del passato da parte di Cicerone che credeva fermamente che si dovesse tornare ai valori del mos maiorum in un periodo in cui ci si avvicinava all'età imperiale. Pur essendo un conservatore tradizionalista, Cicerone, a differenza di Catone, rivaluta il ruolo della filosofia, che non comporta necessariamente la corruzione dei costumi e l'introduzione del culto dell'individuo, come pensavano gli antiellenici, ma è in grado di sollevare moralmente l'uomo e di condurlo in una situazione tale da essere più in grado di svolgere la vita politica: ovviamente Cicerone, da eclettico, considera valide solo alcune tendenze filosofiche , come quella Stoica, e rifiuta l'Epicureismo che allontana l'uomo dalla vita politica. Nell'opera in questione si vede un Ciocerone Stoico che vede nell'esercizio della virtù la migliore medicina per la vecchiezza; tutta la vita, infatti presenta delle difficoltà e l'uomo per superarle deve porsi degli obiettivi e seguire un senso. In merito a questo Catone ci dice che la vera saggezza consiste nel seguire la propria natura in base all'età: ogni età infatti va accettata poichè a ognuno spetta un determinato ruolo nello stato a seconda delle proprie possibilità e della considerazione che abbiamo da parte degli altri. E' importante notare dunque come alla gioventù venga attribuita la temerarietà e alla vecchiezza la saggezza, infatti in gioventù è importante fare esperienza pratica per poter esercitare un ruolo di comando durante la vecchiaia. Quindi Catone ci dice anche che durante la giovinezza, l'uomo non deve attaccarsi solo ai piaceri terreni ma deve esercitare la virtù, la deve curare come fosse un frutto per farla maturare nella vecchiaia, poichè questa concede vigore da anziano e riesce a sopperire la limitatezza fisica. A tale proposito viene recitato un proverbio '' fà presto a diventar vecchio se vuoi esserlo a lungo ''. L'intento dell'opera dunque è quella di attaccare tutti coloro che vedono nella vecchiaia la perdita del godimento, ma Catone ritiene positivo questo momento per liberarsi dalla ''tirannide dei piaceri '' potendosi dedicare alla virtù, che ha un ruolo edificante nella vita e la sua esercitazione rende eterno l'uomo. Contro chi pensa che la virtù possa valorizzare e essere appannaggio solo dei grandi uomini che hanno fama, Catone afferma che tutti gli uomini comuni possono indirizzarsi verso il sommo bene praticando l'onestà e la magnanimità, sottolineando che le grandi opere si compiono con l'intelletto e non con il corpo, ed essendo la virtù accessibile a tutti, tutti possono goderne in vecchiaia. Lo stesso Catone , che nonostante l'età si dedica all'esercizio dell'intelletto scrivendo opere , afferma che grazie a questo non rimpiange la mancanza della prestanza fisica che aveva quando ha combattuto durante la seconda guerra punica,anzi si compiace adesso di poter usare questa esperienza per arringare in senato e essere molto più influente dei suoi contemporanei che magari in gioventù si sono dedicati maggiormente ai piaceri terreni, e che adesso non conservano nemmeno la forza fisica. L'unica cosa che Catone sembra rimpiangere è forse il fatto che con l'avanzare dell'età l'oratore tenda a infiacchirsi: probabilmente Cicerone voleva riferirsi a quella parte dell'oratoria chiamata ''actio'', concernente alla gestualità all’atteggiamento da tenere durante i discorsi, quindi nella vecchiezza venuta meno la prestanza fisica, l'oratore non riesce ad accattivare il pubblico e a esporsi con lo stesso carisma di un tempo. La grande cultura di Cicerone viene intuita dalla rassegna di filosofi e artisti greci presenti nell'opera. A questo proposito volevo citare un dibattito sul tema in questione, avvenuto fra i lirici greci Solone e Mimnermo.Anche i due poeti arcaici infatti avevano sollevato il problema della vecchiaia sotto due punti di vista diversi creando un vero e proprio botta a risposta fra i due: Mimnermo, aveva una visione edonistica della vita, tutto si incentra sul piacere che la giovinezza concede, e allo sfiorire di questa, egli augura una morte rapida, per lui era bello vivere solo la giovinezza e non raggiungere la vecchiaia, vista come una malattia dell'animo; Solone denigrava questa teoria credendo che proprio la vecchiaia fosse un punto cruciale della vita dell'uomo in cui ci si basa sull'esperienza e sulla saggezza, ma tuttavia mi sembra importante considerare il ruolo sociale dei due poeti, Solone infatti rivestiva un ruolo magistrale importante ad Atene quindi vedeva nell'esperienza e nella saggezza un forte strumento per mantenere il controllo, mentre Mimnermo rimane confinato solo nella realtà simposiaca .Tornando all'opera, Catone principalmente si impegna a smentire quattro pregiudizi sulla vecchiaia che contribuiscono a vederla negativamente :-allontana dagli affari,-indebolisce il corpo,-priva l'uomo dei piaceri,-si è più vicini alla morte. Una parte sostanziale dell'opera è dedicata all'elencazione di avvenimenti passati, a degli exempla , che smentiscono questi pregiudizi e avvalorano la tesi di Catone; in questo ( cioè il riferirsi spesso al passato) penso che si nasconda uno degli scopi dell'opera: dimostrare cioè come, durante i tempi d'oro della Repubblica, grazie sempre all'esercizio della virtù, si siano manifestati grandi esempi di magnanimità e che quindi sarebbe necessario riavvicinarsi al passato per rievocare l'antica gloria. Nella parte conclusiva si parla della morte e vari sono i riferimenti agli autori precedenti: se l'uomo conduce una vita che aspira alla virtù, allora deve raggiungere la morte serenamente e deve considerarsi ''sazio'' della vita; il riferimento quì mi pare a Lucrezio, che considera la fine della vita come la fine di un banchetto dal quale ci alziamo sazi, oppure tuttavia una volta terminata la vita si cessano i dolori e gli affanni. Cicerone considera anche una vita dopo la morte accessibile agli onesti e a tutti coloro che si sono dedicati allo stato. La frase di congedo usata da Catone sembra un augurio per il futuro in cui si intuisce che il fine ultimo dell'uomo è proprio quello di raggiungere la vecchiaia per goder veramente della giovinezza ''...ad quam utinam perveniatis, ut ea quae ex me audistis, re experti probare possit!''
