RICERCHE DEGLI STUDENTI
TRIENNIO LICEALE SEZ. A
Liceo-Ginnasio "A.Poliziano" di Montepulciano
Docente di latino e greco: prof. MASSIMO ROSSI
Il prof. Massimo Rossi è lieto di rendere pubbliche, in questa sezione ed in questa pagina del suo sito, le relazioni di approfondimento di latino e greco elaborate dai suoi alunni nell'anno scolastico 2010/2011. Purtroppo questa attività, per la quale il titolare del sito ha ottenuto riconoscimenti a livello nazionale, per alcuni anni scolastici (dal 2005 al 2008) si era interrotta, sia per i suoi pressanti impegni editoriali che per la minor disponibilità degli alunni rispetto a quelli degli anni precedenti; il prof. Rossi è riuscito però a riprenderla nell'anno scolastico 2008/9 ed a continuarla fino a quest'anno, con la speranza di poter proseguire anche nei successivi, adesso che, dopo aver terminato un progetto durato ben quattro anni e precisamente la compilazione della sua nuova storia letteraria Scientia Litterarum, può usufruire di un tempo libero lievemente più ampio.
Di questi lavori autonomi e personali degli studenti il prof. Rossi si dice orgoglioso, giacché per loro mezzo intende dimostrare come anche nel tempo attuale, in cui tante critiche vengono mosse alla scuola ed ai suoi operatori, sia invece possibile svolgere un lavoro serio, proficuo ed anche culturalmente elevato. La pubblicazione di queste ricerche sulla rete internet, oltre che per dimostrare la qualità del lavoro degli alunni e del docente che li segue, ha lo scopo di fornire spunti di riflessione e di approfondimento a tutti coloro - studenti, docenti, cultori delle materie umanistiche - che nutrano interesse per le grandi tematiche della letteratura greca e latina.
Il prof. Massimo Rossi fa presente che tutti i lavori riportati in questa sezione web sono stati compilati in modo personale ed autonomo dagli alunni, senza alcun aiuto o suggerimento da parte del docente. Gli alunni stessi si sono resi garanti dell'autenticità ed originalità di quanto da essi scritto, ed hanno fornito espressamente il loro consenso alla pubblicazione in rete dei propri lavori ed all'apposizione delle loro generalità. In base alle leggi vigenti è vietata la riproduzione di questi scritti senza l'espresso consenso scritto degli autori. Per qualunque informazione sulle ricerche degli studenti, si prega di comunicare via e-mail con il titolare del sito.
Le relazioni sono suddivise in due settori: prima quelle di letteratura latina e poi quelle di letteratura greca. In ciascun settore si procede in ordine cronologico sulla base della classe frequentata dagli alunni.
LETTERATURA LATINA
1 - Alunna: Giada DI BETTO. Classe II Liceale sez. A. Titolo: G.Valerio Catullo: una poesia "vitale"
Chi non conosce il poeta che sancì, in tre musicali parole, la frattura più profonda che da sempre regna nell’animo umano?
“Odi et amo.”
_Carme 85_
Chi non sente la passione di quel verso?
“Vivamus, mea Lesbia, atque amemus”
_Carme 5, v. 1_
Chi non la sente, ogni volta che si pronuncia il nome di tale poeta?
Certo, Catullo fu parte del “circolo” dei poetae novi e nelle sue poesie scoprì una dimensione quale quella individuale, fino ad allora mai rientrata nell’interesse dei Romani; in nugae, epigrammi, e carmina docta troviamo, sparsi per la raccolta, dolore, delusione, amicizia, inimicizia, viaggi, invettive, miti, ma soprattutto, come sempre viene messo in risalto, troviamo l’amore. Niente di tutto ciò può essere negato, tantomeno deve essere tralasciato; bensì piuttosto esaminato, in considerazione di un’analisi più banale, ma efficace: Catullo in ogni sua poesia ci parla anzitutto di vita, di vita vera, quotidiana, addirittura di ciò che della vita si è perso nel mito, di vita fittizia a volte, puro tòpos letterario, o assolutamente reale; tuttavia dai suo versi trapela sempre vita.
Partendo proprio dall’amore, la vicenda centrale del “canzoniere catulliano” è certamente quella vissuta con Lesbia: in essa, che non a caso ha fatto la fortuna dell’autore, è facilmente riscontrabile la sua “vitalità”.
Innanzitutto Catullo ci presenta un amore tanto immediato e profondo da colpirlo non soltanto nell’animo ma anche nel corpo, come dimostra nel carme 51, con una chiara memoria della poetessa greca Sappho:
“[…] Nam, simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
<tum quoque vocis,>
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte”.
“Quando ti guardo io, Lesbia
a me non rimane in cuore nemmeno
un po’ di voce,
la lingua si secca e un fuoco sottile
mi scorre nelle ossa, le orecchie
mi ronzano dentro e su questi occhi
scende la notte.”
_Carme 51, vv. 6-12_
Non è solo l’immagine di un sentimento tanto vero da divenire fisico a dare però vitalità alla vicenda; il poeta sfoga la propria passione in componimenti che celano l’erudizione base della nuova poetica: si diverte così ad implorare la sua Lesbia:
“[…] Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.”
“Dammi mille baci, e ancora cento,
poi altri mille, poi di nuovo cento,
poi sempre altri mille, e ancora cento.”
_Carme 5, vv. 7-9_
Quello di Catullo è l’amore cieco di qualunque vero amante, che vede solo nell’amata la bellezza, una bellezza inaccessibile alle altre donne, e che riconosce che:
“Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
Vere, quantum a me Lesbia amata mea es.
Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.”
“Nessuna donna potrà dire di essere stata amata
Più di quanto io ti ho amato, mia Lesbia.
Nessun legame avrà mai quella fedeltà
Che nel mio amore io ti ho portato.”
_Carme 70_
Ben più di questi attimi di passione fiduciosa, in cui Catullo giunge addirittura a pensare di poter sposare l’amata, sono i momenti del dubbio e dello sconforto poi, a contenere i segni della veridicità e della profondità di versi che diventano così frammenti di vita reale. Il semplice fatto che il poeta sia giunto ad accettare la coesistenza in lui dei contrastanti amore ed odio, il fatto che abbia compreso di non poter smettere di “amare” Lesbia, ma di non poterle più “bene velle”, è segno di una sofferenza vissuta, nella quale si ritrova il dolore comune a ciascun uomo:
“Huc est mens deducta tua, mea Lesbia, culpa,
atque ita se officio perdidit ipsa suo,
ut iam nec bene velle queat tibi,si optuma fias,
nec desistere amare, omnia si facias.”
“Così per colpa tua, mia Lesbia,
mi è caduto il cuore
e così si è logorato nella sua fedeltà,
che ormai non potrebbe più volerti bene
anche se fossi migliore
o cessare d’amarti
per quanto tu faccia.”
_Carme 75_
Prima di concludere però il quadro sulla
vicenda amorosa di Catullo con Lesbia, un ultimo epigramma merita
particolarmente di essere ricordato, esattamente il carme 104:
“Credibus me potuisse meae maledicere vitae,
ambobus mihi quae carior est oculis?
Non potui, nec si possem tam perdite amarem:
sed tu cum Tappone omnia monstra facis.”
“Come avrei potuto maledire la mia vita
Se degli stessi occhi mi è più cara?
Fosse così non ti amerei con questa rabbia:
ma tu d’ogni sciocchezza fai un dramma.”
_Carme 104_
In questo carme la profondità dell’esperienza del poeta risulta esplicitamente chiarificata: la vitae di cui Catullo parla nel primo verso è Lesbia, ma è anche la vita stessa, ed è questo che colpisce, il racconto di un amore pienamente intriso del dolce amaro della vita al punto da eguagliarne il valore e sostituirla.
L’amore del poeta non si rivolge però soltanto verso Lesbia, bensì, come in un diario qualunque, anche nel canzoniere di Catullo si trovano pagine di amori passeggeri, che spesso appaiono tuttavia semplici espedienti letterari, e pagine che sembrano veri e propri biglietti, scritti dal poeta agli amici, o brevi lettere scritte contro coloro che per l’una o per l’altra ragione Catullo non riusciva proprio a sopportare.
Alcuni dei carmi rivolti agli amici, generalmente del gruppo dei poetae novi, sono vere e proprie testimonianze di vita quotidiana: il carme 50 appare come il breve racconto della piacevole giornata trascorsa da Catullo con l’amico Calvo; noi stessi quasi immaginiamo con piacere il tempo passato insieme dai due ad improvvisare nuovi metri per le loro poesie, e siamo portati a ricordare i nostri incontri con amici che come il poeta vorremmo rivedere presto.
All’estremo ardore con cui Catullo ama Lesbia e gli amici, corrisponde tuttavia la violenza con cui si scaglia contro i nemici. Dal momento che la nostra sensibilità tende a voler giustificare offese che cadono nel volgare e che appaiono stonare nella complessa erudizione dell’opera, va fatto notare il probabile riferimento erudito anche di un simile linguaggio: uno stilo basso e volgare, quale quello di Catullo nei componimenti in questione, era in uso in uno dei generi dell’epigramma greco, fonte certamente nobilitante. In alcune invettive sembra inoltre echeggiare il retaggio delle ingiurie dei carmina triumphalia, forme preletterarie latine nelle quali, con battute oscene spesso di ambito sessuale, si schermivano i comandati in trionfo; si tratta comunque di una pura analogia formale dal momento che, differentemente dai carmina triumphalia, le invettive del poeta non avevano affatto il fine di prevenire il rischio dell’invidia degli dei, e certamente, una simile ripresa non contribuisce tanto all’erudizione dei componimenti quanto alla loro vivacità e varietà (non a caso le invettive che più risentono di tale possibile influenza sono proprio rivolte ad un generale romano, Mamurra, particolarmente odiato da Catullo, criticato in maniera analoga ai generali in trionfo dei carmina triumphalia).
Sfoggio ben più esplicito di grande erudizione sono i carmina docta: i sette componimenti centrali della raccolta catulliana meritano infatti un’attenta analisi, per quanto tacciati di minore vivacità rispetto a nugae ed epigrammi, e dunque di non essere espressione completa dell’arte di Catullo. La riduzione di tale “vivacità”, attribuita ad un evidente innalzamento del tono letterario, in realtà non intacca minimamente la forza espressiva dei componimenti, i quali anzi alternano momenti di estrema elevazione e di esplicita ripresa dei modelli greci, a riferimenti e a scene quotidiane, trattate con la raffinatezza di un linguaggio tale da creare immagini di espressività unica, rendendo pienamente merito alle capacità del poeta.
Sin dai primi due carmina docta emerge chiaramente la commistione che l’autore fa di elementi propriamente elevati in quanto ripresi dalla tradizione greca, ed elementi della tradizione popolare romana: sia il carme 61 sia il 62 sono epitalami, ovvero canti per il matrimonio; tuttavia mentre il primo fu effettivamente commissionato a Catullo, ed è stato scritto dunque per una cerimonia realmente avvenuta, il secondo è probabilmente soltanto un esercizio letterario.
Nel carme 61 si nota come il poeta lasci penetrare, in una struttura di ispirazione e tono fortemente tradizionale ed elevato, elementi più coloriti e propri dell’ambiente preletterario romano: questa introduzione è riconoscibile dall’uso insistito per tutto il componimento dell’invocazione ad Imeneo, dio greco, figlio della musa Urania, interrotto al verso 134 dalla comparsa di Talasio, divinità italica del matrimonio, nominato solo qui proprio a sottolineare un passaggio significativo nel canto. Se infatti per tutta la prima parte del carme l’autore aveva ripreso essenzialmente i luoghi comuni legati ai componimenti celebrativi greci del matrimonio, dal verso 126 inizia una vivace digressione sulle tradizioni romane: vengono citati i “fescennina iocatio”, che come già abbiamo detto consistevano probabilmente in battute pungenti e volgari pronunciate in funzione apotropaica per chiedere agli dei fertilità; viene inoltre incitato il giovane sposo:
“Da nuces pueris, iners concubine”
_Carme 61, v.131_
affinché abbandoni i giochi della gioventù per passare ai più adeguati giochi di Talasio. E proprio con un susseguirsi di incitamenti alla fertilità, nel ripercorrere il tradizionale rito matrimoniale a Roma, e di incoraggiamenti a cedere ai giochi amorosi, va chiudendosi l’epitalamio: non soltanto Catullo si augura che la coppia generi un “Torquatos parvulus” (v.216), che come Telemaco, figlio di Penelope e Ulisse, porti onore alla famiglia e unione alla coppia, ma li esorta apertamente a godere della passione amorosa:
“[…] At, bonei
coniuges, bene vivite et
munere assiduo valentem
exercere iuventam”.
“[…]E voi,
dolci sposi, siate felici:
godetevi la giovinezza
nei piaceri d’amore.”
_Carme 61, vv.232-235_
Già il primo epitalamio non mancava di consigli sul rapporto di coppia dati dal poeta:
“Nupta, tu quoque, quae tuus
Vir petet, cave ne neges,
ni petitum aliunde eat.”
“E tu, sposa, non rifiutare
A tuo marito ciò che chiede,
o andrà a cercarselo altrove.”
_Carme 61, vv.151-153_
Tuttavia il secondo, il carme 62, vista la mancanza di riferimenti ad una coppia reale, lascia ancora più spazio all’esposizione di due diverse concezioni dell’amore: a cantare sono infatti due cori, l’uno maschile, l’altro femminile, secondo la struttura tipica del canto amebéo. Uomini e donne fanno una vera e propria sfida, che ricorda la gara delle due più belle ragazze del Tiaso di Saffo, nella quale la concezione saffica di amore dolce-amaro si declina attraverso i due opposti cori, e che rievoca allo stesso tempo la diatriba intrapresa nella commedia di Aristofane, la Lisistrata, da i due cori, anche in questo caso l’uno di donne, l’altro di uomini.
“Hespere, quis caelo fertur crudelior ignis?”
_v.20_iniziano le donne, cantando la violenza di un amore che strappa una giovane dall’abbraccio della madre nolente;
“Hespere, quis caelo lucet iucundior ignis?”
_v.26_rispondono gli uomini, cantando la parte “dolce” di quello stesso amore che congiunge in matrimonio. Proprio nei loro versi trapela un’idea di amore moderna: essi presentano il patto matrimoniale “nec iunxere prius quam se tuus extulit ardor” (v.29), che tiene conto dunque del valore dell’amore, contrariamente a quanto all’epoca si era soliti fare. Questo piccolo accenno di modernità viene tuttavia screditato nei versi successivi, al punto che può sembrare quasi più frutto della pura ironia dei giovani, che presentano, non solo la verginità come virtù imprescindibile perché una donna sia gradita, “sic virgo dum intacta manet, dum cara suis est” (v.56), ma il matrimonio stesso come unica possibilità per una donna di essere rispettata: il patto sociale che l’unione matrimoniale rappresenta finisce dunque per essere considerato prevalente all’amore.
