RICERCHE DEGLI STUDENTI

TRIENNIO LICEALE SEZ. A

Liceo-Ginnasio "A.Poliziano" di Montepulciano

Docente di latino e greco: prof. MASSIMO ROSSI

 

 

Il prof. Massimo Rossi è lieto di rendere pubbliche, in questa sezione ed in questa pagina del suo sito, le relazioni di approfondimento di latino e greco elaborate dai suoi alunni nell'anno scolastico 2008/2009. Purtroppo questa attività, per la quale il titolare del sito ha ottenuto riconoscimenti a livello nazionale, per alcuni anni scolastici (dal 2005 al 2008) si era interrotta, sia per i suoi pressanti impegni editoriali che per la minor disponibilità degli alunni rispetto a quelli degli anni precedenti; il prof. Rossi è riuscito però a riprenderla in quest'anno scolastico 2008/9 e spera di farlo anche nei successivi, adesso che, dopo aver terminato un progetto durato ben quattro anni e precisamente la compilazione della sua nuova storia letteraria Scientia Litterarum, può usufruire di un tempo libero lievemente più ampio.

Di questi lavori autonomi e personali degli studenti il prof. Rossi si dice orgoglioso, giacché per loro mezzo intende dimostrare come anche nel tempo attuale, in cui tante critiche vengono mosse alla scuola ed ai suoi operatori, sia invece possibile svolgere un lavoro serio, proficuo ed anche culturalmente elevato. La pubblicazione di queste ricerche sulla rete internet, oltre che per dimostrare la qualità del lavoro degli alunni e del docente che li segue, ha lo scopo di fornire spunti di riflessione e di approfondimento a tutti coloro - studenti, docenti, cultori delle materie umanistiche - che nutrano interesse per le grandi tematiche della letteratura greca e latina.

Il prof. Massimo Rossi fa presente che tutti i lavori riportati in questa sezione web sono stati compilati in modo personale ed autonomo dagli alunni, senza alcun aiuto o suggerimento da parte del docente. Gli alunni stessi si sono resi garanti dell'autenticità ed originalità di quanto da essi scritto, ed hanno fornito espressamente il loro consenso alla pubblicazione in rete dei propri lavori ed all'apposizione delle loro generalità. In base alle leggi vigenti è vietata la riproduzione di questi scritti senza l'espresso consenso scritto degli autori. Per qualunque informazione sulle ricerche degli studenti, si prega di comunicare via e-mail con il titolare del sito.

Le relazioni sono suddivise sulla base della classe frequentata dai ragazzi, a iniziare da quelle della I Liceale per arrivare a quelle della III, la classe che in questo anno 2009 affronterà l'Esame di Stato.

 

1 - Alunna:  Federica CICCARINI

     Classe I Liceale sez. A

     Argomento: l'Aulularia di Plauto

     Nell’analisi della commedia di Plauto una prima riflessione può essere fatta sul titolo stesso dell’opera:”la commedia della pentola”,ovviamente in riferimento al contenitore dentro cui il protagonista nasconde il suo tesoro. La vicenda si svincola seguendo due filoni che vedono da una parte l’avaro intento nel nascondere il suo prezioso segreto e dall’altra le peripezie amorose della figlia che viene incastrata in un matrimonio di convenienza, pur essendo rimasta incinta dell’uomo che realmente ama,ma che non può sposare perché sprovvista,almeno così crede,di dote.

Euclione,personaggio stravagante e comico per la sua esasperata avarizia,trova nel suo focolare una pentola, nascosta lì dal padre del nonno, contente dell’oro. Tale scoperta porta il personaggio a basare la sua vita sul suo tesoro, vivendo nel terrore che questo gli venga sottratto e portandolo a non fidarsi più di nessuno. Riguardo questa sua diffidenza e emblematico del fatto che fa ruotare la sua esistenza intorno alla pentola è l’incontro che Euclione ha con Megadoro. Infatti il vecchio e ricco vicino di casa dell’avaro si reca da questo con lo scopo di chiedere la mano della figlia Fedra, pur se priva di dote, ma compie l’errore di annunciarsi manifestando il bisogno di parlare di una questione importante. Il pensiero dell’uomo cade subito sul terrore che il suo segreto sia stato scoperto e anche durante il dialogo si allontana, quando sente dei rumori , convinto che qualcuno stia spostando la sua pentola. Nonostante la diffidenza tuttavia decide di acconsentire ed è così che dà inizio ai preparativi. In tale circostanza non mancano,ovviamente,episodi in cui il terrore dell’avaro viene manifestato: uno dei cuochi incaricati di cucinare per le nozze viene sorpreso con un coltello in mano e questo per l’esasperazione di Euclione non è che un chiaro sintomo della volontà di volersi impossessare della pentola. Spaventato il protagonista della commedia arriva alla conclusione che è giunto il momento di cambiare il nascondiglio bel suo tesoro. Si reca dunque in quello che reputa il posto più sicuro che ci possa essere:il Tempio della Buona Fede,ma,dopo aver sistemato la sua reliquia viene udito dal servo di Liconide (il ragazzo da cui la figlia di Euclione attende un figlio) mentre prega affinché il suo tesoro sia ben lontano da pericoli. L’avaro, pertanto, non è più l’unico a conoscenza dell’esistenza della pentola ed è proprio tale consapevolezza che lo spinge a modificare nuovamente la collocazione del suo tesoro. Ma il servo,deciso ad avere ciò che vuole,si reca nel boschetto di Silvano e si prende la sua tanto ambita pentola. Questo mutamento dei fatti fa sì che la vita di Euclione venga vista come perduta in quanto senza più una ragione. Si colloca in questo momento un altro episodio contrassegnato dal malinteso verificatosi tra l’avaro e Liconide che finalmente decide di confessare la sua avventura con Fedra. Infatti se il primo,convinto che il furto effettuato del servo sia stato commissionato a questo dal padroncino innamorato,parla della sua grave mancanza,il secondo non vuole far altro che scusarsi per aver sottratto al suo interlocutore un qualcosa di estremamente prezioso(riferendosi alla figlia).

Tuttavia l’equivoco viene sciolto e Euclione ammette tutta la verità raccontando come realmente sono andati i fatti.

Pertanto quando il servo si presenterà da Liconide dichiarando di essere in possesso della pentola e chiedendo la sua libertà, sarà costretto a restituirla al suo legittimo proprietario. È a questo punto che si conclude la commedia di Plauto. Probabilmente l’avaro utilizzò il denaro in suo possesso come dote per far sposare Fedra con Liconide. Tutto lo schema adottato è organizzato sotto dei precisi punti: l’amore di due giovani ostacolato da qualcosa o da qualcuno,i n questo caso dalla presupposta mancanza di dote, il servo furbo che riesce ad ottenere ciò che vuole prendendosi gioco di una persona e un protagonista contrassegnato da un suo difetto. Il personaggio di Euclione risulta particolarmente simpatico per l’esasperazione con cui affronta il possesso della pentola, diventando quasi maniacale nella sua fobia che il suo tesoro gli venga sottratto. Chiedere ad un ladro di mostrargli anche una terza mano non è da tutti, denota sicuramente una situazione di estrema confusione mentale creata dalla forte insicurezza in cui il personaggio vive. Comunque, se realmente l’avaro alla fine ha utilizzato la sua pentola per fare la dote alla figlia, questo improvviso mutamento di carattere, probabilmente dato da una trasformazione della scala dei valori,è in grado di annullare ogni precedente sbaglio o situazione esasperata.

 