10 - Alunno: Mattia BISCHERI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: Analisi del libro I del De rerum natura di Lucrezio
Malgrado le scarse notizie relative alla vita di Lucrezio,che si suppone nato intorno al 98 o 94 a.C., tuttavia è dalla sua opera che si desume che abbia vissuto in un periodo piuttosto travagliato, dove la minata integrità della Repubblica a seguito dell'emergere di personalità quali Mario e Silla, le guerre sociali e civili , l'ascesa al potere di Cesare e Pompeo, provoca un crollo dei valori del Mos maiorum. Entrando in crisi gli antichi valori etici , subentra di conseguenza un allontanamento dalla religione. La religione a Roma era il frutto di una grande tradizione di rituali assai radicati ,nati dal timore che si nutriva verso gli dei e dalla loro percezione come entità avverse all'uomo, a tal punto che per ogni azione politica o strategia militare potevano essere interrogati i potenti sacerdoti aruspici etruschi, che intendevano il volere divino mediante l' esame delle viscere degli animali,dei fulmini e del volo degli uccelli. E' evidente quindi che questa importanza politica della religione risultava essere anche un potente strumento delle aristocrazie, per auto celebrarsi facendosi discendere dagli dei stessi(la gens di Memmio si faceva discendere da Venere) oppure per tenere in soggezione le classi minori. La lacuna lasciata dalla religione fu colmata con l'introduzione del messaggio Epicureo, il quale fece presa soprattutto fra i ceti popolari, poichè liberando l'uomo dai vincoli della religione che appunto lo tenevano in soggezione , gli rivelava la ricetta per la felicità con l'atarassia cioè il raggiungimento dell'imperturbabilità con il dominio delle passioni: l'uomo dunque per essere felice doveva ''vivere nascostamente'', lontano dagli impegni privati e pubblici, doveva mettersi in una posizione tale da guardare il mondo dall'alto e godere del fatto di non subire gli stessi affanni di coloro che si contendevano fama e potere. Questa atarassia avrebbe di conseguenza portato un graduale disinteressamento alla politica da parte dei cittadini , che fino ad allora erano impegnati in prima persona nella attività forensi(cosa che non piaceva a Cicerone e ai tradizionalisti). L'opera di Lucrezio è ciò che si può definire un poema didascalico, il cui modello stilistico è Ennio e Omero ripercorrendo la filosofia dei fisici pluralisti del V secolo come Empedocle, Anassagora e Democrito: è difatti un misto fra originalità di contenuto,all'interno della letteratura romana, e tradizione stilistica,una tradizione la quale garantì un minor ''trauma'' nel pubblico romano, che si accingeva a conoscere una dottrina di recente introduzione. L'opera è indirizzata a tutti, ma il tono solenne ci fa pensare che fosse destinata in particolare alle aristocrazie, che vedevano nella religione una fonte di potere; lo stesso Caio Memmio, il destinatario ''principale'' dell'opera è un uomo attivo dal punto di vista politico che per primo non crede alla dottrina epicurea: emerge in questo forse una finalità persuasiva nell'opera rivolta in primis a Memmio. Il frequente uso degli arcaismi,che rende solenne la trattazione e lo avvicina ai grandi poemi dei vates del passato come Ennio,della cui opera c’è un riferimento nel I libro , si mescola alla difficoltà lessicale incontrata da Lucrezio nel tradurre alcune espressioni che non esistevano nella lingua latina, facendo uso spesso di perifrasi o dei cosiddetti ''calchi''. Inoltre è da citare la questione relativa all'uso della poesia da parte di Lucrezio: la poesia, secondo la filosofia epicurea, era vista in maniera negativa poichè poteva suscitare passione ed emozione nell'individuo e quindi turbare il suo stato di atarassia, per Lucrezio invece è una necessità, poichè per superare il grande scredito che i tradizionalisti romani gettavano sulla filosofia epicurea, doveva in qualche modo attrarre il pubblico con una forma vivace e accattivante , si doveva servire della poesia così come ‘’i medici si servono del miele spalmato sull’orlo di una tazza per far ingerire al fanciullo un’amara medicina ’’ (Cicerone infatti, al di là del fatto che non apprezzasse il contenuto ammirò molto l’ars poetica di Lucrezio) .Il risultato è una fusione tra un tema argomentativo che si limita nell'esporre la dottrina e un tema dimostrativo, volto a spiegare mediante ampie descrizioni naturalistiche ed efficaci metafore le sfaccettature di questa complessa filosofia, complessa tanto quanto la natura stessa del mondo. L'argomento della ''pazzia'' di Lucrezio infatti, che nell'opera si può dedurre dal fatto che vi siano parti dove affiora uno spiccato ottimismo e altre dove affiora il pessimismo,potrebbe non essere interpretato solo come un