Con un’esortazione a lasciarsi andare finisce anche il carme 62 ma le motivazione per cui una ragazza dovrebbe cedere ad Amore non sono più presentate come l’arrivo del momento in cui è necessario concedersi dolcemente ad esso, come nel precedente epitalamio, bensì sottolineano crudamente l’idea che il matrimonio fosse in realtà anzitutto un contratto di vendita:
“Virginitas non tota tua es, ex parte parentum est,
tertia pars patri est, pars est data tertia matri,
tertia sola tua est: noli pugnare duobus,
qui genero sua iura simul cum dote dederunt”.
“La verginità non è tutta soltanto tua,
un terzo è del padre, un terzo della madre,
solo un terzo è tuo: non puoi opporti a loro due
che ti hanno data al genere con la dote.”
_Carme 62, vv. 63-66_
Il carme 63 è invece un epillio nel quale Catullo mostra il gusto nuovo di una Roma che si stava progressivamente aprendo, grazie agli stessi poeti neoterici, agli influssi delle tradizioni asiatiche, delle quali questi ultimi facevano uso come manifestazione della loro erudizione. Nel carme si fa riferimento ad un mito orientale, quello del frigio Attis, che secondo la versione ripresa da Catullo, dopo aver deciso di sposare la figlia del re Mida, sarebbe stato punito dalla dea Cibele, gelosa del giovane, con la pazzia: proprio per questo, Attis sarebbe giunto ad evirarsi e proprio dalla pazzia, promotrice della sua condanna, ha inizio il componimento del poeta romano. Se nella prima parte del carme infuria la follia del giovane, ribattuta dal suono di tamburi e cembali rituali, che accompagnano ben presto la processione di Galle della quale il giovane, ormai “notha mulier” (v.27), si mette a capo; il caos iniziale, caos di suoni, caos di donne, caos sul sesso dello stesso protagonista, lascia progressivamente spazio al ritorno della ragione.
L’attenzione dell’autore ad una crescente dolcezza del linguaggio aumenta con l’avvicinarsi della notte in cui tutti si addormentano; all’alba con il ritorno della luce torna anche la ragione ad Attis, che non può che pentirsi di tutto ciò che ha fatto, ed invocare la dea Cibele, nel suo lamento per la nostalgia della patria abbandonata e della virilità perduta.
L’intero carme attinge fortemente alle tradizioni orientali: non soltanto il mito di Attis vi è strettamente collegato, ma lo stesso rito delle Galle assomiglia incredibilmente a quello delle baccanti, sacerdotesse di Dioniso, ritenuto una divinità originaria della Lidia.
Il valore del componimento sta però soprattutto nell’analisi introspettiva compiuta dal poeta; naturalmente i pensieri del ragazzo rinsavito si rivolgono anzitutto alle cose semplici ma basilari di cui è stato privato:
“Egone a mea remota haec ferar in nemora domo?
Patria, bonis, amicis, genitoribus abero?
Abero foro, palestra, stadio et guminasiis?”
“Dovrò vivere in questi luoghi sperduti ,
lontano dalla patria, dai beni, da amici e genitori,
senza più foro, palestre, stadi e ginnasi?”
_Carme 63, vv.58-60_
Sa bene la risposta a tali domande, sa bene la sofferenza a cui ormai è stato condannato ed è proprio il pathos di Attis a rimandare ad alcuni grandi personaggi della tragedia greca: Aiace, che nell’omonima tragedia di Sofocle, diventato anche lui folle, una volta rinsavito decide di uccidersi per il disonore e lamenta, come Attis, le proprie disgrazie in riva al mare, sulla spiaggia dove poi si darà la morte; e ancor più Medea, della quale è rievocata la nostalgia per la patria, abbandonata per follia d’amore nel suo caso, nell’omonima tragedia di Euripide. Attis ed Aiace non condividono le ragioni di pentimento e sofferenza, dal momento che l’eroe sofocleo è ancora legato all’ideale omerico dell’onore; comuni sono invece i pensieri del giovane e di Medea una volta rinsaviti entrambi dalla propria forma di pazzia; e proprio da Euripide e dalla sua tragedia, Catullo sembra dunque aver ripreso l’attenzione ai rivolgimenti dell’animo umano. L’analogia con la tragedia è certamente riscontrabile anche nello schema narrativo delle vicende; secondo una più antica versione del mito infatti sul ragazzo incombeva una hýbris ereditata da ben due generazioni: Zeus, fallito il tentativo di fecondare Gea, avrebbe lasciato cadere a terra il proprio seme, dal quale sarebbe nato un essere bisessuale, Agdistis, evirato da Dioniso in quanto creatura violenta e che con il proprio sangue avrebbe infine fatto nascere il mandorlo, mangiando inconsapevolmente il frutto del quale, la figlia del dio fluviale Sangarios (fiume della Frigia), di nome Nana, sarebbe rimasta incinta di Attis. Proprio la dea Gea/Cibele avrebbe aiutato Nana a portare a termine la gravidanza dopo che il padre l’aveva rifiutata. Nel proseguo di questa versione del mito Attis avrebbe avuto una relazione con Agdistis, ormai unisessuale, e, costretto a sposare la figlia del re Mida, si sarebbe evirato ed ucciso dopo che la furia dell’amante, Agdistis, aveva condotto la futura sposa, presa dalla follia, a tagliarsi i seni durante il matrimonio. Gea/Cibele in questo caso avrebbe soltanto seppellito poi i genitali di Attis. Nonostante le due differenti versioni del mito, per quanto, in quella che segue Catullo, Cibele ed Attis appaiono come amanti, rimane probabilmente nell’idea dell’autore, il peso di una nemesi storica che grava sul destino del giovane e che verrà messa in atto dalla vendetta della dea. Come per Aiace e Medea, così anche per Attis il destino dovrà necessariamente compiersi tragicamente:
“Ibi semper omne vitae spatium famula fuit.”
“Lì rimase schiava per tutto il resto dela sua vita.”
_Carme 63, v.90_
Il carme 64 è generalmente riconosciuto come il componimento di massimo valore artistico tra i carmina docta di Catullo: con i suoi 408 versi è il più lungo dei carmina, ed è inoltre l’esempio più palese della ripresa da parte del poeta dell’epillio.
Analizzandolo con attenzione emerge come alla grande erudizione dell’autore, che fa riferimento a varie tecniche precedenti, l’epillio di origine alessandrina e soprattutto l’ékphrasis (in latino excursus) di ascendenza callimachea, tornano ad affiancarsi sentimenti umani di tale intensità da lasciare spazio all’idea del motivo autobiografico. La grande perizia tecnica e l’altrettanto profonda introspezione psicologica del carme 64 paiono rispondere già ai due criteri fondamentali della poetica, teorizzati da Orazio nella III lettera o Ars poetica appunto: ingenium ed ars coesistono qui perfettamente.
Il carme 64 inizia evocando l’immagine delle navi degli Argonauti che solcano le acque del mare in cerca del famoso vello d’oro; dalle acque si ergono per la prima ed ultima volta le Nereidi, e Peleo trova così un inaspettato tesoro, Teti, della quale si innamorerà e con la quale Giove gli concederà di sposarsi. Con grandi onori lo stesso Catullo celebra il successo di un uomo che ottenne in sposa una ninfa, per passare poi all’accurata descrizione dei preparativi del matrimonio: tutti si riuniscono a corte, tutti portano doni, il palazzo splende, ma sopratutto ormai è pronto il letto nuziale. Su quel letto è posta una “politum tincta roseo conchyli purpura fuco” (vv.48-49), dai ricami della quale parte la lunga digressione, vv. 52-302, su Teseo ed Arianna.Parallelamente all’inizio del carme, l’excursus descrive anzitutto le rive del mare e le onde solcate da navi che, contrariamente a quelle di Peleo, si allontanano dalla donna, Arianna, abbandonata in un’isola deserta. Al parallelismo rappresentato dalla comune ambientazione marittima si oppone dunque l’antitesi netta nella relazione tra Peleo e Teti, al primo fortunato incontro, e Teseo e Arianna, ormai alla triste fine della loro storia d’amore. La giovane, lasciata lì dormiente, si sveglia e pare stentare ancora a credere a ciò che l’amato le ha fatto, e si dibatte e ammutolisce come una “saxea bacchantis” (v.61). In questa sola espressione è possibile leggere la sconvolgente capacità introspettiva di Catullo: Arianna è una baccante di marmo, ha in sé il furore folle di una donna impossessata da un dio ma è immobile, come pietrificata, dalla sorpresa, dallo sgomento, dal dolore. La natura stessa pare prendersi gioco di quella che l’amore ha reso nient’altro che una statua immobile abbandonata sulla spiaggia:
“Omnia quae toto delapsa e corpore passim
ipsius ante pedes fluctus salis adludebant”.
“Quelle vesti scivolate dal corpo di nuovo,
sparse ai suoi piedi, sono un gioco per le onde del mare.”
_Carme 64, vv. 66-67_
Dalla disperazione di Arianna, che è stata resa folle dall’amore per Teseo, si introduce un ulteriore excursus che risale proprio alle incontro tra i due. La ragazza, figlia del re di Creta, arde sin da subito di passione per quel coraggioso ateniese che vuole opporsi al martirio di giovani in sacrificio al Minotauro. L’ardore dell’amore che si impossessa del cuore di Arianna, quel fuoco, viene messo subito in relazione dal poeta con i flutti del mare, la tempesta in cui poi verrà gettata: sin dal principio si ravvisa l’eco della sua disgrazia, in quel contrasto fuoco-acqua, che riprende chiaramente il famoso dolce-amaro saffico. E si avverte l’improrogabilità del destino nell’amara costatazione di Catullo:
“Non ingrata tamen frustra munuscula divis
promittens tacito succepit vota labello.”
“Tuttavia non furono respinti i suoi piccoli,
inutili doni agli dei, i voti sussurrati a fior di labbra.”
_Carme 64, vv. 103-104_
Teseo infatti sarà salvo e la porterà via con sé; questi inutili doni e voti agli dei verranno dunque ascoltati, ma “Sic nimis insultans extremo tempore saeva / fors etiam nostris invidit questibus aures” (vv. 169-170). Arianna che per pazzia abbandonò padre, madre e famiglia seguendo l’amante, rispecchia Medea, nell’omonima tragedia di Euripide, che seguì un amore che l’avrebbe brutalmente tradita. Ed anche la protagonista catulliana si scaglia contro colui che aveva amato, ormai nel gelo della sua disperazione, ghiacciata, annegata, la fiamma che l’aveva posseduta: lamenta l’avere abbandonato tutto per lui, lamenta l’infedeltà dei voti degli uomini e lamenta il suo destino di mancata sepoltura. Ma soprattutto, abbandonata in un’isola deserta, dispera per la sua solitudine e percepisce la vanità dei suoi voti gridati al vento:
“Sed quid ego ignaris nequiquam conqueror auris,
externata malo, quae nullis sensibus auctae
nec missas audire quent nec redder voces?”
“Ma perché io, impazzita dal dolore, mi lamento
con il vento che non sa nulla, non possiede sensi,
non può sentire le parole che grido, né rispondere?”
_Carme 64, vv. 164-166_
Costei, che non ha più nessuno in cui sperare, né il padre lontano, né il marito che sta fuggendo, come Medea decide di agire e fa la sola cosa che gli era concesso fare, maledice lo sposo e i suoi parenti. Con un altro inserto Catullo ci racconta infatti la sorte di Teseo vittima della maledizione: dimenticatosi dell’accordo fatto con il padre, secondo il quale avrebbe issato le vele bianche qualora fosse tornato salvo da Creta, lascia che le vele nere anticipino ad Egeo la notizia di una morte che in realtà non è avvenuta. Così il vecchio si ucciderà e Teseo si ritroverà a piangere l’uccisione del padre:
“Ferox Theseus quale Minoidi luctum
obtulerat mente inmemorit tale ipse recepit”.
“Il feroce Teseo provò su di sé il dolore
che aveva inflitto ad Arianna dimenticandola.”
_Carme 64, vv. 247-248_
Con il ritorno al lamento di Arianna e l’anticipazione dell’arrivo di Iacco, contornato di baccanti, in cerca della donna, si conclude il lungo excursus su questa vicenda di amore infelice, per lasciare nuovamente spazio ai festeggiamenti per il matrimonio di Peleo e Teti.
Tra gli invitati emergono, per la bellezza artistica con la quale sono descritte, le Parche:
“His corpus tremulum complectens undique vestis
Candida purpura talos incixerat ora,
at rosea niveo residebant vertice vittae,
aeternumque manus carpebant rite laborem.
Laeva colum moli ana retinebat amictum,
dextera tum leviter deducens fila supinis
formabat digitis, tu prono in pollice torquens
libratum tereti versabat turbine fusum,
atque ita deerpens aequabat semper opus dens,
laneaque aciduli haerebant morsa labellis,
quae prius in levi fuerant extantia filo;
ante pedes autem candentis mollia lanae
vellera virgati custodibant calathisci.”
_Carme 64, vv. 307-319_
A costoro, rappresentate quasi di una vecchiaia che le vede eternamente, naturalmente, filare il destino, spetta annunciare agli sposi la nascita di un figlio, Achille, in una profezia cantilenante, frequentemente intervallata dalla ripetizione del verso formulare:
“Currite ducentes subtegmina, currite, fusi”.
_Carme 64, vv. 333, 337, 342, 347, 352, 356, 361, 365, 371, 375, 381_
Un canto apparentemente lieto si conclude infine con una grave costatazione di Catullo: gli dei che avevano assistito al banchetto degli sposi protagonisti della sua poesia, ormai rigettano di comparire sulla terra, macchiata di crimini incredibili.
“Quare nec tales dignantur visere coetus,
nec se contingi patiunturlumine claro.”
“Perciò non si degnano più di comparire in mezzi a noi,
né sopportano che li sfiori la luce.”
_Carme 64, vv. 407-408_
Partendo proprio dall’amarezza espressa in conclusione dal poeta è possibile rintracciare nel componimento i segni della sua esperienza personale. Qui Catullo pare turbare il sereno equilibrio creato nel carme, avendo posto in secondo piano la triste storia del tradimento e dell’abbandono di Arianna, in realtà l’autore propone volutamente due vicende paradossalmente opposte. Il matrimonio e l’amore trionfante tra Peleo e Teti rappresentano ciò che egli avrebbe desiderato ma non raggiunto, trovandosi invece di fronte alla stessa disperazione di Arianna, anche lui una statua urlante per il tradimento dell’amata in questa caso. Il modello positivo sembrerebbe vincere perlomeno nella poesia di Catullo, tuttavia non è così, egli non può che concludere ricordandosi del mondo sconclusionato in cui vive, la dissoluzione e l’empietà di questa stessa accozzaglia sono la causa della sua sorte infelice.