2 - Alunna:  Margherita BARNESCHI

     Classe II Liceale sez. A

     Argomento: il Filottete di Sofocle

La tragedia sofoclea “Filottete”,rappresentata nel 409 a.C. , contiene numerosi ed interessanti temi: quello centrale tratta della solitudine e dell’emarginazione. Filottete, durante il viaggio verso Troia della spedizione ellenica, viene abbandonato dagli Atridi e da Odisseo sull’isola di Lemno, a causa dell’insopportabile fetore emanante dalla sua ferita al piede (procuratagli da un serpente per volere divino, poiché aveva profanato un tempio e quindi peccato di hybris), unito alle grida. Confinato solo e malato nell’isola inospitale, il protagonista è vittima non solo di una solitudine sociale, ma fisica, dal momento che è tormentato da una terribile piaga e da un atroce dolore, e persino metaforica e politica, poiché Filottete è l’incarnazione di un mondo di valori eroici assoluti, lontani da ogni compromissione con il potere, rappresentato da Odisseo e dagli Atridi. L’animo del figlio di Peante è così pieno di rancore per le offese ricevute da quest’ultimi, che non osa nemmeno prendere in considerazione le promesse di guarigione che otterrebbe a Troia grazie all’arte medica degli Asclepiadi. Egli forse non considera esse perché convinto ormai che la malattia sia diventata parte inscindibile di lui (non a caso si riferisce a se stesso con espressioni di non considerazione come”vano fantasma”,”ombra di fumo”). Tuttavia, grazie a tale dolore, Filottete acquista una dimensione tragica e Neottolemo, sin dall’inizio contrario all’inganno di Odisseo,capisce di dover rimanere fedele alla propria natura, fusis ,costituita da valori etici,  contrapposti a quelli militari e politici di Odisseo. Ecco quindi il tema della sofferenza intesa come elevazione spirituale. Anche Filottete segue il percorso, tipico dell’eroe tragico, di peccato di hybris (nel suo caso per aver profanato il tempio), di sofferenza (essere abbandonato nell’isola,condannato al dolore e al fetore della ferita) e di catarsi (rintracciabile nel saluto del protagonista a Lemno, che tanto lo ha fatto penare). Esso però è ben diverso dal pathei mathos di Eschilo, dal momento che questo ritiene che gli Dei abbiano sempre un disegno positivo per l’uomo, al quale viene inflitto il dolore per il bene e la conoscenza di se stesso; mentre in Sofocle, sicuramente più pessimista, l’uomo si ritrova solo davanti al destino, senza poter capire il perché del suo dolore. Un  altro tema importante all’interno della tragedia è quello dell’agire umano, ovvero del saper prendere una decisione, tipicamente sofocleo. Come Antigone deve decidere se dare o meno la sepoltura al fratello,Edipo se continuare o no l’indagine che lo porterà alla sua condanna, così vale per Filottete, che non sa se partire con il figlio di Achille verso Troia, e Neottolemo, che non sa se mentire o no al protagonista e se riportarlo a casa o nella città di Priamo. Alla fine il primo rifiuta di recarsi sua sponte a Troia, mentre il secondo rinuncia all’impresa troiana e decide di riportare Filottete nella sua patria,andando incontro ai rischi che tale decisione comporta. Ma il destino prevede che Troia debba cadere per mano di Filottete, perciò Sofocle, perché ciò accada, ricorre a un espediente molto caro ad Euripide: il deus ex machina. Ecco che scende dall’alto Eracle, che convince Filottete e Neottolemo a partire alla volta di Troia. Tale intervento è funzionale al rovesciamento della decisione di entrambi. Prima di salpare verso la città di Priamo, il protagonista si rivolge all’isola dove tanto ha sofferto con una certa nostalgia. Qui, proprio alla fine della tragedia, l’intuizione psicologica di Sofocle è molto sottile: Filottete infatti non tanto prova  nostalgia per il luogo,ma per il proprio ego che lì ha saputo resistere alle intemperie e alle difficoltà, che adesso sono solo un ricordo.

 

3 - Alunna:  Carlotta BURACCHI

     Classe II Liceale sez. A

     Argomento: Modernità e fortuna del mito di Prometeo

Quello di Prometeo si direbbe il mito per eccellenza circa modernità e fortuna, dal momento della sua prima apparizione avvenuta in Esiodo seguì infatti una notevolissima diffusione. Non solo è passato alla storia grazie al primo tragediografo greco Eschilo, quello che potremmo considerare il “Dante dell’antichità”, ripreso addirittura dall’apologeta Tertulliano che ne interpretò il protagonista come “la prima figura di Cristo: colui che soffre in nome dell’umanità”, dopo l’oblio del Medioevo e la sostanziale indifferenza rinascimentale fu oggetto d’attenzione di W.Goethe ed assunse importanza particolare durante il romanticismo quando conquistò nuovi adepti, primo fra tutti Shelley.

Non è difficile ricostruire una sorta di “cammino” per questo mito; probabilmente di origine orientale la figura del titano portatore di pyr (=fuoco) era certamente diffusa in Asia Minore, dove provenivano i parenti di Esiodo e da una compiuta elaborazione nella Grecia classica tale mito si diffuse a Roma e da qui partì “alla volta del mondo allora conosciuto”.

Ma il mito di Prometeo, come tanti altri miti diffusi sin dalle origini, soffrì tragicamente con l’avvento del platonismo e di quell’ideale – che oggi definiremmo classico – di perfezione, razionalità, armonia, quella nuova “retorica della cultura” che si impadronì, a partire dalla morte di Eschilo, dell’intero universo greco. La forza dell’uomo greco - incarnata magistralmente da Prometeo (seppur di stirpe immortale) - ovvero la capacità di sostenere la propria mortalità in fronte ad un destino certo con le armi poste a propria disposizione, l’accettazione non completamente passiva della superiorità degli dei e del fato, le qualità che permettono di fronteggiare una prospettiva nichilista opponendovi un’attiva istintualità che invece di deviare l’uomo lo innalza al culto primordiale ed originario furono completamente schiacciati dall’avvento dei filosofi (e dei tragediografi) posteriori, colpevoli di parricidio nei confronti della cultura che li aveva preceduti; colpevoli – in altre parole – di aver tramutato l’uomo in quello che Zeus si augurava fosse la schiera dei mortali al momento della condanna del titano: un ammasso di individui insignificanti nella loro risolutezza, rinchiusi entro le pieghe sempre più approfondite della propria psicologia, privi dello spirito necessario che permetteva loro di accettare il destino e totalmente asserviti agli dei.

Eschilo – in quella che sarà poi l’ottica di uno dei più grandi filosofi del Novecento, Friedrich Nietzsche – garantì una grandezza dello spirito greco che si estinse con lui.

 Ma quali sono gli aspetti del dramma che rendono così moderna la figura di Prometeo?

 Nell’interpretazione un po’ sommaria di Eschilo, il titano “che pensa prima/che vede il futuro” incarnava semplicemente il sentimento di hybris, assumeva quindi una funzione meramente didascalica ai fini di spiegare l’origine del male come tracotanza, al di là del principio tipicamente greco del medèn agan. Come osservò in modo leggermente approssimativo Gaston Bachelard, Prometeo rappresentava “il desiderio dell’uomo di diventare intellettualmente simile agli dei” e pertanto, nell’ottica greca delle origini, non solo era colpevole di un’offesa nei confronti del potere supremo incarnato da Zeus ma capace di insidiare direttamente la certezza del potere, indiscutibile centro del mondo: meritevole appieno di punizione divina.

Con Eschilo il mito assunse tinte assai più particolareggiate, rese a noi  accessibili da tutta una serie di letture che ne sono state fatte nel corso dei secoli dalla critica. Prometeo, nel dramma Eschileo, non rappresenta soltanto la ribellione ad un potere precostituito bensì la rivendicazione di un diritto che esula dalla sfera religiosa e simbolica del potere, quello di critica e di esercizio del proprio giudizio che contrariamente si lega alla sfera della coscienza personale.

Prometeo infatti non si mostra sottomesso a Zeus neppure dopo che da questi è stato punito, non trapela da parte sua alcun segno di pentimento o di volontà di riscatto; anzi, orgoglioso qual è circa le sue doti profetiche, rifiuta del tutto la prospettiva della salvezza negando di rivelare il destino di Zeus. Prometeo si oppone al percorso dell’eroe tragico in virtù del giudizio della sua coscienza, che lui considera superiore a quella del padre degli dei. Altra lettura infatti che può essere fatta è quella di Prometeo quale creatore ed assieme difensore della stirpe dei mortali, primo portatore di un’ideale di uguaglianza e di rispetto.

E’ questo un segno della complessità e della gran modernità dei problemi trattati da Eschilo, in questo caso il tema fondamentale è quello del raggiungimento di un perfetto equilibrio tra potere divino e quel nascente ideale di giustizia umana che si farà sempre più spazio a partire dal V sec. in poi.

Essendo l’essenza della tragedia delle origini la problematizzazione, la traduzione su carta di principi che potessero avere funzione aggregante, se paragonato allo scarno mito esiodeo il Prometeo incatenato testimonia una mentalità più avanzata ed è da leggere con in mente l’idea di un’esaltazione della collaborazione tra classi sociali e poli di potere opposti, ma non radicalmente antitetici.

 

4 - Alunna:  Carlotta BURACCHI

     Classe II Liceale sez. A

     Argomento: Donna: le radici della dignità

 Nel mondo moderno la donna fino ad un secolo fa relegata soltanto alla sfera muliebre o meramente vista come strumento di procreazione, ha ormai completamente riscattato la dignità del suo ruolo. Facciamo tuttavia un piccolo passo indietro, risaliamo a quelli che sono canonicamente considerati i “gloriosi albori della civiltà” poiché è fondamentale - compiendo un breve iter nella classicità – risalire alle origini per capire dove si siano situate le radici del riscatto della dignità femminile quale noi oggi la intendiamo.

Per “gloriosi albori” s’intende la civiltà greca, prima detentrice di una mentalità moderna in modo assai maggiore di quanto lo furono civiltà che le si succedettero ed in particolare risaliamo – stabilendo un costruttivo confronto sulla base del presupposto che la fragedia greca era lo specchio della società reale - ai due grandi tragediografi Sofocle ed Euripide, entrambi anticipatori di concetti che oggi sono ormai divenuti cardini della nostra società.

 Il primo che in maniera tangibile cercò di comunicare un ideale di reale rivalutazione delle donne fu colui che incarnò l’apice ed assieme il declino della tragedia greca, Euripide, il quale consacrò ben 7 opere alle donne delle quali declinò i sentimenti e le caratteristiche in ogni loro possibile sfumatura. Ma prima di passare al primo (ed ultimo) tragediografo “moderno” è utile risalire a colui che lo ha preceduto; Sofocle, vissuto nell’Atene del V sec a.C.