argomento usato dai filosofi cristiani per infangare la memoria di Lucrezio, ma anche come una sfumatura che ci fa comprendere la complessa articolazione del mondo, fatta da cose belle e cose brutte, da un principio di esse e da una fine( basti pensare che l'opera inizia con un invocazione a Venere, che rappresenta la fecondità,l'amore e la nascita e termina con la descrizione della peste di Atene dilagata alla fine del V secolo).Il primo libro si apre con l'invocazione a Venere. Il fatto che il preludio esalti la bellezza della dea e delle sue creature ha forse un valore simbolico più che di elogio alla dea stessa; il valore simbolico è quello della nascita con cui ha inizio la vita e che parte dall'aggregazione casuale degli atomi, l'esaltazione della dea passa di secondo piano poichè non avrebbe senso dal momento che il poeta si accinge a esporre una teoria materialistica e antiteologica; inoltre l'invocazione sembra incentrarsi sulla magnificenza delle cose naturali, sugli esseri che popolano il mondo.Venere dunque è più un principio o una forza fisica dalla quale sgorga la vita. Negli ultimi versi inoltre troviamo un chiaro riferimento alle vicende storiche romane e ai tumulti che si consumavano, con un chiaro desiderio di Lucrezio di vedere la pace e la tranquillità concorrenti all'atarassia. L'immagine maestosa della dea generatrice fu molto ripresa dai pittori rinascimentali, ne è un chiaro esempio la ''Primavera'' del Botticelli che sembra trarre ispirazione proprio dai versi di Lucrezio. Il poema prosegue con l'elogio di Epicuro preceduto da un piccolo appello al lettore, nel quale vengono citati gli atomi definiti come ''genitalia corpora rebus'' oppure come ''corpora prima'' in mancanza di un corrispettivo latino. L'elogio appare fortemente in chiave antireligiosa: assumendo il significato di superstizione, la religio viene personificata in un mostro che, dall'alto dei cieli, schiaccia l'umanità e la tiene in scacco. Ed è in questo contesto che viene presentato Epicuro, simile a un eroe omerico che sfida il temibile mostro, fu il primo ,secondo Lucrezio, che osò varcare con la ragione i limiti umani per entrare nei segreti profondi della natura ricercandone i veri principi, quei principi che erano stati traviati dalla superstizione e dal timore verso gli dei. La terminologia usata e le singolari metafore come quella che vede Epicuro scardinare letteralmente le porte della natura e l'inarrestabile forza d'animo con cui reagisce il filosofo di fronte alla religione varcando le infuocate mura dell’universo del ' 500 di Giordano Bruno. Bruno infatti ci parla di eroici furori, i quali spingono l'uomo v, può trovare un collegamento con la filosofia erso la conoscenza profonda delle cose con una spinta erotica; questa spinta porta l'uomo a varcare i propri limiti e a conoscere i fondamenti della natura, con una totale fusione fra soggetto e oggetto .Dopo l'elogio di Epicuro abbiamo subito un exemplum che in maniera argomentativa e non scientifica ci illustra quanto la religione abbia recato male: abbiamo qui la vicenda di Ifianassa o Ifigenia, la giovane figlia di Agamennone sacrificata dal padre per ottenere dagli dei un tranquillo viaggio verso Troia. La descrizione è molto dettagliata e viene da provare una forte compassione non solo per il fatto che la giovane sta per essere sacrificata come una bestia ma anche per il fatto che è stata attratta con l'inganno dal padre, che gli promise false nozze. Tuttavia nel brano viene omessa la tradizione secondo la quale Ifigenia sarebbe stata sostituita da una cerva prima che fosse sacrificata; forse questo avrebbe attenuato il tono drammatico di questo episodio, mantenendo pur sempre il significato di base, cioè che l'uomo è spinto a commettere atti crudeli anche per la religione e per avere il favore degli dei. Finora Lucrezio ci propone un' ampia argomentazione sulla filosofia epicurea ricca di metafore e di immagini, ben rese con il fonosimbolismo delle parole; ma adesso ha inizio l'esposizione della tesi atomistica ,che viene sempre supportato dalla presenza di metafore e di esempi pratici facilitanti la comprensione: la ricorrente conciliazione delle spiegazioni scientifiche con le metafore rivela forse l'intento divulgativo non solo riservato ad una elite colta. La dimostrazione procede in alcuni casi per assurdo oppure viene dimostrata l'assurdità delle teorie che sono in contrasto con il pensiero dell’autore . Il primo principio che ci viene presentato è quello secondo cui nulla nasce dal nulla. Lucrezio nell'affermare questo fondamento fa un richiamo alla paura e all'ignoranza, la quale ha spinto l'uomo ad attribuire ai principi che non conosceva, un'origine divina; il mito infatti era nato inizialmente come tentativo razionale dell'uomo