Il carme 65 rappresenta una sorta di epistola indirizzata all’amico Ortensio Ortalo nella quale emergono i puri sentimenti umani dello scrittore, prima come fratello affezionato e sofferente, poi come amico sempre attento e premuroso. Come nel carme 101, interamente dedicato alla visita che Catullo fece alla “mutam cinerem” (v. 4) del defunto, emerge soprattutto l’impotenza di un uomo che non può ormai comunicare con il fratello se non con la poesia. Con un tenero paragone si chiude questo carme: invocando l’immagine di una giovane che lascia cadere, spaventata all’arrivo della madre, un pomo, regalo di un amante segreto, l’autore avvicina la sua amicizia al sentimento tra due innamorati; lui però non tradirà, come la ragazza ha fatto, dimenticandosi di avvolgere bene il regalo nella veste, la fiducia di Ortalo, bensì, nonostante il dolore, si ricorderà appunto di rispondere alla lettera dell’amico. Proprio il carme 66 rappresenta ciò che a Catullo è stato richiesto da Ortensio. Si tratta della traduzione della Chioma di Berenice, del poeta greco Callimaco, che l’autore riporta fedelmente a dispetto di alcuni versi (vv. 79-88) aggiunti nel finale in cui riprende il tema della fedeltà amorosa, a lui molto caro, e con il quale un semplice esercizio letterario si avvicina nuovamente alla sfera autobiografica del poeta.
Il carme 67 riprende invece un motivo tipico della poesia greca di età ellenistica, ovvero il paraklausìthyron, il canto di fronte alla porta chiusa, nel quale l’amante si lamentava di fronte alla porta chiusa della donna amata. Catullo, pur recuperando un tòpos letterario, non manca di inserire significative innovazioni: è infatti la porta stessa ad intrattenere un curioso dialogo con un uomo, svelando segreti dei propri proprietari con l’esplicita volontà di rivendicare la propria innocenza nelle incestuose vicende di cui era accusata essere causa o comunque complice. Il tono comico del componimento è evidente, non soltanto perché il tema della porta chiusa era entrato a far parte anche della commedia latina, ma soprattutto perché l’animazione di tale oggetto è volta in realtà a criticare ironicamente l’uso che fino ad allora ne era stato fatto in poesia. La porta si lamenta delle accuse che gli vengono spesso fatte, dalla padrona in primo luogo, ed infine, quasi per sottile vendetta, svela piccoli segreti familiari; ad esempio la grande cortesia del padre dello sposo:
“Egregium narras mira pietate parentem,
qui ipse sui gnati minxerit in gremium.”
“Un padre straordinario, tu dici,
di una bontà tale da bagnare lui stesso l’orto del figlio.”
_Carme 67, vv. 29-30_
L’ultimo dei carmina docta è il carme 68 del quale gli studiosi hanno a lungo dibattuto, ipotizzando una possibile divisione del componimento in due carmi, impropriamente uniti successivamente durante la trasmissione della raccolta. In realtà è più probabile sostenere l’unitarietà del carme: il nome “Malli”, vv. 11 e 30, che secondo alcune lezioni avrebbe indicato un diverso destinatario del carme, appare più che altro un errore di trascrizione, che è stato corretto dai più come “mi Alli”. Certamente il componimento si presenta tuttavia diviso al suo interno in due parti, anzi per la correttezza si articola attorno due principali nuclei tematici: i primi versi si mostrano apertamente come la lettera scritta in risposta ad un amico, Allio appunto, bisognoso di aiuto, così come gli ultimi ne appaiono la conclusione, con la quale il poeta si scusa della misera consolazione che è stato in grado di concedere con la sue parole. La parte centrale rappresenta invece il vero e proprio corpo della lettera: consiste nello svolgimento libero dei pensieri che la missiva dell’amico ha risvegliato nella mente dell’autore. Qui si affrontano le due principali vicende vissute dal poeta: l’abbandono di Lesbia, per il suo tradimento, e l’abbandono del fratello, a causa della sua morte prematura.
Anzitutto il pensiero dell’amata è ravvivato dal ricordo della casa di Allio, luogo dove si svolgevano gli incontri passionali dei due innamorati. Come con passo velato Lesbia entrava ogni volta nel loro nido d’amore, così, immagina Catullo, Laodamia aveva fatto probabilmente il suo ingresso nella casa dell’amato Protesilao: i due avevano consumato prima della cerimonia il loro amore, vista la repentina partenza del ragazzo per partecipare la guerra di Troia; proprio per questo il giovane era incorso presto nella morte, prima vittima nel campo troiano. Contro Troia si innalzano poi le imprecazione dell’autore:
“Sed Troia obscena, Troia infelice sepultum
detinet extremo terra aliena solo.”
“In questa Troia oscena, in questa Troia maledetta,
terra straniera lo incatena solo ai confini del mondo.”
_Carme 68, vv. 99-100_
Troia, luogo di morte di Protesilao, è stato infatti luogo di morte dello stesso fratello del poeta:
“Troia virum et virtutum omnium acerba cinis,
quaene etiam nostro letum miserabile fratri
attulit.”
“Troia, cenere amara d’eroi e di ogni eroismo,
quella che anche mio fratello, senza perdono,
ha spinto a morte.”
_Carme 68, vv. 90-93_
Di fronte ad una così grande sofferenza Catullo geme ed contemporaneamente invoca la sopportazione che, a suo tempo, seppe dimostrare la giovane Laodamia. Ed anche al dolore dovuto all’abbandono di Lesbia il poeta vuole reagire, nel ricordo dei momenti felici, sopportando:
“Quae tamen etsi uno non est contenta Catullo,
rara verecundae furta feremus erae,
ne nimius simus stultorum more molesti.”
“Tuttavia anche se non le basta un solo Catullo, sopporterò,
purchè sia discreta, qualche raro amore furtivo
per non rendermi noioso come gli sciocchi.”
_Carme 68, vv. 135-137_
Nel carme 68 dunque, non soltanto si fa uso del mito come mezzo esplicativo della vicenda autobiografia del poeta, non soltanto si ripercorrono due dei momenti più significativi della sua vita, l’abbandono di Lesbia e la morte del fratello, ma l’autore sembra tracciare finalmente la via per risolvere qualcosa di insolvibile, come morte e tradimento, e sembra infine deciso sul come accettare di proseguire una vita, ormai inevitabilmente accompagnata da indelebili sofferenze. Catullo intride così anche il dolore del tradimento, dell’abbandono, e l’insanabile ferita della morte di versi di un’eterna vitalità.
2 - Alunna: Luisa PERRELLA. Classe II Liceale sez.A. Titolo: Il De reum natura di Lucrezio
Il De rerum
natura è un poema didascalico latino di natura epico-filosofica, scritto da Tito
Lucrezio Caro nel I secolo a.C.
In questo poema, composto da sei libri raggruppati in tre diadi, il poeta latino
si fa portavoce delle teorie epicuree riguardo alla realtà della natura e al
ruolo dell'uomo in un universo atomistico, materialistico e meccanicistico: si
tratta di un richiamo alla responsabilità personale, e di un incitamento al
genere umano affinché prenda coscienza della realtà, nella quale gli uomini sin
dalla nascita sono vittime di passioni che non riescono a comprendere.
La condizione sociale del poeta rimane avvolta nell'oscurità, alcuni studiosi,
dati i riferimenti a Gaio Memmio, hanno pensato che Lucrezio fosse un suo
cliens, altri restano convinti che provenisse da una casata aristocratica. Il
poema mostra a sufficienza come il suo autore condividesse pienamente la
formazione culturale dell'elitè romana.Il vuoto di dati attendibili sulla
biografia di lucrezio ha contribuito a far si che nelle moderne ricostruzioni
larga parte venisse assegnata alla notizia fornita da san Girolamo , il quale
gli attribuiva una follia dovuta all'assunzione di un filtro amoroso che lo
avrebbe portato al suicidio. Tuttavia gli studiosi più moderni tendono a
liquidare tale ipotesi poichè sembra essere chiaramente un'invenzione nata in
ambiente cristiano per screditare il poeta "scomodo", un poeta materialista. Il
de rerum natuta è caratterizzato da immagini possenti e allucinanti,da una
particolare sensibilità dell'artista per gli stati di ansia o di tedio, tali
caratteristiche possono essere ricondotti piuttosto che ad una fantasia morbosa
e depressa, ad uno sguardo capace di oltrepassare la crosta della banalità
quotidiana. L'opera fu destinata ad un pubblio colto ma non elitario, in realtà
è possibile ricavare dallo stesso de rerum natura l'immagine del destinatario
ideale di Lucrezio, estrapolandola, da quella del personaggio cui l opera è
effettivamente destinata; Gaio Memmio. Questi fu un aristocratico impegnato
nella vita politica, un uomo di vasta cultura, senza alcuna simpatia per la
dottrina epicurea, un "discepolo potenziale" da convincere e da piegare affinchè
accetti la dottrina atomistica.Nel corso dell'opera infatti le apostrofi con il
nome di memmio diminuisono diventano meno eslicite, così lascia intendere un
richiamo ad un lettore indeterminato e ad un pubblico più vasto. L'opera di
lucrezio presenta un contenuto completamente innovativo, tuttavia l'autore
utilizza come forma di componimento la poesia che rappresenta invece un elemento
tradizionale, molto probabilmente egli nutrito dalla tradizione letteraria greca
e romana ha sentito come solo una poesia. dalla forma tesa ed elaborata. in
grado di trasmettere pienamente la sua ansia di liberazione ed il suo
entusiasmo, di rendere ragione alla vera ratio e al suo scopritore. Lo
spettacolo grandioso della natura prendeva grazie alla poesia un soffio
vivificante. Nel De rerum natura il messaggio filosofico è indiscindibile dala
sua veste letteraria.
In posizione isolata all'inizo di ciascun libro si trovano i maestosi proemi,
che trasmettono al lettore l'esaltante messaggio della liberazione epicurea;
quattro tra essi sono dedicati ad Epicuro. Nel primo libro, il fondatore della
dottrina è rappresentato con i tratti di un guerriero omerico che sfida il
mostro della religione.Nel secondo libro Lucrezio celebra la serenità epicurea
utilizzando l'ammagine dello spettatore che contempla da terra l'affaticarsi dei
navigli nella tempesta. Problemi di etica sono al centro dei finali del terzo e
quarto libro, dedicati al timore dela morte e alla passione amorosa.Il finale
del quinto libro è dedicato alla storia del genere umano in stretto rapporto con
il proemio del sesto libro, che celebra Atene come culmine di quest'ultimo.Il
finale del sesto libro è costituito dal quadro terrificante della peste di
Atene, dove dipinge una degradazione profonda della vita civile e la sua
incapacità di garantire la sicurezza dagli assalti della natura.In più di un
caso l'insistenza dei finali sugli aspetti più cupi e amari dell'esistenza umana
sembra fare da contrappeso all'entusiasmo espresso nei proemi per la dottrina
liberatoria di Epicuro. Non tutti sono d' accordo che la raprresentazione della
peste costituisca il finale programmato da Lucrezo per l'opera, ma diversi
indizi fanno pensare che il poema non abbia ricevuto l'ultima mano,tralatro non
viene mantenuta la promessa, formulata nel libro V, di una trattazione sulle
sedi degli dei; secondo alcuni Lucrezio avrebbe voluto concludere l opera con
tale episodio, in perfetto parallelismo con il gioioso inno a Venere che apre il
de rerum natura. Ma pensare che il finale dell opera fosse proprio la peste di
Atene lascia intendere che Lucrezio fosse rassegnato; egli ha così cercato di
spiegare la realtà non di giustificarla. L'angoscia di Lucrezio si esprime
mirabilmente nelle frequenti immagini di distruzione e di morte. Molto
significativa , nel libro IV, la descrizone del sentimento amoroso,alla quale
precede una critica dell'amore attraverso una satira corrosiva che investe i
luoghi comuni della letteratura erotica greca e latina, come quelle della ferita
d'amore, della sete e della follia dell'innamorato, o il motivo della serenata
di fronte alla porta. Un evidente bersaglio della polemica lucreziana è anche la
"divinizzazione" della donna nella contemporanea poesia neoterica.Il libro si
chiude con l'auspicio di una relazione duratura, di un amore "razionale" capace
di trascendere la dimensione puramente sessuale, e fondato su una valutazione
delle qualità del carattere più che sull'accecamento della passione.
L'inquietudine dell'animo umano resta fortemente presente in tutto il poema. La
rassegnazione sembra prendere il sopravvento sulla fiducia nella liberazione,
come se la diagnosi del male mettesse in ombra l' efficacia della terapia.
3 - Alunna: Irene TISTARELLI. Classe II Liceale sez. A. Titolo: Il VI libro del De rerum natura di Lucrezio e le altre descrizioni della peste
Nel VI libro del De Rerum Natura, Lucrezio, dopo un ultimo, entusiastico elogio della filosofia e di Epicuro, fornisce una spiegazione materialistica dei fenomeni atmosferici che sono in gran parte responsabili del timore religioso degli uomini. Il tuono e il fulmine non vengono scagliati da Giove, ma sono dovuti a vapori infiammabili che si accendono spontaneamente nell’atmosfera. Segue la spiegazione dell’origine delle nubi,delle trombe marine , della pioggia e dell’arcobaleno. Il poeta passa poi a spiegare i terremoti e le inondazioni periodiche del fiume Nilo e conclude la sua opera con la descrizione della peste di Atene del 430 a.C. Tali pagine sono molto significative in quanto rappresentano l’epilogo dello studio lucreziano sui fenomeni più sconvolgenti del mondo e sono avvolte da una potente drammaticità che mette in evidenza l’attenzione del poeta sullo strazio non solo degli uomini ma anche delle bestie. Lucrezio inizia con la diagnosi del male (provocato da germi che contaminano l’aria e gli alimenti) e descrive poi il disfacimento dei corpi sconvolti dalla malattia che non perdona, l’esasperazione dei moribondi, il terrore dei vivi dinanzi all’ammasso dei cadaveri , all’incubo della morte, mentre l’aria pesante, il puzzo delle ferite e l’afa sconvolgevano le menti e spezzavano ogni tentativo di resistenza. Il De Rerum Natura, che si era aperto con l’ inno a Venere ( immagine della voluptas epicurea) , con l’esaltazione della bellezza della vita e dell’amore, si chiude con la tragica visione di una città devastata dalla morte e dal degrado degli uomini. Lucrezio quindi attraverso questo finale vuole far capire a quali livelli di angoscia e di paura possa arrivare l’umanità quando non conosce il messaggio di Epicuro. E’ innegabile che l’autore latino si ispiri al II libro (47-54) della “ Guerra del Peloponneso” di Tucidide: il passo tucidideo espone con l’obiettiva lucidità dello storico il propagarsi della malattia seguendola nelle sue diverse fasi: la nascita in Etiopia, il contagio della città di Atene, i sintomi e la moria degli uomini. La pestilenza era talmente terribile che faceva morire gli stessi medici che risultavano insufficienti. Niente serviva a debellare la malattia, nemmeno le preghiere rivolte agli dei. Comunque, al di là del dolore straziante degli ammalati costretti a gettarsi nudi nelle acque fredde, il fenomeno sociale più rilevante era l’anomia, cioè l’infrazione delle leggi. Tutti cercavano di soddisfare il proprio piacere senza avere timore degli dei e della legge umana: infatti, visto che un gravissimo pericolo incombeva sugli ateniesi, senza distinzione di classi sociali, bisognava approfittare del momento. Perciò coloro che non avevano niente si impossessavano immediatamente dei beni dei morti . Non credendo più negli dei, l’uomo non era in grado di distinguere il dikaion dall’adikaion e ne approfittava per godersi il poco tempo di vita rimastagli prima di essere falcidiato dalla malattia. Anche Lucrezio ci mostra un quadro in cui vengono annullate le consuete norme del vivere civile, ma è meno preciso dello storico greco nella descrizione dei particolari geografici e clinici. Quest’ultimo utilizza molti termini medici ripresi da Ippocrate e cerca di descrivere in maniera scientifica il decorso del male perché la sua storia deve essere un “acquisto perenne” (ktema es aiei) in quanto la natura umana è sempre la stessa e gli uomini avranno molto da imparare dai fatti avvenuti. Infatti in Tucidide viene descritta anche la gioia di coloro che sono scampati alla peste in quanto lui stesso aveva contratto la malattia e ne era guarito. Tale elemento manca in Lucrezio, che rielabora il modello greco in modo palesemente più tragico e vuol mettere in rilievo l’angoscia dell’umanità ,vittima di una natura ostile che si manifesta anche attraverso fenomeni terribili ed imprevedibili come le pestilenze. Talvolta il verismo lucreziano può sembrare eccessivo, soprattutto nella descrizione del sudore, degli sputi e dell’agitarsi continuo degli occhi sbarrati degli appestati, tuttavia questo è in ragione del fatto che Lucrezio ha una visione pessimistica della condizione umana e insiste spesso sui lati più cupi e macabri della vita. Al contrario di Epicuro, che mostra la speranza di un miglioramento e pone l’accento sull’aspetto positivo della vita ( il bene che si può conseguire ), il poeta latino vede l’aspetto negativo dell’esistenza e quindi il male che deve essere superato.