Testo esemplare per rendersi conto della situazione femminile vigente al tempo in cui si dispiega la sua produzione è in primo luogo le Trachinie: vediamo come alla protagonista Deianira, preda del marito in seguito ad un cruento duello, spetta solo il compito di scaldare il talamo dell’eroe. Questo semplice dettaglio iniziale, oltre all’informarci della totale assenza di considerazione umana riservata al gentil sesso ci fa già capire come qualsiasi iniziativa da una donna avanzata, qualsiasi scelta da lei compiuta venisse sempre guardata come illogica, sospetta: è il caso anche di Elettra (protagonista dell’omonimo dramma), guardata con diffidenza da Crisotemi quando questa le annuncia il tremendo piano che ha in mente, è il caso di Antigone, l’eroina sofoclea nella quale il dramma personale si acuisce al massimo fintanto che dal caleidoscopio delle immagini riesce ad emergere soltanto angoscia e la più profonda ma fiera solitudine. Antigone è forse la protagonista femminile sofoclea che tra tutte riscatta maggiormente la sua dignità: monolitica nella sua grandezza è tuttavia una donna abbandonata, anche dalla sorella. Per quanto sola tuttavia procede per la sua strada; caparbia, orgogliosa, rigida nella condotta, vive in un assoluto che rifiuta il compromesso. Antigone è al servizio soltanto della propria idea, incapace di venire a patti ed è per questo che l’umanità dolce e non coraggiosa di Ismene la offende violentemente; lei sola ed ostinata contro il fato. L’eroe sofocleo non accetta vincoli di sorta. Antigone non è un’esaltatrice della morte bensì ama profondamente la vita e lo si vede palesemente nel lamento che tira fuori quando viene portata via. Ma lungi da un tale spessore conferito ad un personaggio femminile il testo ci fa anche intuire quanto essa sia in realtà già sconfitta in partenza. Suprema perdente poiché anticonformista ma prima di tutto perché donna.

 Se quindi con Sofocle ancora non si è verificato il disarcionamento da quella visione “diffidente” che ammantava ogni figura femminile della tragedia con Euripide ci troviamo di fronte al primo vero ribaltamento dei valori del mondo antico: gli uomini, dopo essersi messi in luce per l’intrinseca debolezza e la vanità delle loro azioni di fronte al destino lasciano il posto alle donne. Un posto del tutto inusuale per la cultura greca. Decise, risolute anche sotto i colpi della dura “legge del più forte” dunque umiliate, lese nella propria interiorità le donne di Euripide sono personaggi “coscienziali”, riflessivi; la cui irrazionalità è da intendere come ultima risposta alla propria condizione ed assieme atto supremo di rivendicazione della propria vita. Di fronte alle decisioni ma anche alle semplici figure di queste eroine, delineate con superba maestria in ogni frammento dell’inconscio, ogni azione e figura maschile perde immediatamente peso tramutando esse  nei veri e propri nodi risolutori della tragedia. Sembrerebbe tuttavia che queste donne, prese così tanto da se stesse non abbiano altri valori da difendere ed invece non è così anzi una delle costanti predilette da Euripide è proprio l’indulgere nella complessità dei caratteri. Uno dei valori principali, fino ad allora mai visti nella tragedia è quello dell’amore coniugale e della fedeltà. Di fronte all’egoismo del marito Alcesti decide di sacrificarsi per la sua immortalità,  a simbolo della volontà di dimostrare quell’amore che lei prova e che in risposta non le è mai giunto. Andromaca, costretta a divenire la concubina dell’assassino di suo figlio ed umiliata costantemente dalla moglie di questi non manca di sottolineare più volte nella omonima tragedia, l’amore per il marito morto. Così la stessa Elena, ripetutamente demonizzata nella letteratura diviene in Euripide modello di castità, riscattando appieno la propria dignità morale.

Ma dove trasse l’autore spunto per una tale divergenza di valori rispetto la tradizione? Sicuramente la risposta è da cercare nella stessa Atene del V sec, teatro di guerre, faziosità interne, di polemiche ma anche terreno favorito dei sofisti che con il loro tanto propagandato relativismo stavano cambiando le sorti della Grecia tutta.

Medea ad esempio, in quello che è divenuto il monologo più famoso dell’omonima opera, testimonia tutto lo sdegno non solo nei confronti di un marito che l’ha tradita nel senso più profondo ma una polemica che va ben presto ad investire tutta la società androcratica del tempo in cui viene ambientata la tragedia che poi altro non è che lo specchio di quella nella quale vive l’autore. Così Medea col suo atto estremo annienta il potere precostituito.

Ma la donna spesso ha anche un ruolo importante non legato soltanto a se stessa. E’ nella Medea infatti che vediamo pronunciare per la prima volta da una donna mortale una difesa della democrazia contro il regime oligarchico: una nutrice che sostiene una opinione politica testimonia che ci troviamo di fronte al riconoscimento di una forma di uguaglianza. Ancora un esempio; in Ifigenia in Aulide la figlia di Agamennone, vittima della cinica volontà paterna decide di accettare con estrema consapevolezza e razionalità la sorte in nome di quei valori su cui si fonda la misogina civiltà eroica greca;  il suo gesto disperato non va quindi soltanto letto come unico orizzonte possibile ma come profondo atto d’eroismo e tentativo di aderire a quei valori tanto lontani dall’universo psicologico femminile, è dunque lei la vera eroina!

 Tra tutti i caratteri femminili delineati da Euripide tuttavia soltanto uno ha avuto, per modernità e semplicità di attualizzazione, una fortuna che non ha investito gli altri in modo eguale; si tratta ovviamente di Medea: moglie tradita, abbandonata ad una sorte di cui il marito non mostra di curarsi, scacciata da una patria che non è sua. Medea decide come atto estremo di uccidere i figli avuti dallo stesso uomo che l’ha uccisa nell’animo in nome della fedeltà alla propria vita di individuo ancor prima che di donna, un motivo tale da tramutare una donna in una eroina la quale, a costo di andare incontro alla catastrofe si sente in dovere di tener fede al suo assoluto morale al di fuori del quale non esiste, per lei possibilità di salvezza. L’attualizzazione più celebre certo è stata fatta da Henrik Ibsen col suo Casa di Bambola del 1879. Qui la protagonista, per motivazioni diametralmente opposte a quelle che hanno spinto Medea, decide di abbandonare marito e figli nel tentativo di riconquistare la propria interiorità, il proprio ruolo prima ancora dell’etichettatura che possiede di “moglie” e “madre”.

 Le donne della letteratura hanno avuto, hanno e sempre conserveranno dunque un fascino magnetico ed assieme degno di stupore: quel fascino di creature fragili, inaspettatamente rivelatrici di un’esplosione di forza d’animo tale da essere anteposta a qualsiasi convenzione o obbligo esterno. In una tale ottica la ribellione, l’”anticonformismo” conferisce ad esse un carattere di eroine moderne, magari perdenti all’interno del tessuto sociale dove operano, tuttavia vittoriose nei confronti della loro personale esistenza.

 