di dare determinate spiegazioni dei fenomeni naturali. Lucrezio adesso si accinge a spiegare per assurdo come sia possibile che nulla nasca da nulla con una serie di esempi molto semplici ; si chiede infatti come mai dalle acque non nascano uomini oppure come mai gli alberi non siano in grado di produrre qualunque frutto. Lucrezio dunque sostiene la necessità dell'esistenza di principi simili comuni a una determinata specie, che come i corredi genetici,ne determinino i caratteri; assimilando questi principi agli atomi, la filosofia epicurea secoli fa aveva già intuito che ci dovesse essere un principio informazionale che si trasmettesse al momento della nascita cioè il DNA .Dopo una serie di dimostrazioni dell'esistenza di questi principi, che determinano anche la crescita degli esseri in un determinato arco temporale, si giunge a cogliere il pessimismo di Lucrezio: infatti secondo il poeta il mondo non sarebbe stato creato per gli uomini, poichè nel dominarlo si spende fatica , escludendo così l'esistenza di una provvidenza divina che favorisce l'uomo. Dopo aver spiegato che esistono dei ''semi'' comuni a determinate specie che ne determinano l'origine, che sono la parte più piccola della materia e quindi indivisibili e che infine si disgregano dal corpo senza dissolversi( altrimenti si causerebbe l'annullamento della materia), Lucrezio determina la necessità del vuoto. Il vuoto è lo spazio dove si muovono gli atomi con un moto casuale, senza di esso si formerebbe una massa unica poichè la funzione dell'atomo è quella di offrire resistenza e opporsi( ci viene spiegato questo con un paragone sul vento, il quale quando molto forte è in grado si spostare le cose).Interessante è anche la definizione che ci da del tempo: secondo Lucrezio infatti il tempo viene determinato dall'avvertimento di ciò che è passato e dal movimento,quindi senza materia in movimento non esisterebbe nemmeno il tempo dal momento che è solo una percezione razionale. Si inizia adesso con la confutazione delle ipotesi moniste di Eraclito, il quale sosteneva che l'elemento fondamentale dell'universo fosse il fuoco,e si accennano Anassimene e Talete i quali vedevano l'arche nell'aria e nell'acqua, si passa infine alla confutazione delle teorie che escludevano il vuoto come quelle di Anassagora .Infatti Anassagora di Clazomene pur sostenendo l'esistenza di piccole parti uguali nei corpi chiamate omeomerie (termine che offre spunto a Lucrezio per lamentarsi della povertà lessicale della lingua latina,in quanto parola greca ),afferma che non esiste il vuoto ne che vi sia limite alla divisibilità di queste parti uguali che si trovano in presenza uguale in ogni corpo : Lucrezio ritiene che in ogni corpo non ci possa essere il principio di tutte le cose, altrimenti da tutto nascerebbe tutto e tutto sarebbe in tutto ; per esempio Lucrezio ci dice che il fuoco si genera dall'attrito e non perchè all'interno del legno vi sia naturalmente un principio di fuoco. Il famoso paragone della poesia con il miele, si trova all'interno di un' elogio dell'attività stessa di Lucrezio. Il poeta in questa auto celebrazione si mostra estremamente ispirato dalle muse e mette in risalto il proprio ruolo di poeta che deve far conoscere una dottrina necessaria al bene comune e al superamento del dolore. Si intuisce inoltre la consapevolezza che ha Lucrezio di scrivere un'opera originale in quanto ritiene di essere cinto da corone di fiori che le muse mai hanno cinto attorno ad altre tempie. Dopo questa digressione poetica si ritorna all'argomento espositivo, con l'introduzione della teoria dell'illimitatezza dell'universo. Per far comprendere meglio questa teoria si ricorre all'esempio dell'arciere: qualunque sia la posizione dell'arciere che scaglia la freccia verso un punto lontano vi sarà senza limite un altro punto confinante da cui scagliare le freccia. Inoltre se l'universo fosse limitato, allora la materia si addenserebbe verso il basso e causerebbe la stasi degli atomi; quindi è necessario che non ci sia un limite fisico che causerebbe l'ammassarsi di tutto. Il primo libro dunque si chiude con la conseguente dichiarazione che l'universo non ha centro; infatti era una concezione antica che tutto tendesse verso un centro, ma questo centro non può sussistere in un universo infinito, pertanto questo punto deve essere inteso come un centro relativo, che esprime la differenza fra alto e basso. Nel finale inoltre vi è un'ultima esortazione al lettore: l'uomo infatti deve fare continue supposizioni sulla natura e usare il ragionamento per giuste considerazioni, pertanto il mondo non è quella realtà sibillina, oscura e governata solo dagli dei, ma è una realtà fisica che, anche se non può dominarla del tutto, l'uomo può conoscerla nelle sue fattezze.