Anche Giovanni Boccaccio, nell’Introduzione alla prima giornata del Decameron, descrive con toni realistici l’infuriare della peste nella Firenze del 1348. Come ad Atene, nella città toscana la malattia ha portato l’orrore e la disgregazione morale, ma è stata indubbiamente l’occasione che ha permesso ai narratori delle cento novelle di incontrarsi. Sarà infatti lo sconvolgimento del mondo circostante a spingere le sette giovani donne “ornate di costumi e di leggiadra onestà “ e i tre giovani “ discreti e valorosi” a rifugiarsi in una delle loro ville in campagna dove passeranno il tempo a raccontarsi delle storie. Andandosene da Firenze, i protagonisti, che rappresentano la ricca e ben educata borghesia cittadina, non intendono evitare il contagio della peste, che sarebbe potuto avvenire anche nel contado, ma dimenticarlo. I dieci giovani volevano infatti continuare ad ispirare la loro vita ad ideali di decoro, onestà e ragionevolezza , in opposizione alla corruzione presente nella città appestata. Lo spettacolo di disgregazione sociale ed etica provocato dalla malattia serve quindi a mettere in risalto la curiosità dell’autore per gli aspetti che l’umanità rivela in una situazione eccezionale per la sua tragicità: emblematica è la condizione delle donne che diventano meno pudiche e di coloro che vengono abbandonati e non riescono a scampare al morbo. Altri dettagli dimostrano l’originalità di Boccaccio come la descrizione di due maiali che muoiono per aver grufolato tra i panni degli appestati: il tutto contribuisce comunque a mettere in risalto la positività delle narrazioni delle novelle che seguiranno.
Il” lato buono” della peste verrà evidenziato in maniera particolare da Alessandro Manzoni nei “Promessi Sposi”. Lo scrittore lombardo dedica i capitoli XXXI e XXXII del suo romanzo alla descrizione della peste che colpì Milano negli anni 1629-1630 e ci fornisce un modello di “saggio breve” di storia. Tra le fonti principali ci sono il testo del medico Alessandro Tadino “Raguaglio dell’origine et giornali successi della gran peste”e le opere di Giuseppe Ripamonti, testimone oculare dell’epidemia, tra cui il “De peste quae fuit anno MDCXXX. Manzoni interrompe la storia di Renzo e Lucia per “far conoscere (….) un tratto di storia patria più famoso che conosciuto” ed espone in ordine cronologico i fatti che determinarono l’esplosione dell’epidemia. Dapprima la peste si diffonde nel territorio di Milano ma non vengono presi provvedimenti adeguati e ,nel momento in cui il morbo si manifesta in maniera evidente, i governanti ignorano l’emergenza. I malati cominciano ad essere molto numerosi e vengono ricoverati nel lazzaretto. Comincia dunque la ricerca dei colpevoli e la popolazione milanese vede negli untori la causa dell’epidemia, così, come afferma Tucidide , gli Ateniesi avevano accusato gli Spartani. Nella critica a queste false credenze, Manzoni si rifà al metodo scientifico dell’empirismo illuminista, mettendo in cattiva luce la cultura seicentesca e, come Lucrezio, le credenze magiche e le superstizioni. Comunque nei “Promessi Sposi” a riscattarsi sono i singoli individui (ad esempio il protofisico Settala) , alcuni religiosi e l’ordine dei cappuccini.Il governatore ,preso dall’assedio di Casale, ignora l’epidemia e i magistrati obbligano il cardinale Federigo, che si era in precedenza rifiutato per evitare il propagarsi del contagio, ad organizzare una processione con le reliquie di san Carlo. L’assembramento di gente dovuto all’evento religioso fa aumentare i malati; viene quindi istituito il servizio pubblico dei monatti, uomini addetti a sgomberare le strade e le case dai cadaveri e a bruciare gli oggetti infetti ma che molto spesso si dimostrano infidi e privi di scrupoli morali. A sopperire alle deficienze pubbliche sono gli ecclesiastici, in particolare il cardinale Federigo che visita ogni giorno il lazzaretto e consola i malati meravigliandosi di rimanere immune dal contagio. In effetti la peste si inserisce nel quadro dei disegni provvidenziali di Dio , è la “scopa” che serve a spazzare i malvagi , che fa giustizia anche per il povero Renzo e contribuisce alla sua crescita morale: lui,vittima dei soprusi di don Rodrigo, pregherà per l’anima del suo persecutore che sta morendo stroncato dal terribile morbo.
La funzione catartica e “salvatrice” dell’epidemia è sintetizzata nelle parole pronunciate da Don Abbondio nell’ultimo capitolo del romanzo: “se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una , ogni generazione”.
Albert Camus, premio Nobel 1957 per la letteratura, nel suo romanzo “La Peste” del 1947 rivela molti punti di contatto con Lucrezio e Manzoni non solo per l’identità dell’argomento. Il romanzo è in effetti una specie di interrogazione sul male e sulla condizione umana. L’azione si svolge ad Orano in Algeria dall’aprile al dicembre del 194…. Causa della malattia è una moltitudine di topi che va a morire per le strade della città .La prima reazione è di incredulità , ma poi , di fronte al numero crescente di vittime , il governo dichiara lo stato di peste e le porte di Orano vengono chiuse.
Il dottor Rieux , medico, è stato il primo a prendere coscienza della gravità della situazione e a cominciare la lotta contro la morte. Di fronte alla peste la gente reagisce in maniera diversa. Ci sono coloro che vorrebbero fuggire, come il giornalista Rambert che desidererebbe raggiungere la propria amante a Parigi , quelli che continuano le loro attività, come Grand , che vuole scrivere un romanzo o lo stesso Tarrou che medita alla ricerca della pace interiore. Esiste anche chi si sottomette al destino o chi, come il Padre Paneloux ,giustifica la malattia alla luce della fede cristiana. Tuttavia si fa strada l’esigenza della solidarietà tra gli individui per lottare contro la malattia . Tarrou, l’uomo in rivolta, capisce che non basta dire no ma bisogna agire concretamente. Lo stesso Paneloux, uomo di Chiesa che, al contrario del manzoniano cardinale Federigo morirà di peste , davanti alla morte di un bambino si interroga sul significato della Provvidenza divina e Rieux rifiuta la morte scandalosa di questo innocente. Tuttavia sebbene entrambi si diano da fare per alleviare le sofferenze causate dalla malattia, la lotta solidale è molto difficile poiché nessun siero si dimostra efficace. Quando tutto sembra perduto, si verificano le prime incomprensibili guarigioni, la peste viene sconfitta e la città di Orano riapre le sue porte. Alla fine il dottor Rieux, che ha perduto anche sua moglie, rivela di avere scritto la cronaca dell’epidemia per dire che bisogna imparare ad essere solidali nella sventura poiché l’unione tra gli individui può migliorare la condizione umana in quanto il bacillo della peste non scompare mai. Al momento della pubblicazione del romanzo molti critici hanno visto nella peste una allegoria del nazismo, ma il libro rispecchia le convinzioni umanistiche di Camus e l’idea di un concreto impegno al servizio dell’uomo. Pur non avendo una fede religiosa ,lo scrittore francese crede nella solidarietà umana e nella dedizione al bene comune, al contrario di Lucrezio. Tale diversità si nota all’inizio dell’opera quando il dottor Rieux la sera del giorno in cui è scoppiata la peste “guardando il golfo, pensava ai roghi di cui parla Lucrezio, innalzati davanti al mare dagli Ateniesi , ai tempi del morbo (…) .Si potevano immaginare i roghi rosseggianti davanti all’acqua tranquilla e scura, i combattimenti di torce nella notte crepitante di scintille e gli stessi vapori velenosi che salivano verso il cielo (…) La parola “peste “era stata pronunciata, è vero che in quello stesso minuto il flagello scuoteva o abbatteva una o due vittime. Ma insomma , lo si poteva fermare”. Diversamente da Lucrezio, in Camus c’è il senso angoscioso dell’assurdo, ma di fronte all’umanità sofferente, bisogna uscire fuori dall’egoismo e dalla solitudine, poiché non si può essere felici da soli, come dirà Lambert: nel mondo contemporaneo la condivisione degli impegni e la solidarietà si riveleranno le sole chiavi per poter dare un senso all’esistenza.
4 - Alunna: Ginevra BENEDETTI. Classe III Liceale sez.A. Titolo: Il pessimismo nell'opera di Lucano
Era giovane,Lucano, (aveva appena 21 anni) quando durante la celebrazione dei
Neronia del 60 a.C., diffuse pubblicamente i primi tre libri della suo poema,il
Bellum Civile o la Pharsalia, lungo poema in dieci libri che
tratta della terribile guerra civile tra Cesare e Pompeo, incentrandosi in
particolare sul periodo più sanguinoso, cioè quello che va dal passaggio del
Rubicone, da parte delle legioni di Cesare, alla guerra alessandrina, dove
Pompeo troverà la morte per mano dei sicari del re egiziano Tolomeo.
Purtroppo il poema ci giunge incompiuto: si interrompe infatti bruscamente a
metà del X libro, mentre gli abitanti di Alessandria ordiscono una sollevazione
contro Cesare e le sue truppe. Il modello di Lucano, almeno per il numero di
libri di cui doveva essere composto il poema, è l’Eneide di Virgilio, ed è
presumibile che egli sarebbe arrivato a comporre anche il XIImo libro, forse
terminante con l’assassinio di Giulio Cesare, se non fosse sopraggiunta la morte
per ordine di Nerone (che, nel 65 d.C., lo costrinse al suicidio in quanto il
poeta aveva aderito alla congiura antineroniana di Pisoni). Quella che ci
propone Marco Anneo Lucano è vera poesia, epica e storica, ma soprattutto
drammatica, cupa, tenebrosa, sanguigna, inquietante come si conviene ad una
poesia che tratta di eventi infausti e devastanti come una guerra civile
fratricida. L’epica storica conosceva una lunga tradizione nella letteratura
latina,a partire dal Bellum Poenicum di Nevio fino agli Annali di Ennio ed
oltre. Ma Lucano si riconnette direttamente al più illustre dei predecessori,l’
Eneide di Virgilio, di cui la sua opera rappresenta una prosecuzione ed insieme
un rovesciamento:nell’Eneide è la volontà dei fati e delle divinità a sorreggere
le sorti di Roma,qui invece gli eventi sembrano essere sorretti da forze
irrazionali e distruttive non più frenate da un intervento provvidenziale. I
fati hanno ormai decretato la rovina di Roma e del mondo,gli dei restano
indifferenti e non vengono presi in considerazione se non come motivi
letterari,la Fortuna,che dà un nome solenne a una casualità non determinata
verso cui si muovono gli interessi e i giudizi degli uomini, ha abbandonato la
causa dei “boni” per favorire gli empi e i tracotanti. La guerra civile,per
Lucano,non è un evento come un altro nella storia di Roma,per quanto doloroso;
rappresenta l’annientamento della civiltà romana,delle conquiste raggiunte
faticosamente dal popolo,la scomparsa delle istituzioni repubblicane alle quali
Lucano credeva e che per lui costituivano l’ossatura della sua
civiltà,sostituita invece dalla tirannia e crudeltà di Cesare e dai suoi
successori,fra cui lo stesso Nerone. Farsalo, località in cui venne combattuta
la decisiva battaglia, rappresenta, perciò, per Lucano, “la fine della
storia”,sia da un punto di vista materiale (perdita di uomini) che politico
(fine delle illusioni repubblicane e decadenza morale e civile di Roma). Non c’è
alcun elemento nella Pharsalia che non sia contraddetto in altri punti del
racconto:in particolare il rimpianto del passato e l’ideale politico. Lucano è,
infatti, un conservatore: su di lui operano profondamente l’ideologia stoica che
si riflettono su l’unica figura rappresentante la giustizia, la virtù e i valori
del mos maiorum, Catone.Integro nei costumi,libero da ogni passione,porta nella
guerra la purezza della moralità. Egli viene addirittura posto dal poeta al
disopra degli dei, dei fati e del Logos stoico, e quindi ci appare come una
“statua” del tutto idealizzata e impossibile a realizzarsi nella realtà.