5 - Alunna:  Irene MAGARA

     Classe II Liceale sez. A

     Argomento: l'eroismo dei personaggi di Sofocle

 Nel leggere le tragedie di Sofocle troviamo continuamente conferma della sua denominazione di poeta degli eroi. Basta focalizzare appena i personaggi delle sue opere per renderci conto della sua volontà di far emergere agli occhi dello spettatore una figura di rilievo che si conquista il pieno possesso della scena e che ne mette in ombra un’altra. Notiamo come appaiano eroici e lontani dalla realtà,rappresentanti invece di un  mondo opaco sepolto per sempre,i protagonisti delle sue scene,che tanto più manifestano la loro grandezza,tanto più risultano incompresi e isolati nella loro società,ancora troppo arroccata su una posizione conservatrice di cui era ancora sostenitore Sofocle stesso. E proprio per questo,il tragico più amato dal pubblico ateniese ci dà a volte un ritratto tendenzialmente negativo di alcuni personaggi,che risultano antipatici allo spettatore in quanto contrastanti con i loro principi sociali. Non a caso quest’ostilità appare estremamente chiara nell’ “Antigone”,dove l’autore appaga la necessità di legittimare l’incontestabile potere del governo,facendo sembrare estremamente anticonformista la morale di Antigone,sostenitrice invece di principi per noi scontati nella nostra società attuale;al contrario,in un periodo dove lo spaesato popolo ateniese necessitava di giustificazioni riguardo le disastrose guerre intraprese dalla città,e bisognosa di punti di riferimento stabili per mezzo dei quali orientarsi,Sofocle esalta la figura di Aiace,che sceglie la soluzione secondo lui più nobile per riscattare il suo onore,ovvero il suicidio. Qui convergono vari punti della mentalità greca che permaneva  in Sofocle:egli infatti ammetteva ancora i concetti di suicidio,valore,disonore di stampo omerico,e la figura della concubina dell’eroe, Tecmessa, emblema della classica donna innamorata che cerca a tutti i costi di convincere l’amato a non andare volontariamente incontro alla morte,richiama palesemente l’episodio dell’Iliade di Ettore e Andromaca. Quindi Sofocle, eccetto casi che deve sfruttare per trattare tematiche attuali,anticipando un po’ Euripide,esalta la grandezza dei protagonisti,portatori di alti e nobili valori e offusca al tempo stesso i personaggi che entrano in contrasto con tali opinioni facendoli apparire come inetti e ottusi,incapaci di comprendere ed apprezzare la grandezza dell’ “eroe”con cui hanno a che fare. Sicuramente Sofocle ha fornito un enorme esempio per Virgilio per la composizione dell’ “Eneide”,dove la scena dell’inganno di Didone alla sorella Anna per fare allestire il rogo sopra cui si ucciderà richiama la menzogna che Aiace dice all’amante Tecmessa, concernente proprio come per l’eroina virgiliana un sacrificio agli dei,per andare sulla spiaggia ad uccidersi proprio nello stesso modo della regina cartaginese,ovvero gettandosi sulla spada. E il rapporto stesso tra la regina Didone e la sorella Anna ricorda quello tra le sorelle tebane Antigone e Ismene,sostenitrice l’una di un ideale,l’altra del suo opposto. Proprio in questo contrasto si ritrovano gli elementi conflittuali della mentalità degli eroi,che non è compresa dalle persone comuni,che sono meno sensibili a certi logoramenti tra istinto e ragione. Questo conflitto si ritrova anche in un altro rapporto tra sorelle:quello tra Elettra e Crisotemi. Quest’ultima ci appare rassegnata nell’opera di Sofocle,in quanto ormai ha deciso di rinunciare alla vendetta sulla madre in cambio di un futuro sereno,e trova conferma della sua rinuncia nella notizia della falsa morte di Oreste,che lei interpreta come un segnale divino,al contrario di Elettra che si dispera e che continua a vivere attendendo ansiosamente il momento dell’uccisione della tanto odiata madre. Ho notato tra l’altro un’altra somiglianza tra due personaggi di Sofocle: Deianira nelle “Trachinie” e Giocasta nell’ “Edipo re”. Infatti entrambe le donne sono accomunate dal fatto di essere spose dei protagonisti,sui quali grava un terribile vaticinio, e di sfuggire ai danni e alle verità comportati da esso togliendosi la vita,comportandosi quindi da codarde,in quanto con il suicidio,duramente condannato dalla nuova mentalità greca,pongono fine alle proprie sofferenze. Così facendo,almeno per quanto riguarda Giocasta, la donna fa passare come un uomo coerente il figlio-marito Edipo,che invece attende la propria catarsi che porrà fine alle sue pene e lo riscatterà nella morte di tutti i dolori che ha avuto in vita. Queste vicende rispecchiano pienamente la concezione sofoclea degli dei,concepiti come entità misteriose e inconoscibili che agiscono senza un’esplicita motivazione,gettando nell’angoscia e nella disperazione l’uomo che non ha paura del dolore,ma del non sapere il perché soffre. Dei tre tragici, Sofocle è senz’altro il più pessimista nei confronti delle divinità,proprio  perché secondo lui la più grande condanna per l’umanità è l’ignoto in cui aleggiano gli dei.

 

6 - Alunna:  Irene MAGARA

     Classe II Liceale sez. A

     Argomento:  le Troiane di Euripide

Le Troiane sono forse l’esempio più emblematico della produzione euripidea per quanto concerne l’importanza delle figure femminili delle quali l’autore si avvale per trattare di qualunque argomento in modo più coinvolgente e appassionante,e dove convergono elementi di varia natura,messi in tragico risalto dalle vittime più toccate dalla guerra. La tragedia è divisa in tre parti, ognuna delle quali incentrata su una diversa figura femminile: la prima ha come protagonista Cassandra,la seconda Andromaca e la terza Elena. Tutte le protagoniste hanno come filo conduttore Ecuba, nesso tra le tre donne. Alla principessa Cassandra, che aveva previsto la sorte di Troia ma che non era stata creduta da nessuno per volere di Apollo, adirato con lei perché ne aveva rifiutato l’amore, è assegnato come padrone Agamennone, che la condurrà come sua concubina alla sua reggia di Argo; la profetica principessa di Troia prevede la sua fine e quella di Agamannone ad opera di Clitemnestra ed Egisto, e si dispera non potendo sfuggire a tale terribile sorte. Andromaca riceve la notizia da parte del messaggero Taltibio, che il suo unico figlio Astianatte sarà ucciso per volere dei Greci, per evitare una possibile discendenza da Ettore, e la vedova del primogenito di Priamo si dispera per la sorte del figlio e per la sua, che sarà come consorte di Neottolemo, figlio di Achille, l’uccisore del marito. Elena invece sta per essere uccisa da Menelao, che l’ha ritrovata, su esortazione di tutti, in particolar modo di Ecuba per essersi vista sgretolare davanti la sua famiglia e la sua città, ma l’ex amante di Paride riesce con un abile discorso, e avvalendosi del suo fascino e della sua bellezza, a convincere il marito a risparmiarla e a ricondurla in patria come legittima regina di Sparta. Ecuba intanto ha saputo che dovrà divenire la schiava di Odisseo e, dopo aver presenziato ai funerali del piccolo nipote Astianatte, tenta di gettarsi tra le fiamme di Troia per sfuggire al proprio destino, ma viene catturata dai Greci e imbarcata verso Itaca. In questa tragedia Euripide mostra una forte ideologia antimilitaresca, avvalendosi di esempi disumani, come l’uccisione di un bambino innocente, proprio per colpire il pubblico con gli orrori inimmaginabili a cui può condurre una guerra, non solo per dimostrarne l’inutilità, ma anche per far capire che neanche i vincitori possono godersi il sapore della vittoria, in quanto compiono del male ingiustificato. L’intento di Euripide è dunque finalizzato a dimostrare come la guerra tiri fuori il lato peggiore e più disumano degli uomini, che sono portati a violentare, uccidere, saccheggiare indiscriminatamente, ed è evidentemente riferito alla situazione contemporanea all’autore, quando si era votato per la spedizione in Sicilia ad opera di Alcibiade, che poi si rivelò fallimentare e ancor più aggravante per la critica situazione ateniese. Poi, è presente una velata critica all’abilità retorica dei demagoghi che, usando male l’esercizio della parola, compiono danni irreparabili. Interessante è qui anche la figura del messaggero,che è  dotato di un profondo e attento studio psicologico. Infatti appare titubante quando deve dare la notizia della decisione dell’assemblea greca riguardante la morte di Astianatte alla madre Andromaca, ed è impressionante come questa componente senza precedenti risulti  attuale ancora oggi: basti pensare ad un medico che deve annunciare il decesso del figlio a una madre. Quindi si può ben capire quale sia la ragione per la quale Euripide trascorse gli ultimi due anni della sua vita in esilio; sicuramente era diventato un personaggio alquanto scomodo per il fragile potere ateniese, e proprio per questa ragione, come tutti gli innovatori nella storia, non fu giustamente apprezzato e compreso, ed anzi possiamo riconoscere che è stato colui che ha fatto morire la tragedia, eliminandone tutte le valenze unificatrici iniziali, disgregando anzi l’opinione cittadina, ed anticipando i canoni di quella che sarebbe poi divenuta la commedia greca illustre, agli apici del suo splendore con Menandro, che costituirà poi il modello per eccellenza dei commediografi latini Plauto e Terenzio.Comunque, almeno a mio giudizio personale, ne è valsa proprio la pena, se in cambio della fine della tragedia, si sono avute opere sublimi e di uno studio psicologico profondo come quelle che ci ha regalato Euripide e che ancora oggi ci fanno emozionare.

 

7 - Alunna:  Francesca ROMANINI

     Classe II Liceale sez. A

     Argomento: l'Ippolito di Euripide

 “Non c’è per l’uomo una vita che triste non sia,né tregua c’è dall’affanno. Se c’è qualcosa che valga più della vita, una nuvola attorno ci sta, disperati amanti di ciò che risplende,nulla si sa del dopo la morte e siamo in balia di favole e chiacchiere.”

Leggendo questa frase, per  il forte pessimismo esistenziale espresso, viene spontaneo pensare di trovarsi di fronte a un poeta  relativamente recente,potremmo supporre, senza essere troppo arditi, di star leggendo una riflessione leopardiana; non si immaginerebbe di certo di avere fra le mani l’opera di un tragediografo del IV secolo a.C.; credo infatti che la grandezza  di questo autore, Euripide, sia la verità profonda espressa in queste parole, sconcertante tanto per la semplicità espressiva quanto per la bellezza artistica. In queste poche righe l’autore riesce a verbalizzare in modo sublime il pessimismo, che aleggia latente in tutta la tragedia da cui ho estratto queste poche righe,l’”Ippolito”,nei confronti dell’umanità, destinata inesorabilmente ad un destino di  infelicità e dolore per la vulnerabilità  e l’instabilità della sua condizione; più volte infatti questo tema verrà ripreso e denunciato sotto tutti i suoi aspetti: l’uomo è un essere condannato al dolore non solo per  la sua impotenza nei confronti delle proprie sorti (“Io non saprei come dire felice un mortale: quel che era al primo posto, ora è stato abbattuto:capovolto”, ”Ciò che è destino,ciò che deve succedere,succede,e non c’è scampo”), ma anche per l’incapacità di prevedere e gestire le conseguenze delle proprie azioni (come possiamo vedere dal comportamento della nutrice, che nonostante i buoni propositi, confessando l’incestuoso amore di Fedra a Ippolito, non fa che scatenare la sua ira e condanna,”Ammirevole intento,ma sbagliato”), denunciando così su tutti i fronti la sua fallibilità, che non viene però condannata da Euripide;il poeta infatti rivaluta il genere umano, compreso proprio  in virtù delle sue imperfezioni ,(“E’ normale che gli uomini sbaglino,se gli dei lo vogliono”).