11 - Alunna: Federica CICCARINI
Classe II Liceale sez. A
Argomento: l'amore in
Saffo e in Catullo
“Ἕροσ
δηὖτέ μ᾽ ὀ λυσιμέλης δόνει,
γλυκύπικρον ἀμάχανον ὄρπετον.”
“Di nuovo mi assilla Eros che scoglie le membra,dolceamara invincibile
creatura..”
(Saffo,fr 130 Voigt-trad.F.Ferrari)
“Odi et amo.Quare id faciam,fortasse requiris.
Nescio,sed fieri sentio et excrucior.”
“Odio e amo.Forse mi chiederai come sia possibile;
non so,ma è proprio così,e mi tormento.”
(Catullo,carme 85-trad.S.Quasimodo)
Saffo:poetessa greca nata nel 640 a.C a Lesbo e fondatrice del Tìaso
(confraternita religiosa consacrata alle Cariti ed Afrodite) nel quale prepara
le fanciulle che ospita alla futura vita matrimoniale. Durante il periodo di
formazione possono nascere amori di tipo omossesuale,visti anche con valenza
educativa,che rappresentano il tema centrale dei componimenti saffici.
Catullo:Gaius Valerius Catullus nasce a Verona nell' 84 a.C e muore a Roma nel
54 a.C: poeta romano. Frequentatore di ambienti politici, intellettuali e
mondani e conoscente di Gaio Memmio e Cornelio Nepote. Ha contatti ostili con
Cesare e Cicerone; con Licinio Calco e Elvio Cinna fonda un circolo privato
per tendenze letterarie. Tra le sue opere i carmi sono incentrati sull'amore
del poeta nei confrenti diLesbia.
Ma che legame esiste tra i due? Sicuramente non è un caso che Clodia(sorella del
tribuno Clodio) sia stata soprannominata da Catullo:”Lesbia”,come non sembra
essere una coincidenza il fatto che il carme 51, che apre la vicenda tra il
poeta e la sua amata, abbia come modello una lirica saffica. Entrambi i poeti
hanno il primato di aver portato nel loro ambiente il tema dell'amore,amore
inteso come forza potente che davasta chi ne è colpito senza rendere più in
grado di controllare la propria razionalità a tal punto che,se abbandonati,si
desidera la morte. Quell'amore che(come nel carme 51) solo per un sorriso ti dà
la felicità,ti toglie l'uso dei sensi, la voce non riesce più ad uscire,la
lingua si intorpidisce,le orecchie non sentono più suoni se non ronzii e gli
occhi vedono offuscato. Quell'amore che inebriato della bellezza della persona
che si ama ce la fa paragonare alla luna che con la sua luminosità copre
tutte le atre stelle o ad una mela che è nel ramo più alto ed è la più bella:non
è stata colta ancora da nessuno.
Sia Saffo che Catullo sono stati vittime di Afrodite ed Eros e ciò comporta che
la loro esistenza nel momento dell'innamoramento sia contraddistinta
dall'alternarsi di sentimenti quale la gioia(anche per piccole cose
essenziali),la speranza(di essere amati come si ama),la malinconia(che porta a
rimpiangere
i momenti sereni nei giorni di dolore) e alla fine la
disperazione per l'amore perduto. Tuttavia la poetessa è destinata a restare
sempre delusa dal sentimento che prova o per una mancanza d'amore dall'altra
parte o perchè la fanciulla che è oggetto del desiderio deve abbandonare il
Tiàso in quanto destinata in sposa ad un uomo. E qui Saffo scopre il senso
dell'abbandono e la gelosia,che la tormenta,la logora così come fa con Catullo
quando scopre le “avventure” della sua Lesbia. Ora potremmo chiederci come mai,
difronte all'evidenza di un sentimento non ricambiato o impossibile da
concretizzarsi,ci sia da parte dei due poeti l'ostinazione nell'amore.La
risposta ci viene data da loro stessi,che introducono il motivo della
contrapposizione tra la ragione ed ed il sentimento:le offese ricevute
costringono l'amante ad “amare magis,sed bene velle minus”(ad amare di più,ma a
volere meno bene:inteso piuttosto come stima). Non possono fare a meno di
amare,ma se amare diventa quasi sinonimo di soffrire,i due a questo sono
destinati. Il punto di lontananza tra Saffo e Catullo è rappresentato dalla
condizione iniziale con cui si approcciano all'amore:mentre il primo,anche nei
momenti bui,mentiene la speranza che le sue preghiere si realizzino fino a
fargli vivere in pieno il suo sentimento ed
essere ricambiato,la seconda gìà in partenza si mostra arresa per la
consapevolezza di non poter vedere il suo sogno d'amore in atto.