Lucano,perciò, si distacca completamente da Seneca: mentre in quest’ultimo il
Logos trionfava positivamente e conduceva al bene, anche se dava prove difficili
da superare agli uomini, Lucano ha come ultimo scopo quello di far trionfare il
male,la rovina, la distruzione. Anche la virtù,osannata nelle Lettere morali a
Lucilio come il solo scopo della vita del saggio e come unica consolazione e
condizione di vera felicità e realizzazione, nella Pharsalia non ha spazio di
essere esercitata,perché grandi figure come Catone,ma anche lo stesso centurione
cesariano Sceva, si trovano a vivere in un mondo meschino,crudele ed ingrato in
cui il loro operato non può che non rimanere frustrato. Anche il suicidio,
giustificato dagli stoici come unica via per sottrarsi ai mali del mondo che non
conducono alla realizzazione della propria individualità,qui è visto come un
atto eroico ma che non riesce a mutare la situazione degradata e ormai perduta
in cui si trova Roma. Anche la visione politica muta nel corso del poema:
l’inizio encomiastico del poema e l’assoluta mancanza di una qualche prospettiva
di salvezza nei libri successivi fanno cadere questa illusione. La Pharsalia,
nello spirito, è più lontana dalla realtà di qualsiasi immaginazione. I
protagonisti del poema, più che personaggi reali di cui usurpano il nome, sono
invenzioni Lucanee. Cesare ci appare come il “genio del male”,come un fulmine o
come un leone che con rapidità sconvolgente si muove e agisce,abbattendo tutto
quello che trova nel suo cammino. E’ un personaggio dominato da un furor
travolgente, da una volontà di combattere quasi bestiale (infatti gode alla
vista dei cadaveri e la sua clemenza sembra solo un mezzo per umiliare i suoi
avversari), molto vicino ai tiranni tratteggiati nelle tragedie di Seneca,o al
Catilina di Sallustio. La fortuna di Cesare risiede nel suo esercito,e anche se
Lucano ci mostra alcune virtù dei suoi soldati,le giudica sprecate se esercitate
per un comandante così empio. Anche Pompeo, paragonato all’inizio del poema ad
una vecchia quercia, venerata dalle persone ma soggetta al fulmine, non è un
vero condottiero: è “l’ombra di un grande nome”, perché non ha risolutezza e
spietatezza nel combattere e gli ideali di legalità che dovrebbe portare avanti
sono così labili da essere sovrastati dalla tracotanza di Cesare che prevale su
di lui,tant’è che il vero rappresentante degli ideali repubblicani è proprio
Catone. E’ un “Enea rovesciato”: dalla gloria iniziale passa alla sconfitta e
alla morte, e mentre Cesare o Catone sono due figure statuarie o da amare o da
odiare,Pompeo non ha una così grande rilevanza ed è costretto miseramente al
fallimento. Virgilio,ma anche lo stesso Seneca e Petronio, hanno un
atteggiamento più realistico,maturo e problematico con la realtà che li circonda
nel cui ambito non solo scrivevano,ma anche operavano,mentre Lucano venne
emarginato presto dalla vita politica,anche se i motivi non sono ancora
chiariti; che sia gelosia o contrasto ideologico con Nerone, il poeta non poté
esprimere il suo genio creativo,rifugiandosi in una poesia lacerata, spezzata
nel verso e angosciosamente ossessiva nelle descrizioni macabre. Il suo è uno
“scrivere crudele”, privo di alcuna prospettiva rasserenante. Il passato viene
richiamato come irrimediabilmente perduto, circondato anch’esso da
inattendibilità ed inganno; il “marcio” e la morte aleggiano ovunque, nelle
masse fatte a pezzi,nella magia nera di Eritto, nei corpi mutilati e deformi,
negli strazianti dolori che colpiscono i soldati,dolori di un’angoscia interna
che colpirono questo precoce genio che tentò di trasferirli,per
liberarsene,nella finzione poetica,ma che poterono risolversi soltanto nella
morte,all’età di appena venticinque anni.
5 - Alunno: Filippo DE FABRIZIO. Classe III Liceale sez.A. Titolo: Il De brevitate vitae e il De providentia di Seneca
Nel De brevitate vitae, dedicato a Paolino, Seneca nega che la vita sia breve, affermando che essa è concepita così solo da coloro che non ne fanno buon uso. Il filosofo non si limita a dire ciò ma sostiene che la vita è satis longa, anzi addirittura large data (anche troppo abbondante) per quelli che sanno spenderla bene.L’uomo solamente rende la sua vita breve non utilizzando al meglio il tempo che gli viene concesso e spesso non occupandosi in giusta maniera di se stesso. Torna quindi il tema dell’otium, ovvero della vita meditativa che in questo dialogo, differentemente al De otium, è l’unica via per vivere una vita spesa bene.In quest’opera emerge un sentore di egoismo nel pensiero del filosofo il quale afferma che il prossimo è solo un ladro di tempo e un subdolo approfittatore che ti allontana da te stesso per farti correre in suo aiuto.Time is money e Seneca, come un ragioniere più che un filosofo fa il conto di tutte quelle parti di tempo che sottraiamo a noi per darle agli altri, e ciò si rivela essere uno spreco. Infatti noi, anche se moriamo centenari, viviamo pochi scarti, rimasugli di vita.Per Seneca l’uomo spreca la sua vita accelerandone la fine poiché è scontento del presente e si angustia per il futuro. Si può dire di aver “navigato” soltanto quando avremo fatto nostro il mare e non quando diremo di esser stati sballottati dalle onde. Il tempo perde il suo valore nella concezione che ha nella società perché è invisibile e intangibile, per questo si tende a concederlo facilmente agli altri; cosa che non avverrebbe in caso di prestiti o donazioni di denaro. Fugge il tempo e non può essere soggetto a programmazione o a rinvii, in questo modo infatti perderemmo del tutto il presente affidandoci ciecamente al futuro.In un certo senso l’imperativo di Seneca: protinus vive! E’ simile a quel Carpe diem oraziano con cui condivide l’immediatezza degli eventi che ci offre la vita nel presente.Nel dire ciò è piuttosto prolisso e ripetitivo e a volte, nelle sue digressioni fa perdere il filo del concetto al lettore. Tuttavia non mancano in quest’opera pagine suggestive, come quelle sugli “affaccendati” che ci offrono l’immagine come di un grande circo in cui si esibiscono nelle specialità più disparate gli “acrobati della vita”: chi più chi meno spericolato, chi più chi meno impegnato. Questi sono tutti lì a mettere in mostra le loro capacita e per loro Seneca non riserva un sentimento di comprensione o indulgenza, bensì una sarcastica condanna.
La provvidenza
“Quare multa bonis adveniunt?”, cioè per quale ragione anche ai buoni capitano molte avversità, è la domanda da cui muove il Dialogo sulla Provvidenza del più grande filosofo della letteratura latina (secondo la mia modesta opinione). A questa ne segue l’emblematica risposta “Nihil accidere bono viro mali potest: non miscentur contraria” ossia che all’uomo buono non può mai capitare nulla che possa chiamarsi propriamente male, inquantochè i contrari non sono mescolabili tra loro. Il “De Providentia”, composto secondo alcuni all’inizio dell’esilio secondo altri fra il 64 e il 65, tocca appunto il problema del male e del bene dimostrando come quelli che gli uomini comuni chiamano mali non siano tali per i buoni, ma rappresentino solo un mezzo con cui la divinità sperimenta la loro virtù e nello stesso tempo una prova della sua benevolenza verso di loro. Il male è un prezzo da pagare necessario per gli equilibri della vita, indispensabile opposto a quel bene che altrimenti non troverebbe comprensione e apprezzamento. Questo è il gioco dialettico con cui la vita riesce a progredire, il contrasto esistenziale che è insito in tutte le cose (l’amore della madre nell’atto doloroso di generare un figlio). Certo, il male va anche, dopo essere stato riconosciuto, combattuto: questa lotta rientra sempre nel disegno provvidenziale che Seneca cerca di spiegarci. In questa spiegazione il filosofo non rischia di spingere troppo oltre il suo concetto così delicato e se da un lato dice che tutte le situazioni sono concatenate in una lunga serie che determina i fatti pubblici e privati e che a quella legge di necessità che ha stabilito per noi questa vita e questa morte è soggetto Dio stesso , dall’ altro lato guarda le azioni dei singoli come se fossero autonome, dicendo che Dio sorveglia gli uomini, sì, ma non i loro “bagagli”. Qui avviene la contraddizione e l’ “incoerenza” del filosofo. Se Deus est in nobis deve esserci fino in fondo, non può non rispettare la sua stessa legge, il suo stesso disegno. Nel mondo della provvidenza tutto è creazione continua, o per meglio dire continua teofania e manifestazione di ciò che egli ha scritto nel suo grande libro che, per citare Dante, “ si squaderna” per tutto l’universo.
Seneca nel suo dialogo ci parla di argomenti come la libertà o la responsabilità non considerando l’antitesi di questi con il concetto di provvidenza. Essa infatti è univoca e necessaria, la libertà di qualcuno sta nell’identificarsi con quella stessa legge di necessità che lo governa. Pertanto il saggio si comporterà come un giocatore che pur conoscendo tutte le regole del gioco e tutte le mosse dell’avversario, nondimeno continua a giocare perché sa che tutto è già scontato.
6 - Alunna: Giulia NOFRONI. Classe III Liceale sez.A. Titolo: Il Satyricon di Petronio
L’opera Satyricon viene attribuita a Petronio Arbitrio, poeta quasi sicuramente vissuto alla corte di Nerone, anche se non mancano dubbi sulla sua attribuzione. Ci è giunta in modo del tutto frammentario, infatti possediamo soltanto i libri XV e XVI, nei quali vi sono, purtroppo, parti del testo mancanti. Tuttavia, da ciò che rimane di questa opera, che doveva essere molto vasta, si possono evincere alcuni concetti chiave, che, forse, ci concedono indizi su quella che era la personalità dell’autore, al di là dell’elevato valore letterario. Secondo il racconto di Tacito riguardo un certo Petronio, risulta che questo fosse uomo amante dei piaceri, del vizio, eppure il Satyricon, appare come una denuncia della società corrotta del tempo. Chiaro è come Petronio non abbia l’intenzione di porsi come giudice di una realtà ormai in balia di superficialità e pensieri effimeri, ma cerchi, piuttosto, di raccontare tutto in maniera puramente ironica.
Personaggi
principali
Encolpio
Gitone
Ascilto
Trimalcione
Trama e Analisi
“Num alio genere furiarum declamatores inquietantur…[…]” Ecco come
comincia la narrazione del Satyricon, probabilmente parte finale di una
discussione tra Agamennone il retore ed Encolpio, protagonista e stesso
narratore del romanzo, durante la quale si dibatte sulle cause della corrotta
eloquenza e della crisi che travaglia la scuola, argomenti, dopotutto, attuali
per il tempo. Nel frattempo il compagno di Encolpio, Ascilto, vedendo
l’andamento della conversazione, se ne va. Dopo alcune disavventure Encolpio, il
suo amato Gitone e il rivale Ascilto, si ritrovano alla propria dimora, dove,
improvvisamente si presenta la maga Quartilla accompagnata dalle ancelle che,
con il pretesto di aver violato un rito, “abuserà” dei tre giovani. Un servo,
ricorderà loro dell’appuntamento a casa di Trimalchione, per un banchetto
serale; quindi la scena si sposta a casa del ricchissimo Trimalchione,
ex-schiavo, divenuto un uomo “potente” e superficialmente “acculturato”, per il
quale, la sontuosa cena, non potrà che essere occasione di sfoggio delle proprie
“qualità”, dei possedimenti e tant’altro. Dopo una vera e propria maratona di
comicità i tre giovani riusciranno a scappare, e a fuga terminata, dopo l’abuso
di Gitone da parte di Ascilto, quest’ultimo proporrà al compagno Encolpio la
suddivisione completa dei beni, ragazzo, oggetto del loro desiderio, compreso.
Sotto minaccia della spada di Ascilto, Gitone, al quale è stata lasciata libera
decisione, non potrà che scegliere “il più forte”; ciò sarà motivo di furore e
amarezza per Encolpio, il quale, recatosi in una pinacoteca, dove potrà ammirare
opere di Zeusi, Protogene, Apelle, incontrerà lo sfortunato poeta Eumolpo, ormai
abituato ai suoi insuccessi artistici. Numerosi disguidi , tra i quali il
ritrovamento di Gitone, ed il tentato adulterio da parte del poeta nei confronti
del ragazzo, anch’egli ammaliato dalle sue prodezze, riporteranno Encolpio,
Gitone, Ascilto e questa volta anche Eumolpo ad unirsi per una nuova avventura.
Intrapreso un viaggio per mare, scoprono durante questo, di essere capitati
nuovamente nei guai, infatti ricordano di avere dei conti in sospeso con i
padroni della nave: Lica e Trifena. Il tutto si risolverà, fortunataente, con
un’intesa pacifica, seguita, poco dopo, da un naufragio al quale i nostri
protagonisti scamperanno. Si concluderanno sull’isola di Crotone le vicende dei
personaggi, che, questa volta, escogitato un piano, cercheranno di prendere in
mano la situazione: Eumpolpo si finge un anziano ricco, ma privo di eredi, al
suo seguito finti “schiavi”, nonché i suoi tre compagni. Com’è naturale,
diffusasi questa notizia comincerà una vera e propria “corsa all’eredità”, e
ognuno di questi personaggi si ritroverà in vicende, come al solito, inaspettate
e, allo stesso tempo, comiche.
“In continuo movimento”, ecco, come si possono definire i personaggi del Satyricon: personaggi incapaci di essere padroni delle loro scelte, sono come trainati da un continuo “streben” di situazioni bizzarre; potremmo dire infatti, siano proprio le disavventure a scegliere loro. Vivono, giorno per giorno, esperienze diverse ma strettamente collegate tra loro, e ad unirle è proprio un filo a volte sottile, a volte grossolano, di ironia, di realtà imperfette ancor più volutamente deformate per esaltarne i difetti: una vera e propria Odissea della comicità e del paradosso. Notevole è l’analisi psicologia effettuata su ognuno di questi personaggi, tutti accomunati dalla loro “passività” nei confronti della realtà: da Encolpio emerge ingenuità, unita ad una tenue debolezza, che più volte lo rende impotente di fronte a personaggi come Ascilto, Eumpolpo, rivelatisi invece più scaltri; del resto, proprio come i compagni, Encolpio si accontenta di ciò che gli offre la sorte. Gitone, tipico esempio del burattino che si lascia manipolare da chiunque ne abbia la possibilità, agisce cercando di non creare discordie o conflitti, cosa che invece avviene sempre che lui voglia o no, e questo, con estremi sensi di colpa. Ascilto si muove in virtù della sua capacità di sopraffare, rivelandosi alquanto meschino, soprattutto nei confronti dei compagni e dei loro sentimenti, di fronte ai quali rimane incondizionato. Trimalcione, ancor più legato alla sua condizione terrena, prima schiavo, poi divenuto uomo di “fama e ricchezze” sterminate, rimane fortemente attaccato a tutti i beni materiali di cui è circondato e dei quali è possessore: non vive che per godere di questi, ma soprattutto, che per vantarsi dei suoi possedimenti e dei suoi ”falsi meriti”. Infatti è in Trimalcione che possiamo osservare gran parte della modernità psicologica, dal momento che la sua mentalità non è affatto distante dai nostri tempi: condizioni, comportamenti, pensieri che prima potevano suscitare scalpore, oggi, sono entrate a far parte della quotidianità. E’ quindi evidente come questa ricerca di estremizzare realtà disastrate da interessi superflui sia del tutto voluta; non a caso i personaggi devono rispecchiare, nel loro insieme disarticolato, quello che è embelma di una società ormai corrotta, ovvero quei falsi valori che vengono assolutizzati, e che tendono ad essere portati avanti, entrando sempre più a far parte della “normalità”.