Partendo sempre da questo argomento, a mio avviso, si giunge  anche ad un’altra sfumatura  della  visione pessimistica di Euripide; la consapevolezza cioè delle difficoltà che l’uomo incontra  nel riuscire a raggiungere uno status mentis di equilibrio e serenità; questo aspetto è chiaramente manifesto nella condanna di atteggiamenti radicali ed estremi dei due protagonisti e nella loro conseguente tracotanza, per questo i comportamenti dei due personaggi principali non hanno un felice esito: entrambi infatti non hanno saputo trovare quel compromesso fra vita spirituale e passionale necessario e indispensabile per una vita lieta (come dice la stessa nutrice”Nulla troppo è un detto che vale più del troppo”).

A  mio avviso però, la condanna maggiore Euripide la rivolge all’atteggiamento ascetico-religioso di Ippolito; non  siamo infatti portati a biasimare Fedra, verso la quale  Euripide procede con  un’analisi più complessa, poiché prima  condanna il suo iniziale rifiuto delle passioni, per le quali la donna si colpevolizza (“Non è altro che tracotanza questa:voler esser superiori agli dei”; ”Gli uomini la ritengono saggezza chiudere gli occhi a ciò che non è bello: niente perfezionismi nella vita. Uomini siamo!”); successivamente viene invece criticata per la sua  lascivia che l’ha fatta cedere all’amore; è  nei confronti di Ippolito  che si scatena maggiormente la condanna del tragediografo,  verso il quale l’autore  non si risparmia , dimostrandosi  completamente intransigente (“Sei dunque tu quell’uomo superiore che vive insieme con gli dei? Sei tu quel santarello senza vizi?”; ”Sono io l’uomo puro,devoto agli dei,che tutti vinceva per alte virtù: ho l’inferno davanti e vado laggiù,a nulla servì quella mia pietà.”).

Questa difficoltà nel trovare armonia e stabilità viene ricondotta anche alla peculiare caratteristica della psicologia umana, di cui l’autore fa un’analisi così approfondita e introspettiva da anticipare la perversione  e i contrasti che questa genera nella mente dell’uomo; attraverso i personaggi viene espressa la caratteristica insoddisfazione dell’uomo che vuol procedere sempre al di là di ciò che gli è dato: “Rapida cangi, né quello che hai ti dà gusto,non ne godi: ciò che non c’è ti piace di più”; o l’apparente irrazionalità che ci spinge a anteporre l’utile al giusto: “Conosciamo e distinguiamo ciò che è bene, ma non lo pratichiamo, perché preferiamo un piacere all’onesto.”, diventando uno fra i primi a mettere in evidenza il fascino e l’attrazione che il male esercita nell’uomo; concetto questo di particolare importanza perché quasi sconosciuto nella mentalità greca classica, modellata profondamente sul concetto di kalokagathia (= perfetta virtù).

Euripide si focalizza molto anche sugli oscuri  processi che entrano in funzione nella nostra psiche, dandoci, con la sua analisi della psicologia di Fedra, una descrizione che precorre fortemente studi che verranno affrontati  tecnicisticamente solo successivamente; l’autore fa dire alla protagonista infatti che la decisione del suicidio è un’inevitabile scelta,decisione razionale, alla quale non ha potuto trovare alternativa. Da questo deriva la grandezza di questo autore; Euripide ci fa scendere nelle profondità più recondite della mente di Fedra, facendoci ripercorrere il suo iter psicologico: inizialmente è stata spinta  a far tacere le proprie passioni, cercando di ignorarle (“Il primo punto fu di tacere e d’occultare il mio morbo”, una questione scomoda  viene  risolta rifiutando  il problema e facendo finta che non esista), una volta vista l’inefficacia di questo metodo ha cercato di risolvere la situazione razionalizzandola (“Volli sopportare la mia follia vincendola col senno”), ma non trovando pace neanche in questo modo non vede altra via d’uscita se non attraverso la morte. Da questa profonda analisi, le elucubrazioni della mente umana non ne escono certo in modo positivo, ma anzi le riflessioni involuzionistiche e degenerative non fanno che aumentare i mali che cercano di affievolire (“La lingua sa bene come raddrizzare i mali degli altri,ma infiniti sono i guai che attira su se stessa”); la mente  è scissa fra la volontà di peccare e l’autocondanna verso il proprio atteggiamento, da cui  deriva il sopracitato concetto di perversione, quello che ritroviamo anche in Poe, in quanto il male, il tormento, non proviene dall’esterno,ma ma dall’io, dalla mia interiorità.

 Lo stesso amore di Fedra potremmo definirlo perverso, poiché è verso il figliastro; sentimento questo che sembra quasi tramutarsi in maledizione che si ritorce contro lo stesso Ippolito: come Fedra viene “uccisa” (per quanto metaforicamente) dal ragazzo che ha allevato e al quale ha fatto da madre, così sono le  cavalle che Ippolito ha cresciuto a farlo precipitare dalla rupe, alle quali il personaggio così si rivolge :”Ahi Ahi. Miei cavalli, mio carro, curato da me con le mie mani,distrutto tu m’hai,ucciso tu m’hai.”

Un altro elemento per il quale l’autore è da considerarsi come innovatore è la sua affermazione  di ideali e valori che si staccavano  da quelli che venivano proposti dalla tradizione ; trovando forse un precedente solo in Archiloco, anche Euripide non esalta l’onore come virtù da anteporre alla vita stessa, ma anzi, per bocca della nutrice dice :“Meglio il fatto se ti salva che la gloria di un nome”; troviamo anche la critica agli dei tradizionali più avanti attraverso le quasi blasfeme parole di Ippolito che durante una riflessione esclama: “Potesse l’uomo maledirli i numi”.

Sembrerebbe quindi che la sconfitta per l’uomo sia inevitabile su qualsiasi fronte, impotente a 360 gradi; eppure la catarsi avviene, il “lieto fine”, per quanto dobbiamo relativizzare questo termine essendo di fronte a una tragedia, tuttavia non è completamente assente:

Teseo: “Figlio, cosa mi fai, povero me?”

Ippolito:”Muoio:già vedo le porte degli’Inferi”

Teseo:”E vuoi lasciarmi questa mano impura?”

Ippolito:”Ma no,perché t’assolvo dal delitto”

Riflettendo sulla conclusione dell’opera ho notato come Euripide abbia comunicato le sue riflessioni attraverso queste poche frasi; laddove l’irrazionalità e l’incomprensibilità che  guida le sventure si scatena con tutta la sua crudeltà, per l’uomo l’unica salvezza è l’esaltazione di quella pietà, emblema delle virtù, di cui secoli dopo parlerà in toni simili anche Rousseau nel suo libro “Origine delle disuguaglianze”: ”Questo è il puro moto della natura,anteriore a ogni riflessione; questa è la forza della pietà naturale. […]Con  tutta la loro morale gli uomini non sarebbero mai stati altro che dei mostri se la natura non avesse dato loro la pietà in appoggio alla ragione: e da quella sola qualità derivano tutte le virtù sociali. Difatti, che cosa sono la generosità,la clemenza, l’umanità, se non pietà verso i deboli, i colpevoli o verso la specie umana in generale?[…] E’ la pietà che ci porta senza riflettere a soccorrere coloro che vediamo soffrire; è essa che distoglierà ogni selvaggio robusto dal togliere a un bambino debole o a un vecchio infermo il cibo acquisito con tanta fatica,[…]già da molto tempo il genere umano non ci sarebbe più se la sua conservazione fosse dipesa dai ragionamenti di coloro che lo compongono.”

Diviene quindi  l’humanitas la perfezione massima, il solo atteggiamento proprio dell’uomo che gli potrà far raggiungere il tanto cercato equilibrio interiore; unica via questa che  non è una tracotante tensione verso la compiutezza divina, ma il sentimento che gli è più idoneo e l’unico capace di scongiurare,in maniera soddisfacente anche se relativa, la tragedia umana.

 

8 - Alunno:  Matteo CRESTI

     Classe III Liceale sez. A

     Argomento: il personaggio di Medea e la sua evoluzione nel corso dei secoli

Medea, figura della donna tradita nel corpo e nello spirito, attraversa i secoli, incominciando il suo cammino dall’antica Grecia di Euripide, per poi fermarsi nella letteratura latina ed approdare nell’età moderna.