12 - Sig.ra Maria Luisa CIPRIANI
Classe III Liceale sez. A
Argomento: la storia "magistra vitae"
La ricostruzione tecnica e cronologica degli avvenimenti da sempre costituisce per gli uomini un fattore di grande importanza. Attraverso le conoscenze del passato l’uomo potrebbe programmare il futuro, come bene c’insegna Giovan Battista Vico con il suo ”Corsi e ricorsi storici” e ricordando l’uomo può togliere al tempo quella finitezza e precarietà e caducitàdella vita stessa. I greci consideravano il mito = storia, come racconta Omero con l’Iliade e il patrimonio mitico la prima palestra storiograficaalla quale attinsero gli scrittori da Ecateo di Mileto che Erodoto chiama suo predecessore fino a Senofonte. Come per la tragedia che sfocia nella commedia e causa anche della decadenza delle Polis, così anche la storiografia cambierà da orale a scritta con l’avvento e la diffusione del libro, cambiando anche come ricerca di verità degli avvenimenti che avranno una rilevanza scientifica.
Lo scrittore antico che più si avvicina allo storiografo è Tucidide vissuto dal 460 al 399, il primo che ricostruisce la storia attraverso la ricostruzione dei fatti, le motivazioni e le testimonianze dirette, metodo non usato né da Ecateo né da Erodono. Nella “Storia” Tucidide ricostruisce la storia dei popoli del Peloponneso e nella prima parte dell’opera, chiamata “Archeologia” ci descrive la purezza di Troia, non come aveva fatto Omero con una visione del Mito e dell’influenza degli dei negli avvenimenti raccontati, ma con una visione laica e antropocentrista. Sarà il primo scrittore laico del tempo e il primo che lascia l’uomo libero nel suo destino, con il solo “libero arbitrio senza l’intervento divino, solo con la sua ”Tyche". L’altro grande storico che segue Tucidide è Senofonte, nato ad Atene nel 430 e morto a Corinto nel 353 che ricostruisce l’ultima parte della guerra del Peloponneso interrotta da Tucidide, ma nelle sue opere si nota un passo indietro rispetto al suo predecessore. Senofonte ricostruisce la storia attingendo alle sue esperienze personali ma trascura la metodologia della ricerca delle fonti usata da Tucidide e inserisce di nuovo nel racconto una visione mitica e presagistica della storia. I Romani attingeranno dalla storia greca le notizie per la loro storiografia come faranno Polibio, Dionoro Siculo e Plutarco che nelle “Vite Parallele” accosta le biografie di personaggi greci e romani dando per la prima volta alla storia una visioneuniversalistica anche se più biografica ed etica che non storiografica. Nell’umanesimo si riscopre il mondo classico e la storiografia greca avrà una grande importanza. Studiosi come Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini traduranno con grande interesse Senofonte e Dionoro; Lorenzo della Valle tradurrà Tucidide pubblicherà Erodoto. In Italia l’interesse per la storiografia greca termina con Carlo Sifonio che nel 1564 pubblica “De repubblica Athenienum” prima monografia dello stato ateniese con studi cronologici, analisi della costituzione, e delle evoluzioni che avrà il regime democratico da Solone a Pericle, con studi approfonditi sulle magistrature, assemblee, e cariche civili .
13 - Alunna: Eleonora TORRI
Classe III Liceale sez. A nell'a.s. 2008/9
Argomento: analisi del cosiddetto "complesso di Edipo"
Penso che il complesso edipico sia una delle massime espressioni di pensiero e della letteratura non solo greca ma anche del mondo occidentale. Sono state fatte varie interpretazioni e continueranno ad essere fatte probabilmente senza fine su questo tipo di complesso che costituisce un modello di ispirazione per vari poeti e drammaturghi oltre che per artisti e musicisti. Ho deciso quindi di approfondire meglio questo argomento partendo da un confronto fra L’Edipo Re di Sofocle e quello si Seneca per poi passare all’analisi freudiana. Alla base del complesso edipico sta infatti la tragedia sofoclea “L’Edipo Re”. Edipo infatti, re di Tebe indaga su colui che avendo assassinato il vecchio re Laio , ha attirato l’ira degli dei sulla città in cui scoppia una epidemia. Dopo il responso dell’oracolo di Tiresia, Edipo viene a conoscenza che l’assassino è proprio lui e sarà un messo corinzio a rivelargli che suo padre non