LETTERATURA GRECA
1 - Alunna: Monica MORELLINI. Classe I Liceale sez.A. Titolo: Gli dèi omerici e il loro rapporto con il mondo degli uomini
“Mentre Atena gli sparse dal capo molta bellezza…come quando intorno all’argento versa dell’oro un artefice…così gli infuse la grazia sul capo e sugli omeri” (Odissea 23): le divinità in Omero fanno costantemente parte del mondo degli uomini, non potrebbero viverne distaccati. Siamo ben lontani da un dio a se stante, impassibile e troppo elevato per interagire con i mortali; ogni immortale ha un suo uomo o donna da proteggere, da perseguitare, da ostacolare o da difendere (spesso da altri dei proprio come lui). Il passo precedente tratto dall’Odissea descrive l’azione di Atena volta a rendere ancora più bello e splendente Odisseo nel momento in cui deve dare l’estrema prova della sua vera identità alla moglie Penelope “cuore di ferro”. L’intervento divino sostituisce in un certo senso quella coscienza che gli eroi omerici non hanno ancora maturato ed è quindi necessario affinché non si vengano a creare situazioni spiacevoli. Un esempio lampante è l’episodio dell’ira di Achille: Agamennone decide di sottrarre la schiava Briseide al figlio di Peleo il quale “agitava nell’anima e in cuore e sfilava dal fodero la grande spada”. Nei versi successivi la dea Atena scende dal cielo per calmare Achille e per evitare che uccida il capo della spedizione:”gli stette dietro, per la chioma bionda prese il Pelide, a lui solo visibile;degli altri nessuno la vide. Restò senza fiato Achille, si volse, conobbe subito Pallade Atena…”. Ma innumerevoli sono gli episodi di questo tipo in cui gli dei partecipano attivamente alla vita degli uomini, sia in bene sia in male. Lo stesso Posidone nell’Odissea, adirato per l’accecamento del figlio Polifemo da parte di Nessuno (Ulisse), decide di ostacolare con ogni mezzo in suo potere il ritorno di quest’ultimo nella patria Itaca; ma nemmeno gli dei possono tanto. Devono anch’essi sottostare al volere del fato, del destino già stabilito dalle moire: possono ritardare un avvenimento il più possibile, ma non possono impedirlo del tutto. Inoltre gli dei sono capaci di provare gli stessi sentimenti e le stesse passioni proprie degli uomini, dall’amore all’odio, dalla vendetta alla pietà. Sono un aiuto in più che, talvolta, l’uomo ha a sua disposizione. Nell’episodio della compassione di Achille, ad esempio, Priamo si reca alla tenda del Pelide senza venire ostacolato dagli altri soldati greci e senza neppure temere possibili agguati nei suoi confronti per il fatto che, proprio come ci dice Achille “è stato un dio a guidarti fino alle navi veloci dei Danai; nessun uomo mortale oserebbe venire al nostro campo, neppure se giovane e forte”. Sempre nello stesso episodio possiamo leggere alcuni versi fondamentali per comprendere quale fosse la concezione dell’uomo greco riguardo le divinità:“Nella dimora di Zeus vi sono due grandi orci che ci dispensano l’uno i mali, l’altro i beni, li mescola il dio delle folgori e colui a cui ne fa dono riceve ora un male ora un bene…”. Zeus, l’onnipotente, ha quindi il potere di influire sensibilmente sulla vita degli uomini i quali, a loro volta, non possono ribellarsi o sentirsi superiori (peccherebbero altrimenti di “iubris” ovvero di tracotanza), ma hanno il dovere di riconoscere la suprema autorità del dio. Gli dei omerici, in conclusione, immortalati da sempre e per sempre nelle pagine di questi grandi poemi millenari, hanno bisogno di un mondo terreno in cui comparire come attori sulla scena, in cui infiltrarsi con sembianze più o meno bizzarre.
2 - Alunna: Rachele CROCIANI. Classe II Liceale sez. A. Titolo: Le Nuvole di Aristofane
La commedia fu presentata alle Dionisie del 423 a.C. e fu intitolata così perché le nuvole sono le nuove divinità introdotte da Socrate e dai sofisti;quest’ultimi sono considerati da Aristofane come sapienti da evitare perché portatori di corruzione e della perdita dei valori.Il protagonista è Strepsiade che prova a farsi educare da Socrate per apprendere l’arte della retorica in modo da riuscire a prevalere sui creditori che lo perseguitano a causa dei debiti del figlio Filippide. Strepsiade ha sposato una donna nobile ma lui è un umile contadino e la sua natura è quella di essere un semplicione ed essa si trova in contrasto con Socrate; infatti l’eroe comico rappresenta la mentalità gretta e comune del ceto popolare.La sua immagine è però comica nel momento in cui non riesce a comprendere i discorsi di Socrate,mostrando così come egli sia una vittima delle nuove dottrine e della disonesta perfidia che corrompe l‘uomo.Ragionando sulla figura di Strepsiade e considerando il suo percorso ci rendiamo conto che egli ha commesso degli errori,affidandosi all’apprendimento di certe arti,e che solo alla fine riesce a riscattarsi,confermando l’ideologia di Aristofane; sappiamo che il poeta era un conservatore perché non riusciva a comprendere i nuovi valori della società in nessun modo;così tenta di dimostrare come Socrate sia un insegnante pericoloso per i giovani Ateniesi,infatti i principi morali insegnati da lui non sono autentici.La sua dialettica è rappresentata da Aristofane come assolutamente negativa perché riesce a mutare le abitudini ormai radicate e a proporre modelli di vita diversi.Socrate viene criticato in modo esplicito da Aristofane e ci chiediamo perché il poeta lo abbia inserito tra quei filosofi che portarono valori sbagliati.Sicuramente Aristofane era a conoscenza della differenza che correva tra le due categorie ma sfrutta la figura di Socrate,che a quei tempi era conosciuto da tutti, per attirare l’attenzione del pubblico;si deve considerare che il pensiero aristofaneo entra in contrasto con quello di Socrate perché il poeta rappresenta la credenza conservatrice mentre invece il filosofo quella innovatrice e per questo non riescono a trovare facilmente un punto di incontro in quanto siamo di fronte a due culture diverse.Messo in scena da Aristofane il pensatore risulta una sorta di caricatura perché non si mostra nella commedia come il maestro dell’etica ma come il capo di un gruppo di filosofi dediti alla sofistica.Socrate è rappresentato anche in modo comico,è sospeso in aria in una cesta perché a detta del filosofo questa posizione gli permette di fare grandi scoperte;ma esse non si rivelano vantaggiose ma bensì svantaggiose e soprattutto effettua studi su argomenti inutili come la misurazione del salto di una pulce.La filosofia del tempo dunque non si occupava più della difesa dei valori e della giustizia tramite dei principi ben fissati ma di come girare le parole a proprio vantaggio avendo la meglio anche quando si ha torto.In questo modo Aristofane sviluppa la disputa tra il Discorso Migliore e il Discorso Peggiore:
DISCORSO PEGGIORE:“Se uno ti becca in flagrante con sua moglie,gli risponderai che non hai fatto niente di male;poi butterai la colpa addosso a Zeus,dicendo che anche lui soccombe all’amore per le donne.E tu mortale come sei,come potresti avere più forza di un Dio?”
Il Discorso Peggiore vincerà su quello Migliore essendo scelto da Filippide.
Alla fine l’arte dei sofisti è ben appresa dal figlio di Strepsiade il quale giustificherà l’azione di aver alzato le mani sul padre come leggiamo nel dialogo tra i due:
FILIPPIDE:“Ti farò una domanda:quando ero piccolo,mi picchiavi?”
STREPSIADE:”Certo lo facevo per te,per il tuo bene.
FILIPPIDE:“Dimmi allora,:non è giusto che anch’’io ti voglia bene allo stesso
modo,e ti picchi,visto che picchiare significa voler bene?”
Le nuvole,impersonate dal coro,sono le nuove divinità a cui Socrate è devoto e sono coloro che promettono a Strepsiade di poter prevalere sugli altri con l’arte della parola;ma esse sono anche il simbolo dell’illusione che folgora il protagonista e infatti alla fine si rivelano come giustiziere della follia di Strepsiade,che sentendosi ingannato,nel finale incendia il pensatoio riscattandosi degli errori commessi agli occhi del pubblico.
3 - Alunno: Federico ISCERI. Classe II Liceale sez. A. Titolo: la Medea di Euripide
Nella Medea
di Euripide l’azione si svolge a Corinto dove Medea e Giasone si sono recati
dopo la spedizione del Vello d’Oro.La tragedia prende corpo quando
Giasone abbandona Medea per la figlia di Creonte. Medea, umiliata e offuscata
dall’ira ,organizza la sua atroce vendetta che si dovrà compiere nell’ultimo
giorno che il re le ha concesso di poter trascorrere nella città di Corinto.
Medea fingerà di volersi riconciliare con Giasone sostenendo di avere compreso i
motivi che lo hanno spinto a contrarre nuove nozze e convince lo sposo a
chiedere che i suoi figli possano rimanere a Corinto con il padre e la nuova
sposa. Invia in dono alla figlia di Creonte un peplo e un diadema intrisi
entrambi di un veleno mortale che al contatto con la pelle delle donna la arde
fino a farla morire. Stessa crudele sorte tocca al padre di lei che stringeva il
corpo oramai senza vita. La vendetta non è ancora del tutto compiuta. La donna
vuole infliggere a Giasone la più grande delle pene che si possa immaginare,
uccidere i suoi stessi figli. Dopo aver compiuto il delitto sale sul Carro del
Sole e si dirige ad Atene dove Egeo le ha promesso ospitalità.
Giasone inveisce contro la “barbara” che ha rovinato lui, la sua casa, la sua
discendenza.
Ma chi è Medea?
Medea è una “donna di incantesimi”, “esperta di filtri”, “manipolatrice di
sostanze misteriose”, insomma una maga. Nipote del Dio Sole, sacerdotessa e
figlia di Ecate (la dea alla quale si attribuisce l’invenzione della
stregoneria), forse sorella della Maga Circe. Per i Greci Medea è straniera o
“barbara” ( la parola barbaro nasce ad indicare chi non si esperime nella lingua
del luogo, lo straniero appunto) poiché nata nella Colchide sulle rive del Mar
Nero.
La versione di Euripide mette in rilievo i seguenti aspetti:
- 1. la pietà per Medea tradita dal marito e ridotta a “ donna esiliata e
umiliata”.
Da questo il tema della posizione difficile delle donne.
- 2. La passione cattiva consigliera delle relazioni tra uomini e donne:
“un'ira irrimediabile”
Da ciò l'idea positiva dell'amore vissuto con moderazione.
- 3.La vendetta come forma di rappresaglia forte nei confronti del torto
subito.
La tragedia si interroga se questo sia giusto o meno e sul fatto che
“ciò che è
giusto è errore”
- 4. L’imprevedibilità degli eventi umani,
o come dice
il Coro a conclusione della tragedia: “L'inatteso è il modo di operare degli
dèi. la morale di questa storia”.
- 5. Medea è simbolo di una situazione storico-sociale primitiva.
Medea è un
personaggio di una cultura magica, che “spaventa” come dice Creonte. Secondo
Giasone il luogo di provenienza di Medea è incivile, in contrapposizione alla
Grecia intesa come sede di civiltà e razionalità. Inoltre Giasone dice di avere
condotto Medea in Grecia dal suo paese "primitivo"; ritiene che l’atto di Medea
non lo avrebbe potuto commettere una greca. Medea viene definita mostruosa e
selvaggia.
Il contrasto tra civiltà e barbarie è indicato in tutta la tragedia. La prima
parte, il sacrificio, ma anche la rappresentazione della popolazione di Medea, è
di tipo tribale. Sul piano psicologico si sottolineano l’oracolo, il destino,
l’ineluttabilità degli eventi. Inoltre l’appello di Medea, nella stessa scena,
alle forze magiche (“Guardo il Sole e non lo riconosco”) indica la perdita dei
poteri fuori della sua terra, fuori dal contesto in cui il mito esiste come
credenza . I poteri vengono recuperati quando Medea decide di compiere un altro
atto rituale per punire la civiltà che la esclude sottraendole Giasone e i
figli. Giasone stesso dice a Pelia, riguardo al Vello d’oro: “Questa pelle di
caprone, lontana dal suo paese, non ha più alcun significato”.
Medea è un “nome parlante”: la radice med- è presente in tutta l’area
indoeuropea (cfr. latino “medicus”); in greco, in particolare, è da riconnettere
al verbo mèdomai (“immagino,invento, escogito”) e al neutro plurale tà mèdea
(“astuzie, scaltrezze, preoccupazioni”), per cui potrebbe significare “colei che
sa decidere per sé e per gli altri”, “colei che porta consiglio”.Nella “Medea”
non compaiono divinità. L’azione segue il corso delle passioni della
protagonista, una delle più grandi figure del teatro di tutti i tempi, la cui
personalità domina la scena dal principio alla fine.
Medea, barbara, maga, straniera che non è riuscita ad integrarsi nell’ambiente che la ospita, è disperata e furibonda per il tradimento di Giasone. Consapevole che fra lei e l’ex marito si è creato un abisso incolmabile, medita una vendetta tremenda. Quando Creonte la bandisce dalla città , ottiene subdolamente di rimanere un altro giorno: dopo aver violentemente rinfacciato a Giasone la sua ipocrisia e il suo egoismo, la sua viltà e la sua ingratitudine; dopo aver ottenuto da Egeo (che si trova a Corinto di passaggio) di essere in futuro ospitata ad Atene, finge di riappacificarsi con Giasone e, per mezzo dei figli, invia alla novella sposa una veste e una corona in dono. Ma gli oggetti sono intrisi di veleno e la giovane regina viene immediatamente avvinta dalle fiamme, e con lei il padre Creonte che tenta di salvarla. Poi, in un crescendo di crudeltà, dopo un angoscioso soliloquio , nel corso del quale il suo feroce proposito per ben due volte vacilla, uccide con le proprie mani anche i figli. Giasone, saputa la notizia, accorre: impreca, piange, supplica di poter baciare per l’ultima volta i propri figli. Invano. Medea lo lascia annientato dal dolore, allontanandosi sul carro del Sole (finale volutamente ambiguo e variamente interpretato: il trionfo di Medea, magari salvata dalla divinità? Oppure Euripide ha voluto lasciare allo spettatore la libertà di interpretazione?).
Quello di Medea è un personaggio dalla ricchezza psicologica straordinaria. Basti pensare ad alcune situazioni: in apertura della tragedia, essa è un personaggio smarrito,irato,disperato;poco dopo riacquista il controllo,elabora in modo lucido il suo piano,analizza razionalmente le cause del suo soffrire ( riflettere su se stessi si pone non come il superamento, ma come il realizzarsi stesso della sofferenza),simula la sottomissione alla decisioni di Creonte e Giasone, prende tempo, prepara in modo astuto la fuga convincendo Egeo ad ospitarla; in seguito la sua personalità si scinde fra amore materno e desiderio di vendetta, finchè, con piena consapevolezza della protagonista, la passionalità prevale sugli affetti di madre; infine sembra tornare la donna selvaggia e orgogliosa che Giasone aveva conosciuto, quando,uccisi i figli,deride un uomo affranto e distrutto.