La figura di Medea come la conosciamo noi oggi nasce con Euripide, come protagonista dell’omonimo dramma. Essa risente sicuramente dell’influsso omerico di Circe, la tremenda strega, simbolo del doppio femminile, che seduce e porta piacere, ma devia l’uomo facendogli perdere la ragione. Così anche Medea è sicuramente una donna doppia, fedele, benefica, pronta a donare ogni cosa, anche gli affetti più cari a chi l’ama, terribile e distruttrice contro chi la odia. Prova di questo sono sicuramente gli episodi del tradimento della patria e del padre, l’uccisione del fratello, per amore di Giasone, mentre l’uccisione dei suoi stessi figli a causa dell’odio e del rancore nei suoi confronti. Medea tuttavia non è un personaggio negativo. Pur essendo l’assassina non solo del fratello, ma anche dei suoi figli, Medea è prima di tutto donna, e come tale Euripide ce la presenta, in tutti i suoi lati. Euripide ne mette in bella mostra l’amore, i sentimenti, le passioni, di cui è preda, dimostrando che anche una donna è un essere umano, e non solo una macchina per procreare figli di razza. Anche la donna ha dei diritti. Anche la donna deve essere rispettata. L’uomo non può e non deve avanzare su di lei pretese impensabili (in questo caso rinunciare allo sposo ed ai figli), l’uomo non può e non deve usarla a suo piacimento per i propri scopi. Uomo e donna per Euripide sono eguali, e ce lo dimostra con una figura così terribile come Medea.

 La Maga approda poi nella letteratura latina. Tante sono state le sue sfaccettature, ma a noi ce ne rimane un sola, quella di Seneca. La Medea senecana è una figura totalmente cambiata, soprattutto nella funzione. Mentre Euripide se ne serviva per rivalutare la donna, Seneca se ne serve per mostrare all’uomo cosa accade quando è preda delle passioni.  Essa è un personaggio negativo, che giunge ad uccidere i propri figli a causa del suo furor, cioè della sua ira, della sua rabbia, del suo odio, nei confronti di un uomo che l’ha abbandonata per un’altra donna. Nulla ha di positivo, nemmeno un briciolo di pietà verso l’uomo che ha amato e continua ad amare, gli uccide i figli davanti agli occhi, sublimando sé stessa come la perfetta incarnazione della non-ragione, che conduce non solo sé stessi ma anche gli altri alla sofferenza. Medea dunque è la perfetta antitesi del filosofo stoico, che non si lascia toccare dai casi della vita, né tanto meno dal dolore.

 La figura di Medea continua il suo percorso fino a noi, spingendosi fino a Bellini, alla sua Norma. Norma, come Medea è una donna magica, dotata di poteri profetici, anch’essa è una donna doppia, dedita alla religione ma anche all’amore, ha tradito la patria e il padre, e verrà tradita dal suo amato Pollione, non con una regina, ma con una sua sottoposta, Adalgisa!  Tuttavia Norma è una figura profondamente mutata. Fra Seneca e Bellini-Foletto (il librettista dell’opera) c’è stato il cristianesimo e l’illuminismo, di cui Foletto ne è in parte il continuatore. Norma – Medea è una donna mutata, con una sensibilità nuova. Essa vorrà uccidere i figli, ma non per odio nei confronti del padre, ma solamente per evitare a loro una sorte iniqua e terribile. Quando starà per stendere su di loro la mano, essa tremerà e si ricorderà che seppur figli di Pollione essi son figli suoi, e come tali non può e non deve ucciderli. Memore di questo tentato peccato essa li affiderà ad Adalgisa per poi al termine della vicenda morire e scontare tutte le sue colpe.

 Norma può considerarsi davvero il riassunto di tutte le Medee. Essa è donna, è preda del furore, ma è anche razionale, e proprio in questo senso conclude il cammino che intraprese dalla Grecia classica.  

 

9 - Alunna:  Ilenia MECONCELLI

     Classe: III Liceale sez. A

     Argomento:  il Satyricon di Petronio

Vita di Petronio:

L’identificazione dell’autore del Satyricon è stata molto discussa: si pensa oggi che sia quel Petronio che visse nell’età di Nerone e si uccise per volontà dell’imperatore nel 66 d.C., infatti, l’opera viene attribuita a un certo Petronius arbiter, anche se “arbiter” nei codici risulterà un cognome. Tacito ci parla di questo personaggio, evidenziando la sua natura, assai diversa da quella del pacato Seneca, dedita al vizio e al divertimento, scrisse che era molto ricco, ma sapeva comunque regolarsi col denaro, infatti fu un buon governatore. Lo definisce “arbiter elegantia”, in quanto era raffinato ed elegante, e stabiliva spesso nuove mode. Tacito inoltre ci parla della sua morte, ma essa sembra una parodia delle morti degli stoici: si sarebbe tagliato le vene e prima di morire avrebbe scritto un biglietto con le malefatte di Nerone. L’unica cosa di cui non parla Tacito è della sua opera, nasce quindi la cosiddetta questione petroniana. Tutt'oggi non abbiamo risposte certe riguardo l’attribuzione dell’opera a Petronio. Gli argomenti a favore dell’attribuzione sono innanzitutto il fatto che la persona raffinata descritta da Tacito combacia con lo scrittore del Satyricon, che infatti sembra scritto da un aristocratico che intendeva criticare la società, questo secondo lo studioso Marchesi. Poi il fatto che l’opera sia divisa in parti in prosa e altre in poesia, le quali, queste ultime, sono attribuite a Nerone, la poesia “Troiae halosis”, e a Lucano, il “Bellum civile”; un altro argomento a favore è rappresentato dalla parodia, che ha senso solo se ironizza sul tempo contemporaneo, e infine una disquisizione sull’oratoria fatta da Agamennone, un retore, questione che affronterà anche, poco dopo, Quintiliano. Gli argomenti contrari invece riguardano il fatto che né Tacito né Quintiliano nominino l’opera di Petronio. In realtà Tacito non scriveva mai le opere dei personaggi di cui trattava, e Quintiliano invece che era un “professore” si pensa che abbia ritenuto il Satyricon troppo osceno per i suoi alunni.

 

“Satyricon”:

L’opera non ci è giunta intera, possediamo infatti solo alcuni frammenti che riguardano la parte centrale del romanzo, sono stati perduti infatti l’inizio e la fine. Nei codici c’è scritto che ci sarebbero arrivati i libri XV e XVI, ma è improbabile, in quanto si tratta di frammenti piuttosto lunghi.

 

Riassunto dell’opera:

In seguito a una pestilenza Encolpio, il personaggio narrante, uno studente squattrinato, ma una persona di cultura, viene scelto come capro espiatorio della cittadinanza. Inizia perciò ad errare toccando diverse città dell’Italia Meridionale, anche perché il dio Priapo ha scatenato la sua ira contro di lui, rendendolo impotente per vendetta, in quanto per necessità Encolpio è stato costretto a rubare (Priapo, infatti, è nemico dei ladri, ma anche dio della fertilità). Lo sfortunato personaggio viene imprigionato, e nel carcere conosce Gitone, un bellissimo ragazzo di cui si innamora. Una volta usciti dal carcere, ai due si unisce Ascilto, un ragazzo spregiudicato, al quale viene nascosto l’amore di Encolpio per Gitone, in quanto anche lui omosessuale. I tre si dirigono in una “graeca urbs” (probabilmente una città dell’Italia meridionale) e qui Encolpio si trova a parlare della corruzione dell’oratoria con un retore di nome Agamennone: Encolpio attribuisce la colpa ai maestri che fanno declamare gli alunni su argomenti irreali, il secondo invece scarica la colpa sui genitori che vorrebbero che i propri figli fossero colti, pur non studiando. Ascilto, intanto, si reca in una locanda con Gitone, Encolpio li raggiunge e scoppia una lite per contendersi il ragazzo, che si conclude con una riappacificazione. Un giorno ricevono un invito a cena procuratogli da Menelao, fratello di Agamennone, affinché si rechino a casa di Trimalchione, un liberto arricchito. La casa di Trimalchione è quanto di più volgare possa esistere, e ad aumentare l’oscenità del luogo contribuiscono i suoi abitanti, in particolare il padrone di casa, Trimalchione. Questi ostenta la sua ricchezza facendo presentare alla tavola cibi che raffigurano segni dello zodiaco, un cinghiale dal cui ventre escono uccelli in volo, e cose di questo genere e sfarzo. Ad un certo punto Trimalchione comincia a parlare della morte con il pretesto dell’etichetta di un vino; fa dunque portare a tavola uno scheletro con il quale gioca e fa battute sulla pochezza dell’uomo. Gli invitati, soprattutto Encolpio, sono allibiti e imbarazzati allo stesso tempo. La cena volge al termine, e Trimalchione è ossessionato dal solo pensiero della morte, tanto che legge perfino il suo testamento e discute con un marmista, Abinna, della costruzione della sua faraonica tomba. Il banchetto riprende, dopo che il padrone di casa si è concesso un bagno; al ritorno tira un bicchiere in faccia alla moglie, dopo che questa lo aveva biasimato per l’eccessivo interessamento a un servo. Encolpio e Ascilto approfittano dell’entrata in casa di alcuni pompieri per fuggire, i due si separano e Ascilto segue Gitone. Encolpio in una pinacoteca conosce Eumolpo, un poeta fallito, e disquisiscono sull’arte contemporanea. I tre si riuniscono e durante un viaggio in mare vengono colti da una tempesta e naufragano a Crotone. Qui Eumolpo trova occupazione impartendo lezioni sulla poesia epica, che vorrebbe fosse mista di mito e fantasia come quella virgiliana e recita un poema epico sulla guerra civile fra Cesare e Pompeo. Qui i tre hanno varie avventure sessuali, tutte negative, in quanto lo sono le stesse donne che li seducono. Ma alla fine Encolpio riesce a recuperare la sua virilità pregando Mercurio, protettore dei ladri.