è Polibo ma è stato da questo adottato ancora neonato. Laio infatti, spaventato da un oracolo che aveva predetto che sarebbe morto per mano di proprio figlio, aveva incaricato un servo di abbandonarlo sul monte Citeronte, ma questo in realtà poi lo consegnerà ad un pastore del re Polibo. Anni dopo Edipo esule volontario da Tebe per sfuggire all’oracolo dato anche a lui, aveva incontrato Laio in una strada di campagna e non conoscendo la sua identità lo aveva ucciso. Giunto poi a Tebe risolve l’enigma della Sfinge e sposa la madre Giocasta avendo da lei due figlie e due figli. Preso poi dall’orrore per la sua doppia colpa, Edipo si acceca dopo il suicidio della moglie madre e si avvia verso un esilio volontario. Non sono l’assassinio o l’incesto ad aver attirato su Edipo la rovina, ma il fatto che lui, confidando sulla potenza dell’uomo, abbia cercato di evitare il proprio destino fuggendo da Corinto. La vera cecità di Edipo è quella di trionfare sui divini enigmi della sfinge; preso dalla certezza di aver evitato un crudele destino, non vede la realtà e fino all’ultimo si rifiuta di credere a quello che ha fatto una volta venutone a conoscenza. Sofocle introduce il tema della cecità autoinferta alla fine di un processo di ricerca e di conoscenza di se stesso; diviene infatti l’emblematica cicatrice di un tragica volontà di sapere; un sapere che non potrà mai essere conosciuto in quanto l’uomo è “condannato” al proprio destino che non può conoscere. Facendo un confronto con Seneca possiamo vedere come questo, riprenda a grandi linee la vicenda della tragedia sofoclea ma con sostanziali novità. In entrambi Edipo, si dimostra disperato, ma mentre in Sofocle si acceca dopo il suicidio della madre-sposa Giocasta; in Seneca ciò avviene prima e la madre non si impicca ma si suicida con la spada del figlio e del marito. Mentre in Sofocle il gesto di Edipo è quasi del tutto naturale e spontaneo, Seneca risulta moto più teatrale. L’elemento più importante e significativo che determina la differenza fra i due scrittori è però il fatto che in Sofocle, Edipo, dal terrore derivato dalla realtà che gli è piombata addosso, tornerà presto all’umanità che gli è propria; in Seneca invece il suo turbamento resterà senza soluzione. L’Edipo di Seneca infatti ha perso ogni fiducia ed è immerso in una disperazione che non avrà mai riposo; l’Edipo di Sofocle dopo lo smarrimento iniziale riacquisterà l’equilibrio interiore e dimostrerà molta umanità come possiamo vedere sia dall’incontro con le figlie prima dell’abbandono, che dal dialogo con Creonte al quale Edipo mostra molta gratitudine. La tragedia di Sofocle diviene un’indagine dell’uomo su se stesso, è paradigma dell’uomo che conosce la propria condizione di sofferenza; quella di Seneca è paradigma della condizione umana sconvolta, di un mondo in cui opera oscuratamene un caos assoluto. Diversamente dall’Edipo di Sofocle che parte dall’ignoranza per arrivare poi alla verità, quello di Seneca si sente subito oppresso interiormente, si sente già responsabile dei mali di Tebe, dannato dagli dei come il mondo che lo circonda. Un mondo del genere non può essere compreso razionalmente, tanto che gli stessi presentimenti di Edipo sono frutto di un processo sicuramente non razionale: ( il rito di Tiresia, evocazione dello spirito di Laio).
La vicenda di Edipo come ho detto inizialmente sta alla base dell’analisi freudiana. Il complesso di Edipo, ossia la relazione del bambino con i genitori, costituisce infatti il momento più importante dello sviluppo della sessualità e di tutta la vita psichica dell’individuo. E’ una relazione così universale che l’umanità ne ha avuto percezione fin dai tempi più antichi, come dimostra il mito greco di Edipo, che è alla base della tragedia di Sofocle. Il termine “complesso” è spesso stato usato in modo superficiale ma in realtà indica un insieme di rappresentazioni e affetti legati fra loro. La relazione edipica è un insieme strutturato di fantasie, affetti e desideri che il bambino forma, fra i 3 e i 5 anni, nella relazione con i genitori. E’ un complesso “nucleare” a cui si riducono tutti gli altri: tutte le nevrosi che la psicoanalisi intende curare hanno origine nei conflitti irrisolti della fase edipica.