A una prima superficiale lettura, “Medea” può apparire il dramma della gelosia di una donna abbandonata e tradita, quindi desiderosa di vendetta: per Giasone non ha esitato a tradire, a uccidere, a sacrificare ciò che aveva di più caro; sembrerebbe che gli stessi figli le siano cari perché sono il pegno dell’amore di lui, e li uccide per colpire Giasone nel modo più raffinato e più atroce. Certo, “Medea” è anche questo. Ma non solo. Il suo agire trova spiegazione nello smisurato senso dell’onore, nel desiderio di essere stimata, nel non voler essere motivo di riso per gli altri . Né si può dimenticare che Medea è anche una straniera insofferente verso i condizionamenti della società in cui si è inserita: in questo senso, quello fra Giasone e Medea è uno scontro di culture, quella greca e quella barbara; quella maschile e quella femminile; quella della famiglia patriarcale e quella della passione; quella fra nòmos (la legge della città) e physis (la legge dei sentimenti).
La tragedia di Medea è dunque anche quella dell’esclusione del “diverso”, che è visto come portatore di disordine, e, dunque, come elemento da espellere dalla città (pharmakòs); ma nello stesso tempo la protagonista incarna la figura del vero intellettuale, libero da condizionamenti (lo stesso EURIPIDE?), che le mistificazioni della società (rappresentata da Giasone) non hanno ancora corrotto e, per questo, emarginato da una società che non accetta critiche alle proprie istituzioni.
Ma Medea è anche il simbolo della condizione femminile in un mondo che ha confinato la donna in una posizione subalterna e di inferiorità rispetto al maschio: essa ha, al contrario delle altre figure della tragedia greca, un’alta opinione di sé, uno smisurato orgoglio e una forte consapevolezza del proprio ruolo: nella solitudine troverà l’unica possibilità di autoaffermazione. Anche in questo caso, come sempre nel mondo tragico antico,l’eroe vive nell’isolamento e si misura con le sue decisioni, delle quali, alla fine, egli stesso sarà vittima: perché alla fine della tragedia, la vittoria di Medea su Giasone appare come la sconfitta del suo cuore, avvolto nell’angoscia; il suo trionfo è contemporaneamente la sua rovina. Forse Medea è, infine, l’umanità stessa, abbandonata dalla divinità, che diventa artefice del proprio destino: ma l’affermazione e la rivendicazione della propria individualità porta alla lontananza dal contesta sociale, all’estraniamento, alla solitudine, all’autodistruzione, in cui però l’individuo ritrova la propria dignità e la propria grandezza, che significa libertà di scelta e di azione, sia nel bene sia nel male.
Lungo tutto lo sviluppo del dramma Medea si configura come personaggio ‘altro’, straniero alla lingua della città: "ha un animo orgoglioso, un carattere fiero e una natura selvaggia", è "σοφὴ, κακῶν πoλλῶν ἴδρις", una donna "dalla mente acuta". Il suo essere ‘altro’, la sua superiorità tecnica (magica e logica), la sua alterità, temibile agli occhi degli abitanti di Corinto che vedono in lei la maga barbara, la straniera in terra straniera.
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4 - Alunna: Luisa PERRELLA. Classe II Liceale sez.A. Titolo: L'Elettra di Sofocle e quella di Euripide
Elettra,personaggio della mitologia greca, era figlia di
Agamennone e Clitennestra, sorella di Oreste, Crisotemi e Ifigenia. Dopo la
morte del padre Agamennone per mano di Egisto e con il contributo della stessa
Clitennestra, Elettra e il fratello Oreste vogliono vendicare il padre. Pilade,amico
e cugino di Oreste, lo segue a Tebe per compiere l'assassinio. Elettra dopo di
ciò sposerà Pilade.La figura di Elettra ha ispirato numerose opere letterarie;
Eschilo che vi dedicò una trilogia intitolata Orestèa : il primo dramma
"Agamennone" raccontava l'omicidio di Agamennone da parte di Clitemnestra ed
Egisto, suo amante; il secondo "Coefore" riproponeva il matricidio di
Clitemnestra e l'omicidio di Egisto perpetrati da Oreste; il terzo "Eumenidi"
vede l'assoluzione di Oreste dall'orrendo crimine commesso grazie
all'istituzione da parte di Atena del tribunale dell'Areopago, e poi l'Elettra
di Sofocle e quella di Euripide ormai caratterizzate da una mentalità sempre più
distante da quella eschilea.
Se nell'opera di Eschilo il senso tragico era reso con molta efficacia
concentrando l'attenzione sul personaggio di Oreste, nella tragedia di Sofocle
questa concentrazione si sposta evidentemente sulla sorella, che mostra tutta la
sua determinazione a voler porre fine agli abusi subiti da parte della madre
Clitennestra e del suo amante Egisto. Il matricidio diviene qui una conseguenza
inevitabile, non costituisce più il fulcro problematico della tragedia: in
questo senso l'opera di Sofocle può essere considerata una "tragedia senza
tragico". Elettra è ritratta da Sofocle con straordinaria profondità
psicologica, il suo disagio di fronte ad una libertà che le è stata sottratta
dal dispotico Egisto ed alla meschinità della madre, sfocia in un odio
incontenibile che la porterà alla vendetta senza che questo le provochi rimorso
o la macchi di una qualche colpa. Ma questo va inevitabilmente a scontrarsi con
una morale che non accetta più la vendetta, con una società che condanna il
delitto e le intenzioni con le quali è stato compiuto: questa incompatibilità
tenta di essere risolta offrendo un quadro completo della situazione in cui si
trova Elettra dopo la morte del padre, in cui il matricidio è l'unica
possibilità per potersi riappropriare del proprio destino, della propria
libertà.
Il dramma si apre con il contrasto tra Elettra e Clitennestra, mettendo in
evidenza l'origine del tutto umana del desiderio di vendetta di Elettra,
spogliandolo da qualsiasi implicazione metafisica. L'Elettra di Sofocle non è un
dramma religoso come quello d Eschilo, in essa gli dei sono lontani e
misteriosi. L 'attenzione si concetra fondamentalmente sulla psicologia di
Elettra, descritta come un personaggio tanto capace di amare, come una donna sa
fare, ma allo stesso modo capace di odiare così ardentemente.Il senso di
emarginazione che caratterizza l’esistenza di Elettra condiziona il personaggio
anche nel suo modo di esprimersi. E’ stato notato che Elettra evita di chiudersi
orgogliosamente in se stessa e che in lei c’è un continuo desiderio di sfogarsi
e di comunicare. E infatti Sofocle ha voluto nella tragedia rappresentare il
momento in cui il personaggio, uscendo per una coincidenza fortunata (la
momentanea assenza di Egisto), dall’ambito restrittivo della casa dominata dagli
assassini di suo padre, può dare finalmente sfogo al suo dolore e può, sia pure
entro limiti ben circoscritti, uscire momentaneamente dall’isolamento assoluto
in cui si trovava .
Il pathos è reso dalla struttura ritmica stessa della scena: questo alternarsi
di battute brevi ma dense di significato emotivo, la cui lunghezza supera
raramente quella di un solo verso , questa eleganza e purezza espressiva
coinvolgono più di qualsiasi altro artificio drammatico.
L'eletra di Euripide, ultimo dei tre tragici, risenta del clima particolare nel
quale si trovava la Grecia dopo la costituzione della lega Delio-Attica e
l'avvento dei sofisti, appare evidente soprattutto se si considerano i numerosi
e non sempre felici tentativi di innovazione che Euripide tentò nelle sue opere,
per adeguare il genere e i temi della tragedia ad esigenze e problematiche molto
diverse rispetto a quelle con cui si confrontarono Eschilo e Sofocle. Il suo
distacco rispetto ai modelli precedenti venne interpretato dai suoi
contemporanei come un tentativo di stravolgere la tragedia,Aristofane, un grande
commediografo, accusò Euripide di aver fatto morire la tragedia eliminando l
elemento eroico e portando tutti i personaggi ad una quotidianità.Una
caratteristica tipica della tragedia greca in generale è che il protagonista pur
essendo colpito da grandi disgrazie, ma non perde mai la propria dignità, anche
personaggi disprezzati da tutti, come Edipo, non vengono mai ridicolizzati o
sbeffeggiati. Dioniso invece fa vestire Penteo da donna, e non si fa scrupoli a
prenderlo in giro, mettendogli persino a posto i riccioli. In questo modo, per
la prima volta un eroe tragico perde la propria dignità e si trasforma in una
figura grottesca e quasi comica: una figura assolutamente sconosciuta alla
tragedia classica, che sembra così rinnovarsi verso forme nuove di teatro, la
commedia.Anche i finali banali, come quello dell'Oreste non erano tipici della
tragedia.Secondo Nietzsche ,invece,Euripide sancì la fine della tragedia come
conseguenza inevitabile rispetto ad una società mutata.Il suo ruolo non fu più
quello di interpretrare una mentalità diffusa e universalmente condivisa, ma
spesso fu invece quello di "rompere" con una società dal fragile equilibrio, che
preferiva adeguarsi a convenzioni piuttosto che porsi criticamente di fronte al
problema degli emarginati, delle donne e degli schiavi. Coerentemente con il suo
atteggiamento critico, si pone il tono polemico dell'Elettra in cui il
matricidio è denunciato come un'orrenda crudeltà. E se da un lato era necessario
che Clitennestra morisse, dall'altro era ingiusto. L'eroismo di Elettra ed
Oreste sembra qui svanire sotto il peso dell'enorme responsabilità che comporta
il loro gesto.
Dalla convinzione profondamente radicata in Euripide del fatto che la vita sia
una catena di fatti inspiegabili, irrazionali, che malgrado i disperati
tentativi di cambiare il corso degli eventi portano a conseguenze drammatiche,
nasce un pessimismo molto ben evidente in Oreste, che non ha nulla a che vedere
con la tradizione precedente, né sul piano della trama, che viene stravolta da
una serie di eventi inverosimili e inaspettati, né sul piano del significato
profondo dell'opera. La trama è in gran parte estranea al mito, ma è frutto
dell'invenzione dello stesso Euripide, che sovraccarica la sceneggiatura di
colpi di scena, personaggi, matrimoni piazzati alla fine del dramma con la
pretesa di ricostituire un universo famigliare oramai disgregato da personaggi
impulsivi e trascinati dagli eventi, situazioni senza sbocco che ci offrono
un'immagine della vita come un misterioso caos.
Euripide introduce delle novità nella sua opera;il dramma, infatti, non si
svolge più nella reggia degli Atridi, davanti alla tomba di agamennone, simbolo
della forza e del potere del "genòs", ma in una zone periferica dell'argolide,
lonatana dalla città, dove è costretta a vivere Elettra in uno stato di assoluta
povertà e di degradazione sociale, con questa nuova ambientazione, la vicenda
vienea essere sdradicata dal nucleo protettivo della polis e dalla sfera di
influenza dei clan familiari. tale rottura appare evidente in una celebre scena
, in cui euripide polemizza apertamente contro il precendete dramma eschileo,
riprendendo un'analoga scena delle coefore.La polemica riguarda la scena del
riconoscimento tra Elettra e Oreste, Euripe vuol ridicolizzare il modo in cui
Eschilo aveva concepito tale scena, solo grazie ad un ulteriore segno, molto più
attendibile, una cicatrice sul volto di oreste è possibile il ricnoscimento. Una
novità rilevante fu anche il personaggio del contadino miceneo, uomo che Elettra
fu costretta a sposare e che vive con lei in un tugurio ai confini con l'Argolide.
egli è un uomo povero che lavora la terra con i suoi buoi ed è costretto ad una
misera condizione sociale. Nonostante questo, conduce una vita tranquilla
felice, rispetta le leggie, accontentandosi di poco, sa riconoscere il giusto
valore della ricchezza. Il particolare rilievo dato al contadino non si spiega
solo con la crescente simpatia che Euripide nutre nei confronti delle persone
umili e povere,ma per capire pienamente il significato di questo personaggio
bisogna considerare la posizione politica di Euripide negli anni Venti. Egli
ricercava un'alternativa alle degenerazioni dei democratici radicali e agli
eccessi delle forze oligarchiche, seguendo una linea politica che risale
probabilmente a Pericle e Solone; individua nella classe media una forza sociale
in grado di pacificare e di sanare e violenti conflitti interni che erano
scoppiati nel corso della guerra del Pelopenneso.
Ma il fallimento di una politica simile, porterà l'autore ad un progressivo
disinteresse e a una perdita di contatto con la realtà politica del suo tempo.
5 - Alunna: Giulia ROSSI. Classe II Liceale sez. A. Titolo: l'Edipo a Colono di Sofocle
L’”Edipo a Colono”, ultima tragedia sofoclea rappresentata postuma nel 401 a.C. (o, secondo altre fonti, nel 405, poco dopo la sua morte avvenuta un anno prima), affronta numerosi temi, tra i quali i più importanti sono quello dell’emarginazione e quello dell’opportunismo (che risultano tra l’altro molto attuali).
Sofocle, prima di tutto, pone quest’opera in un rapporto di continuazione dell’Edipo Re, all’interno delle quali, diversamente da quella che era la struttura delle trilogie (poiché solitamente analizzava un mito all’interno di ogni singola tragedia), egli tratta il tema della catarsi dell’eroe tragico, che dopo aver commesso un atto di hybris, cioè di tracotanza nei confronti degli dei, si avvia verso la purificazione, passando per la fase della sofferenza.In particolare, il protagonista Edipo, nella prima tragedia, affronta la prima fase (hybris) del processo suddetto, poiché egli è costretto a subire un destino inconoscibile di cui egli appare effettivamente come vittima, ovvero l’uccisione del padre Laio e l’incesto con la madre Giocasta in modo del tutto inconsapevole.Già in questa Edipo attraversa la fase della sofferenza, rappresentata dall’accecamento, caratteristica con la quale Sofocle lo presenta mentre ramingo arriva a Colono, sobborgo di Atene di cui è originario l’autore stesso, insieme alla figlia Antigone.E’ proprio in quest’ultima circostanza che si manifesta ulteriormente il suo patimento, dal momento che, dopo aver chiesto e ottenuto ospitalità da Teseo, re di Colono, egli riceve nella località ateniese la visita del figlio Polinice, spinto dall’opportunismo.Mentre, poi, alla fine della tragedia si parla della purificazione dell’eroe, che avviene con la sua morte, circostanza questa prima della quale egli, memore del dono dell’ospitalità fattogli dal re, gli rivela una sorta di segreto per mantenere la pace dell’intera città.Come altro tema bisogna, poi, considerare quello dell’esaltazione della patria del poeta, Colono: la presenta come l’unica terra che, contravvenendo alle negative voci diffuse in Grecia sul conto di Edipo, lo riceve benevolmente.