 Genere:

Il Satyricon è un romanzo parodico di quello greco, nel quale due innamorati, attraverso mille peripezie, riescono infine a sposarsi. Il romanzo greco viene stravolto persino nei personaggi, infatti in quest’opera i protagonisti sono tre omosessuali. Il Satyricon è un esperimento letterario, in quanto è la fusione di vari generi. Innanzitutto, come già detto, del romanzo greco, poi della satira Menippea, introdotta a Roma da Varrone, per la mescolanza di prosa e poesia, ma anche di quella di Orazio e Propezio, per il cambio improvviso degli argomenti, per la critica sociale e per la caccia alle eredità, dell’epica per il tema del viaggio, quello del labirinto e della persecuzione divina, infatti nell’Odissea Poseidone persegue Ulisse, nell’Eneide Giunone Enea e qui Priapo Encolpio, infine di un genere minore, la fabula milesia, introdotta in Grecia da Aristide di Mileto nel II sec., in quanto compaiono alcuni racconti, detti appunti milesiae, dei quali il più famoso è quello della matrona di Efeso, la quale volendo morire di fame, pur di poter compiangere il marito, viene sedotta da un soldato posto a guardia dei corpi crocifissi, del quale si innamora e al quale concede il corpo del marito, quando sparisce uno dei corpi che proteggeva. 

 Lingua e stile:

La lingua è ben adattata a ciascun personaggio, Eumolpo per esempio cita Virgilio, e rispecchia il suo carattere. In generale comunque è la lingua parlata dal popolo, ricca di grecismi, non letterari, ma popolani appunto, che anticipa il passaggio della lingua latina alle lingue moderne. Lo stile è polifonico, molteplice come sono i generi da cui trae spunto il romanzo, e come sono i caratteri di ciascun personaggio. Sembra, talvolta, che il Satyricon sia stato scritto più per essere recitato che per essere letto.

 Valutazione dell’opera:

Il Satyricon rappresenta il vertice più alto del realismo letterario antico, anche se esso è relativo in quanto Petronio libera la sua opera della “gabbia” spazio-temporale, infatti non ci sono mai riferimenti né al tempo in cui si svolge l’azione, né al luogo, se si escludono la greca urbs, nominata nella prima parte del romanzo, e Crotone, nella seconda, tuttavia può darsi che questi riferimenti si trovino nelle parti mancanti del romanzo. Esso comunque è la rappresentazione diretta della quotidianità, degli ambienti, dei personaggi, dei comportamenti umani, sui quali Petronio ironizza piacevolmente, senza che si senta mai un certo odio o una certa critica morali nei confronti di atteggiamenti oggettivamente biasimabili. La critica che fa l’autore è letteraria, verso quei retori che ostentano cultura, come Trimalchione, in bocca al quale anche il raffinato Virgilio risulta volgare. Ciò che teme Petronio è che la cultura vada nelle mani di quelle persone che se ne servono solo come mezzo di ostentazione della propria ricchezza, in quanto si sa che nell’antichità solo i più agiati economicamente potevano avere il privilegio di studiare. Quello che lo differenzia dai poeti satireschi è il fatto che anche la sua critica sociale, contro gli arricchiti in particolare, non sfiori mai l’offesa contro di questi, infatti non c’è alcun intento moralistico. Anche se sembra che Petronio parli per bocca di Encolpio, in realtà le sue parole non rivelano mai il pensiero dell’autore. L’opera è da intendersi dunque o come una rappresentazione buffa degli aspetti meno nobili della società, o come una denuncia dei costumi, o ancora come una denuncia della degradazione della cultura. Comunque è un’opera sicuramente apprezzabile, sia da un pubblico colto che può “divertirsi” a cogliere i riferimenti eruditi all’interno dell’opera e può trovare divertente la fusione dei vari generi, sia da un pubblico basso, il quale sarà divertito dagli aspetti più comici e parodistici del romanzo. È inoltre molto piacevole alla lettura perché si sente in Petronio un’esigenza di rinnovamento, una volontà di ribellarsi, in un certo senso, a quegli schemi imposti dalla società, per i quali la cultura andava repressa, come nell’epoca di Nerone. Inoltre è molto attuale per i temi trattati, temi sempre veri in quanto tutt’oggi esistono quegli stereotipi di persone, come l’arricchito ostentatore Trimalchione, presenti nel romanzo; oppure, altro tema molto attuale, è la stessa parodia della società, che ancora esiste e si è estesa anche ad altri ambiti, come a quello della politica, e che sempre risulta un espediente che sempre affascina e diverte il pubblico di ogni generazione, sempre quando essa non scada nel moralismo, ma soprattutto nella volgarità.

 

10 - Alunna:  Ilenia MECONCELLI

      Classe III Liceale sez. A

      Argomento: la commedia Perikeiromene (= la donna dai capelli tagliati) di Menandro

La commedia nuova, in greco Néa, si sviluppa dal 320 a.C. al 250 a.C. i suoi principali rappresentanti sono Difilo e Filemone, i minori, e Menandro, il più importante. È una commedia fissa, caratterizzata da molte convenzioni e regole prestabilite. È composta da cinque atti: nel prologo un attore, che spesso impersona una divinità astratta come la Tyche, ovvero la sorte, presenta e sintetizza lo svolgimento dell’azione, nei primi tre atti si sviluppa la “desis” o intreccio, negli ultimi due la “lusis” o scioglimento e il lieto fine. Si usava uno schema rigido di regole per far concentrare di più lo spettatore sull’azione della commedia. La commedia si basa su una vicenda familiare e quotidiana. Anche l’ossatura di questa è ricca di convenzioni, la trama, infatti, è molto simile in tutte le commedie e i caratteri dei personaggi sono ricorrenti. C’è sempre infatti un giovane innamorato di una ragazza, che è ostacolato o dal padre o perché la ragazza in questione è di bassa condizione per esempio, nello sposarla. Altri caratteri tipici sono il servo scaltro, la cortigiana, il disonesto lenone, il soldato o la madre di famiglia.

Menandro è il più famoso commediografo di questo periodo. Scrisse più di cento titoli di commedie, infatti anche da vivo era molto famoso. Fino a metà dell’Ottocento possedevamo circa novecentocinquanta frammenti delle sue opere, alcuni studiosi ritengono che non ci siano arrivate intere perchè le sue commedie non interessavano più il pubblico europeo, altri attribuiscono la colpa a un incendio o un furto dell’intero manoscritto contenente le sue opere. Nel 1905 però Lefèbvre trovò, nella casa privata di un egiziano, un manoscritto contenente frammenti delle seguenti commedie: “Epitrepontes” (L’Arbitrato), “Pereikeromene” (La donna dai capelli tagliati) e la “Samia” (La donna di Samo). Di queste commedie rintracciò dai trecentocinquanta ai cinquecento frammenti per ciascuna. Nel 1958, poi, Bodmer, un banchiere svizzero, a seguito di una spedizione in Egitto scoprì un quaderno con alcuni frammenti ed ebbe la fortuna di trovare l’intera commedia “Diskolos” (Il misantropo), poiché era al centro del quaderno, e poi frammenti della commedia “Samia” e dell’”Aspis” (Lo scudo), che pubblicò solo nel 1969, in quanto credeva di poter ritrovare altre parti.

 L’opera che più mi ha colpito, soprattutto per il messaggio culturale che trasmette, è la commedia “Pereikeromene” (La donna dai capelli tagliati). La trama è la seguente:

La dea dell’Ignoranza recita il prologo: due bambini, dice, sono rimasti orfani, la femmina è stata affidata ad una vecchia, il maschio ad una ricca signora che abitava vicino alla prima. La vecchia signora vedendo avvicinarsi l’ora estrema confessò alla ragazza, Glicera, della quale il fratello, Moschione, si era innamorato, che in realtà egli è suo fratello, ma questi ancora non sapeva nulla.  Alla morte della vecchia signora un soldato, Polemone, futuro sposo di Glicera, acquistò la sua casa. Un giorno Moschione, vedendo Glicera, gli corse incontro e la baciò; questa non si scompose affatto, ma ricambiò l’abbraccio e il bacio fraterno. Il servo di Polemone, Sosia, li vide e raccontò tutto al suo padrone. Quest’ultimo si arrabbiò moltissimo e, per un gesto d’ira, benché non fosse iracondo di natura, tagliò i capelli alla sventurata Glicera. Ma, come dice la dea dell’Ignoranza, “per opera di un Dio anche un male può trasformarsi in un bene”. Glicera quindi si rifugiò in casa della madre adottiva di Moschione, mentre questi ragionava con il servo Davo su modo migliore per chiederle la mano. Quindi Davo entra in casa, ma viene subito buttato fuori. Giunse Sosia e dopo aver visto la scena corse subito ad avvertire il padrone Polemone, e lo consigliò di prendere le armi contro Moschione e Davo. Fortunatamente un vecchio di nome Pateco calmò le acque ed invitò Polemone a ragionare e promise lui stesso di andare a parlare con Glicera. Una volta giunto da lei, le rivelò di essere suo padre, grazie ad una serie di oggetti conservati dalla figlia, come una fascia d’oro ed un vestito ricamato con molte figure, e le chiese di “perdonarlo” per aver abbandonato lei e il fratello, e si giustificò dicendo che aveva dovuto agire così perché da un giorno a un altro si ritrovò povero e perché la loro madre era morta. Rivelata la verità anche a Moschione, Polemone poté finalmente vedere l’amata Glicera e, dopo essersi fatto perdonare, la chiese in sposa.