Nelle fase genitale, per il bambino i genitali diventano la zona esogena primaria ma con lo strutturarsi del complesso di Edipo, il bambino sceglie un oggetto esterno al proprio corpo che cessa di essere l’unico strumento di piacere e il centro del mondo. Il bambino ha infatti bisogno di affetto e protezione, quindi prova affetto per i genitori che glieli danno; ma nello stesso tempo ha paura che possano toglierglieli. E’ soprattutto attaccato al genitore del sesso opposto: il maschio ad esempio “ama” la madre e percepisce il padre come un rivale che gliela porta via. Prova quindi ostilità verso di lui e teme di essere privato dei genitali che sono la sua scoperta più recente. Questa paura è detta da Freud “complesso di castrazione”. Nonostante il bambino veda il padre come un rivale, nello stesso tempo ammira la forza del padre che considera un modello; è preda di sentimenti contrastanti tanto che Freud parla di ambivalenza. Il complesso di Edipo è secondo Freud universale: vale per tutti gli esseri umani. E’ all’origine della morale della religione e della civiltà. In TOTEM E TABU’ che è la prima applicazione della psicoanalisi all’antropologia, possiamo comprendere l’universalità del complesso. Gli uomini primitivi secondo Freud vivevano in orde, ossia gruppi dominati da un maschio prepotente, un padre padrone, che teneva tutte le donne pre se e soggiogava i figli, impedendo loro di unirsi con quelle. I figli lo amavano e ammiravano per la sua forza, ma al tempo stesso lo odiavano perché si opponeva al soddisfacimento dei loro istinti. Un giorno si ribellarono, lo uccisero e lo mangiarono. Poi, oppressi dal senso di colpa, trasferirono su
Un sostituto del padre un totem. Vietarono l’uccisione di questo totem e stabilirono, per evitare il ripetersi della tragedia, di rinunciare alle donne che ora erano disponibili. Il padre-totem oggetto di amore ma temuto, divenne col tempo dio delle religioni monoteistiche. Le tribù però periodicamente uccidono il totem con un rituale preciso e poi lo mangiano; proprio per questo Freud para di ripetizione simbolica di quel dramma originario. La memoria di quell’evento si conservò nel patrimonio ereditario di tutti gli uomini: alla nascita ognuno di noi secondo Freud ne porta le tracce nella psiche; per questo la relazione edipica è universale. I discendenti degli uccisori sono oppressi dal senso di colpa, non per un atto che non hanno commesso, ma per desideri inconsci e rimossi che si portano dentro. I due divieti del totemismo: non uccidere il padre e non commettere incesto, sono i due crimini di Edipo e i desideri primitivi del bambino. In realtà la tesi di Freud è insostenibile scientificamente. Freud crede che la memoria di un evento reale potesse diventare biologicamente ereditaria nei discendenti dei protagonisti di quell’evento. Le caratteristiche fisiche o psichiche acquisite dall’individuo non si trasmettono alla discendenza. Non ci sono prove che siano mai esistite orde primitive dominate da un maschio; la proibizione dell’incesto si spiega piuttosto con i vantaggi che derivano dall’esogamia cioè dal fatto che si ammettono solo le unioni sessuali con membri di altri gruppi familiari o tribali. Freud era convinto che la malattia mentale facesse riaffiorare comportamenti e idee tipici del passato evolutivo dell’umanità, che facesse regredire la mente adulta e evoluta verso forme psichiche tipiche di una fase anteriore, arcaica o infantile, dell’evoluzione. Nella figura del padre primordiale Freud vede l’origine del dio delle religioni monoteistiche. Questo tema è sviluppato nell’AVVENIRE DI UN’ ILLUSIONE. Alla radice di tutte le rappresentazioni religiose di Dio come essere onnipotente, Freud sostiene che sta il rapporto del figlio col padre temuto e amato. Il monoteismo proietta nel cielo la figura del padre. I sentimenti che formano il complesso paterno si rafforzano nell’adulto con il senso di paura e di impotenza di fronte alla natura ostile. Le rappresentazioni religiose sono illusioni, che traggono efficacia dalla forza dei desideri umani, ai quali offrono soddisfazioni illusorie. La religione svolge tre funzioni: esorcizza il terrore della morte della morte, riconcilia l’uomo con la crudeltà del fato e compensa gli uomini delle sofferenze che la vita associata impone loro inevitabilmente. Le svolge servendosi di forze emotive, indebolisce le forze della ragione, le sole che possono alleviare realmente il destino dell’uomo su questa terra. La religione è come la nevrosi. I riti religiosi presentano analogie con i rituali dei nevrotici ossessivi. Mediante cerimonie ripetute sempre nello stesso modo, sia i nevrotici che i fedeli si proteggono dal riemergere di pulsioni, fantasie, desideri repressi. Il fedele si dichiara colpevole, chiede perdono e si purifica così come il nevrotico si lava di continuo le mani, spinto dal senso di colpa inconscio per le proprie fantasie. Il complesso di Edipo è stato oggetto di molte critiche. E’ focalizzato sul bambino maschio e relega in secondo piano lo sviluppo della femminilità nella bambina. Ci sono state molte psicoanaliste donne che si sono impegnate a studiare lo sviluppo della femminilità e a rivedere la concezione dell’Edipo. Ci sono culture in cui il padre non riveste le funzioni repressive che gli attribuisce Freud. In altre vige la discendenza in linea materna che diventa la figura centrale. Secondo alcuni psicoanalisti ogni cultura non ha il suo complesso nucleare, ma è sufficiente che ogni cultura abbia una persona o un’istituzione che incarni l’istanza autoritaria e interdittoria che nella nostra è svolta dalla figura paterna. Questa revisione della teoria edipica apre molti problemi. Se in una società matriarcale ed esempio, lo sviluppo psichico del bambino segue un orientamento diverso da quello che avviene nella società patriarcale, non si deve supporre che il complesso di Edipo anziché essere una costante biopsichica, sia una caratteristica delle società autoritarie? Non abbiamo una risposta precisa su questo in quanto il complesso di Edipo è oggetto di molte discussioni che probabilmente non finiranno mai.