Uno dei temi principali di questa commedia è innanzitutto la rivalutazione della donna: Glicera non è più il personaggio muto, come tutte le giovani della commedia, ma ha possibilità di decisione; è studiata psicologicamente e le vengono attribuiti profondi sentimenti, che, fino ad Euripide, erano assolutamente inesistenti, ad esempio il valore della famiglia e l’amore e la fedeltà al marito. Ma sicuramente il tema principale è la concezione secondo cui una colpa debba essere punita solo ed esclusivamente quando si compie un male con premeditazione, e va invece perdonata quando è involontaria o dettata dall’impulsività. Polemone infatti non ha tagliato i capelli di Glicera per offenderla, ma per un gesto di gelosia. Questa concezione è ripresa dalla filosofia di Aristotele, secondo il quale se una persona è portata al male per natura (come il personaggio di Smicrine nell’Aspis) deve essere punita, e non quando il male è fatto involontariamente. Ciò è scritto nell’Etica Nicomachea, nella quale Aristotele distingue le colpe in tre termini: involontaria, causata da un errore e volontaria, definendo di ciascuna il grado di punibilità. A  questo proposito diventa importante il “tropos”, ovvero il carattere, che secondo il filosofo si forma e dipende dalle circostanze e dalle condizioni che la vita ci propone,  non è innato nella natura dell’uomo e perciò diventano fondamentali l’educazione, l’ambiente e il buon esempio. Un altro punto di contatto con la filosofia aristotelica è la concezione laica della divinità: nella Pereikeromene non si attribuisce più, infatti, la causa delle colpe dell’uomo ad una divinità, né alla Sorte (che rappresenta più la casualità, ma la razionalità. È comunque qualcosa che l’uomo può combattere e dalla quale non deve farsi sopraffare), ma solo ed esclusivamente all’uomo. L’uomo comunque ha la possibilità di riparare alle sue colpe, come ha fatto Polemone. Gli dei quindi vengono menzionati solo nelle imprecazioni per esempio, ma di certo non esiste più una religione mitologica. La commedia di Menandro è quindi studiata per far riflettere il pubblico, cerca infatti di trasmettere agli spettatori un messaggio culturale, inserendo comunque scena comiche, in questa commedia per esempio è molto divertente la discussione fra Moschione e Davo. Esse comunque non rispecchiano affatto quelle della commedia di Aristofane, ben più volgari e ricche di doppi sensi. La comicità inoltre appartiene solo a personaggi secondari, come il servo Davo; i personaggi principali sono invece studiati psicologicamente, e, benché abbiano nomi uguali in molte commedie, hanno caratteri profondamente diversi. I suoi personaggi rispecchiano in certi casi anche quelli della tragedia di Eschilo, i quali dopo aver commesso “ubris” (tracotanza, superbia) fanno tutto un percorso di purificazione che gli farà raggiungere la catarsi. Polemone, per esempio, dovrà soffrire e disperarsi molto prima di raggiungere il suo obiettivo primario, ovvero conquistare Glicera. Quello che interessa a Menandro non è l’elemento spettacolare, ma il messaggio da trasmettere, un messaggio tanto forte e tanto attuale e moderno che è stato ripreso da moltissimi autori, come Terenzio, e che ancora oggi è studiato: le sue tematiche infatti sono attuali e assolutamente riproponibili e valide nel mondo di oggi. Per quanto riguarda la lingua, Menandro cerca di riprodurre il parlato della classe media, alla quale appartengono i suoi personaggi, ma mancano termini volgari, popolari e doppi sensi, tipici invece della commedia di Aristofane, l’uomo i Menandro infatti figlio della filosofia, un borghese. per la metrica, usa il trimetro giambico ed il suo stile si avvicina più alla prosa che alle poesia, non c’è  più suggestività. Ci sono pochissime figure retoriche, il messaggio culturale che esprime infatti deve essere diretto e subito comprensibile da tutti. Un’altra novità della commedia nuova è il fatto che il coro non ricopra più una parte recitativa, ma danza solamente tra un atto e l’altro, in quanto nell’età ellenistica non ha più senso parlare di opinione pubblica, infatti conta solo il singolo individuo.

 

11 - Alunna:  Elisa Terrosi

      Classe III Liceale sez. A

      Argomento: il De brevitate vitae e la questione del tempo in Seneca

Lucio Anneo Seneca è senza dubbio l’autore più importante dell’età imperiale, databile dal 4 a.C. al 65 d.C., un periodo che vide succedersi gli imperatori Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Durante questo periodo la cultura ebbe una diminuzione qualitativa a causa del rapporto fra gli intellettuali e l’imperatore, poiché veniva attuata una politica repressiva verso tutti coloro che non accettavano il regime.

Tra i letterati di questo periodo emerge Seneca, già famoso retore all’età di diciotto anni e che riuscì ad entrare in Senato prima dei trenta anni per le sua straordinarie doti oratorie. Egli ebbe un ruolo decisivo nell’educazione del giovane imperatore Nerone, tant’è che si crede che nei suoi primi anni di regno sia stato il suo stesso precettore a prendere le decisioni più importanti; successivamente i rapporti s’incrinarono, a tal punto che Seneca si ritirò a vita privata nel 62, per poi morire nel 65, poiché coinvolto nella congiura dei Pisoni, dopo essersi tagliato le vene.

 Studiando quest’autore si può comprendere quanto siano attuali le sue riflessioni filosofiche. Ad esempio, è molto interessante la questione del tempo, tema centrale del trattato De brevitate vitae.

Dedicata a Pompeo Paolino, alto funzionario imperiale di cui Seneca sposò la seconda figlia, l’opera è influenzata dallo stoicismo (la cui scuola filosofica fu fondata ad Atene nel 301 da Zenone), a cui Seneca aderisce, e ci offre una realistica visione della Roma dei suoi giorni. Infatti l’Urbe era piena di “occupati”, vale a dire persone che impiegano il loro tempo in occupazioni inutili senza accorgersi che lo stanno sprecando: ad esempio tutti coloro che sono impegnati nella carriera politica, coloro che inseguono amori impossibili, coloro che vanno al foro. Tutte queste persone mirano a raggiungere degli obiettivi che non valorizzano la loro persona, ma di ciò se ne accorgono solo da vecchi, quando ormai la maggior parte della loro vita si è consumata. Essi non hanno cercato di raggiungere la virtù e non hanno mai dedicato dei momenti alla cura della loro persona, ma hanno lasciato per sé stessi solamente dei “ritagli” di tempo. Bisogna dunque saper vivere fin da giovani, perché la vera felicità è quella interiore, proprio come dicono gli stoici: l’invito di Seneca è quello di vivere per sé stessi ogni giorno.

Molti si lamentano di non avere tempo sufficiente nella loro vita perché la natura è stata avara con l’uomo nell’avergli concesso un’esistenza così breve. In realtà, i veri avari sono gli uomini, che non sanno sfruttare nel modo adeguato il tempo che è stato loro offerto, ma diventano consapevoli di quanto sia importante solo quando hanno davanti a loro pochi giorni di cui godere. Questi non si rendono conto che Tota vita commentatio mortis est (tutta la vita è un’attesa della morte), perché ci è stata data solo in prestito ed è naturale che finisca. Invece di piangere ed aver paura della morte, dovremmo accettare il fatto che è naturale che si debba morire, e intanto assaporare ogni momento della vita proprio come se fosse l’ultimo. Perciò il tempo è l’unica cosa di cui bisognerebbe essere avari, mentre tutti sono profusissimi in eo cuius unius onesta avaritia est (larghissimi nell’unica cosa di cui sarebbe giusta l’avarizia), in quanto mettono a disposizione il loro tempo per cose futili. Anche nelle Epistulae ad Lucilium Seneca dà lo stesso messaggio: usare il tempo in modo adeguato. All’amico Lucilio infatti raccomanda collige et serva tempus (raccogli e conserva il tuo tempo), omnes horas conplectere (tieni stretta ogni ora), poiché chi ci garantisce che vivremo così a lungo da poter fare tutto ciò che vogliamo? Infatti anche se siamo mortali pensiamo di poter raggiungere tutto come se fossimo immortali, proiettandoci verso un futuro di cui non siamo sicuri.

 Il pensiero di Seneca è una riflessione sulla sua epoca, ma la situazione odierna non è poi così diversa. Basta accendere la televisione per essere proiettati in un mondo frenetico, che privilegia i beni materiali ed ideali come il denaro o la bellezza da raggiungere a tutti i costi. Se poi guardiamo la vita delle città, vediamo che molti sono presi dal lavoro e dalla carriera, mettendo così in secondo piano o addirittura sacrificando la famiglia e gli affetti. Anche a tutti questi ”occupati del ventunesimo secolo”  Seneca consiglia di dedicare più tempo alla propria persona e a tenere stretta la vita come il bene più prezioso che abbiamo.

 

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