Un'altra tematica importante della tragedia è sicuramente quella dell’ospitalità stessa, considerata al tempo come una sorta di obbligo religioso, che Teseo segue in maniera molto rispettosa, anche per un profondo sentimento di empatia nei confronti di Edipo, poiché anch’egli fu sottoposto al suo stesso destino di persona raminga e abbandonata da molti.È, quindi, fondamentale, come abbiamo già anticipato, il tema dell’emarginazione, nonostante accomuni sia Edipo che Teseo è maggiormente rilevabile all’interno della vicenda nel primo.Costui, infatti, viene abbandonato non solo dagli abitanti di Tebe, città in cui regnava prima di essere esiliato, (infatti, costoro lo rifiutarono quando seppero che proprio lui era la causa della pestilenza che minacciava la città); ma anche dai suoi due figli maschi, Eteocle e Polinice, il quale, quest’ultimo, si recherà a Colono pregandolo di ritornare in patria, con il solo intento però di farlo schierare con uno o l’altro figlio per far ottenere al prescelto il comando della città (come anche l’oracolo stesso ha predetto) e nel contempo insediarlo “nei pressi della terra cadmea” per averlo “in loro potere senza che varchi i confini”.Se, quindi, i figli di Edipo rappresentano una visione opportunistica e di convenienza, dal momento che non rivogliono il padre in patria per un profondo affetto nutrito nei suoi confronti, le figlie, Antigone e Ismene, sono di fatto le sue guide, (la prima come sostegno fisico e l’altra in qualità di messaggera), sempre pronte a seguirlo e a sostenerlo nelle situazioni difficili.Così, queste ultime contribuiscono a esporre la tematica degli affetti familiari e in un certo senso della positività della donna, che verrà affrontata maggiormente da Euripide, seppur non privandola della possibilità di sbagliare.
Si può, inoltre, intravedere nell’opera una critica alla corrente filosofica dei sofisti ( anch’essa ripresa e sviluppata dal tragediografo successivo), a riguardo del potere di persuasione di cui si avvale non solo il figlio Polinice, ma anche Creonte, zio di Edipo e re che in quegli anni domina su Tebe.Infatti, Creonte tenta, ancora prima di Polinice, di convincere Edipo “con parole melliflue” a ritornare in patria, sostenendo falsamente che sia la città stessa a volerlo e utilizzando tra l’altro come minaccia, per sostenere la sua ipotesi, il rapimento delle figlie, che però non si può chiamare effettivamente tale dal momento che il tutore della famiglia è diventato Creonte stesso, quando Edipo con l’esilio ha perduto ogni diritto su Tebe.A questo riguardo,poi, Antigone dice che “i piani studiati in malafede si smascherano con la parola”, puntando più che altro sulla possibilità di utilizzare la parola come mezzo per scoprire l’inganno, piuttosto che per compierlo: anche qui si vede chiaramente la contrarietà alla sofistica, seppur condotta esponendo il modo in cui poter farne un uso moralmente corretto.Il grande potere che ha la parola, per il poeta, può essere rintracciato nelle parole della stessa Antigone, la quale ritiene, sebbene vedendole qui più come uno strumento di comunicazione della propria interiorità, che “spesso le parole che suscitano o gioia o sdegno o commozione rendono la voce anche ai muti”.Importante da sottolineare è anche il tema degli dei, che secondo la visione sofoclea intervengono per decidere i destini degli uomini dando loro talvolta la protezione come avviene proprio con Polinice (aiutato da Poseidone), pur rimanendo comunque inconoscibili ai mortali stessi, con una visione piuttosto pessimistica. In ciò sta appunto il dramma dell’eroe tragico di Sofocle: nel ricevere il destino, sia buono o no, e nel non poterlo conoscere. Nonostante questo però, talvolta, gli dei vengono visti quasi come alleati degli uomini, in particolare degli eroi, come accade ad esempio con Edipo che invocando le divinità del Tartaro maledice i figli, predicendo loro la morte uno per mano dell’altro, oggetto dei Sette contro Tebe di Eschilo.Detto questo, per esprimere sinteticamente il rapporto tra gli dei e gli uomini di Sofocle si può citare una frase di Polinice, secondo la quale “dipende solo dal destino che gli eventi si concludano in un modo piuttosto che in un altro”.
Il rapporto tra Edipo e gli dei, poi, offre lo spunto per analizzare delle ricorrenze di alcuni capovolgimenti tra i personaggi all’interno dell’opera, le quali si presentano quasi schematiche e che , tra l’altro, sono condotte forse senza alcuna volontà, ma per puro “esercizio letterario” con la cadenza del numero tre (segno di cattivi presagi nella tradizione greca).Se, infatti, all’inizio della tragedia egli appare osteggiato dagli dei, (la cui avversione aveva già avuto modo di manifestarsi nell’Edipo Re), proprio perché il suo nome è stato infangato dal destino e non per sua volontà, alla fine, invece, sono gli dei stessi che lo sollevano letteralmente in cielo, dandogli la morte, ma permettendogli di raggiungere la tempo stesso la catarsi.Inoltre, mentre Edipo stesso, sempre a inizio tragedia, è guidato in quanto cieco e debole, come si è già detto, dalla fedele figlia Antigone, alla fine sarà lui a guidare le figlie vicino al luogo in cui sarà assunto in cielo dagli dei.Un’altra inversione di questo tipo è quella che avviene nel personaggio di Creonte, che da dominatore, nel momento in cui si impossessa delle figlie di Edipo, è poi dominato da Teseo che gli incute timore minacciandolo per liberarle; quindi ancora una volta ”il destino ha cacciato il cacciatore”.È proprio su Creonte di cui, poi, si può parlare, in particolare riguardo il rapporto che egli ha con le leggi delle città straniere, ponendolo a confronto con la figura di Teseo.Quest’ultimo,infatti, si dichiara personalmente superiore a Creonte,dal momento che egli, a differenza sua, avrebbe saputo comportarsi bene dal punto di vista morale, nel rispetto delle leggi proprie dei luoghi dove si sarebbe recato,come in effetti fece in giovinezza.Invece, Creonte arrivando a Colono non rispetta assolutamente le leggi della città, precisandosi “ad afferrare, a soggiogare con la violenza” qualsiasi cosa egli desideri, ovvero riportare Edipo in patria, utilizzando addirittura la retorica.
6 - Alunno: Cristiano TERROSI. Classe II Liceale sez. A. Titolo: le Baccanti di Euripide
Quella delle “Baccanti” è sicuramente una delle più importanti opere del tragediografo Euripide. Quest’ultimo compose l’opera tra il 407 a.C. e il 406 a.C., tuttavia morì prima della messa in scena. Fu proprio il figlio dell’autore a rappresentare le “Baccanti” (è doveroso precisare però che alcuni ritengono che sia stato il nipote di Euripide a far ciò), insieme ad altre due tragedie, l’”Alcmeone a Corinto” e l’”Ifigenia in Aulide”. Questa trilogia fu proposta alle Grandi Dionisie del 403 a.C, e fece ottenere ad Euripide una vittoria postuma. La figure portanti della tragedia sono Penteo, re di Tebe, e Dioniso, dio dell’ebrezza e dell’estasi. Il re nega fermamente la natura divina di Dioniso, che, per dimostrare di essere un dio e non un comune mortale, arriva a immettere nella città di Tebe un germe di follia, che spinge tutte le donne a dirigersi verso il monte Citerone e a celebrare riti in suo onore. Nelle baccanti, così erano chiamate le donne che rendevano omaggio a Bacco, non c’è alcuna traccia di umanità e di ragione: invasate dal dio, si comportano come delle vere e proprie bestie. Del resto non si può fare altrimenti che considerare bestiali le loro azioni: le donne, a causa del delirio, oltre a riuscire ad ottenere dalla pietra latte, miele e vino, devastano i villaggi e i campi con straordinaria veemenza, e addirittura arrivano a squartare con forza disumana un’intera mandria di mucche. Penteo, nonostante sia a conoscenza delle incredibili e preoccupanti azioni delle baccanti, e nonostante sia invitato dal nonno Cadmo e dall’indovino Tiresia a riconoscere Dioniso come una divinità, rimane incredibilmente scettico e rimane della sua idea. Anzi, di più: arresta lo stesso Dioniso, che non oppone resistenza e si fa imprigionare volutamente. Poi il dio, scatenando un terremoto, esce dalla prigionia. A questo punto ha un colloquio con Penteo, e riesce a convincerlo a travestirsi da donna e a vedere cosa succede nel monte Citerone. La scelta del re tebano si rivela però sbagliata e fatale per la sua stessa sopravvivenza: Dioniso inganna Penteo, colui che avevo sempre messo in dubbio la sua origine divina, e gli aizza contro tutte le baccanti furiose che distruggono l’albero su cui il re si era rifugiato. Importantissimo particolare: tra le baccanti c’è anche Agave, la stessa madre di Penteo, che in preda al delirio e accecata da questo scambia il proprio figlio per un leone e, insieme alle altre donne, uccide il figlio e lo fa brutalmente a pezzi. La terribile vendetta di Dioniso è quasi ultimata. Cadmo viene a sapere la verità da un messaggero, e successivamente appare di nuovo in scena Agave che, ancora sotto l’influsso del dio, porta con sé un’asta alla cui sommità è posta orribilmente la testa di Penteo. Cadmo in poco tempo fa tornare in sé la donna, che accortasi di ciò che ha fatto, si dispera. Appare quindi Dioniso come “Deus Ex Machina”, che costringe all’esilio i due e compie così la sua vendetta. Nelle Baccanti possiamo trovare molti temi interessanti, come la figura dell’eroe e la religione. Innanzitutto non c’è più l’eroe della tragedia classica che non perdeva la propria dignità anche di fronte alle più grandi disgrazie, ora tutto è cambiato: Penteo non è affatto un eroe, un uomo valoroso, anzi viene ridicolizzato in vari modi, ad esempio viene umiliato e fatto travestire da donna, con gli sbeffeggiamenti del dio, ed inoltre è anche reo di aver commesso Hybris, non avendo voluto riconoscere le origini divine di Dioniso. Per quanto riguarda la religione, alcuni affermano che le “Baccanti” siano un’opera religiosa, ma probabilmente non è così, visto che Dioniso è una figura che non può essere considerata positiva, e porta solo danni alla città di Tebe invece che risolverli. Euripide di certo se avesse avuto l’idea di comporre una opera religiosa non avrebbe costruito una tale figura di Dioniso (ambigua, spietata e crudele), enfatizzando quasi ed esclusivamente gli aspetti negativi. Quindi l’idea che questa tragedia sia in realtà una forte critica alla religione è del tutto fondata. Questa tragedia è da apprezzare, poiché è un’opera senza dubbio innovativa (soprattutto in ambito religioso, dove abbiamo un certo scetticismo nei confronti degli dei), come la maggior parte delle opere di Euripide, che ruppe, se così si può dire, gli equilibri e passò oltre le idee tradizionali. Inoltre un ulteriore elemento positivo delle Baccanti è la costante presenza del tema dell’instabilità dell’uomo, che è insicuro ed immerso in profondi conflitti interiori che non sembrano avere termine. Anche l’introspezione psicologica è davvero degna di nota nelle Baccanti come nelle altre tragedie euripidee, si scava a fondo nelle menti nei vari personaggi e non si esita ad analizzarle. E’ un peccato che il pubblico greco, legato alla tradizione e restio alle novità, non abbia capito le idee di Euripide, uomo di origine nobile, di grande cultura e primo ateniese ad avere una biblioteca privata, ma che è stato anche un personaggio “scomodo” e di rottura che proponeva una immagine di realtà priva di certezze e contraddittoria. In vita non fu mai amato e le sue poche vittorie negli agoni (solo cinque, mentre Sofocle ne aveva ottenute addirittura 18, e forse di più) sono lì a dimostrarlo del resto. Solo con il passare del tempo l’autore è stato rivalutato ed è stato compreso il suo vero valore e il suo grande pensiero.
7 - Alunna: Irene TISTARELLI. Classe II Liceale sez. A. Titolo: l'Edipo Re di Sofocle
Delle sette tragedie di Sofocle a noi pervenute, l’”Edipo Re” è senza dubbio tra
le più note e significative e per la sua complessità e ricchezza di significato
ha da sempre offerto innumerevoli spunti di riflessione, ottenendo un vasto
seguito in epoche sia antiche che recenti. La vicenda è ambientata a Tebe e si
apre con una terribile pestilenza che imperversa nella città: per trovare la
causa di questa sciagura, Creonte, cognato di Edipo viene mandato a consultare
l’oracolo di Delfi. Il responso afferma che il morbo cesserà non appena trovato
l’assassino di Laio, il precedente re di Tebe. Edipo, che è divenuto il sovrano
della città dopo aver sciolto l’enigma della Sfinge, è risoluto a fare
giustizia e a trovare al più presto il colpevole di questo delitto. E’ a
partire da questo punto che la narrazione si carica di una forte ironia tragica:
l’assassino che Edipo cerca non è altri che egli stesso! Ma l’eroe è ignaro di
tutto e continuerà a ignorare la verità fino a quando essa non emergerà con
prepotenza, senza lasciare ombra di dubbio. Il fatto che Edipo non si renda
conto minimamente di quale sia la sua posizione può apparire piuttosto strano;
egli aveva infatti ricevuto una profezia che gli prospettava le peggiori
nefandezze: avrebbe sposato la madre e ucciso il padre. Per paura che ciò si
compisse, Edipo si era allontanato da Corinto. Eppure non aveva certo agito
cautamente sposando una donna molto più anziana di lui e uccidendo un vecchio
con una tale noncuranza, senza neanche porsi qualche domanda: a fronte di quanto
gli era stato profetizzato avrebbe dovuto quantomeno insospettirsi. Inoltre
l’eroe appare dilaniato da contrasti interiori: da un lato cerca smaniosamente
la verità, dall’altro la fugge, tenta in tutti i modi di farla tacere. Questo
aspetto è messo bene in luce dal colloquio quasi paradossale tra Edipo e
l’Indovino cieco Tiresia:
l’eroe non sa ma desidera ardentemente conoscere, il vecchio sa tutto ma non
vuole parlare. Viene qui ripreso un τόπος molto caro alla tradizione greca, la
situazione in cui uno dei due interlocutori è a conoscenza di qualcosa che
l’altro non sa, ma ha timore di parlare per paura della reazione che le sue
parole potrebbero provocare. Ciò accade per esempio nel poema omerico dell’
Iliade, con il colloquio tra Agamennone e l’indovino Calcante (tra l’altro anche
in questo caso c’è di mezzo una pestilenza). Non appena il re riesce a
strappargli qualche parola, sentendosi chiamato in causa, accusa l’indovino
dandogli del calunniatore e sottolinea la sua cecità in modo spregiativo. Pare
dunque che Edipo rifiuti la verità, ma voglia al tempo stesso apprenderla, in un
incolmabile dissidio. Anche Giocasta, madre e moglie di Edipo, è a tratti
turbata e nonostante ribadisca la necessità di non dare ascolto agli oracoli,
lei stessa non pare troppo convinta di questa affermazione. L’arrivo di un messo
che annuncia la morte del re di Corinto fa momentaneamente tornare le speranze
in Edipo e di nuovo la situazione diviene tragicamente ironica: l’eroe è
sollevato, quasi felice nell’ apprendere che Polibio è deceduto poiché questo
significa che la profezia non si è compiuta. E’ a questo punto che Edipo scopre
di non essere il figlio dei sovrani di Corinto: l’ambasciatore gli comunica che
fu adottato. Gli ultimi dubbi sulle sue origini sono fugati dal racconto del
vecchio servo
a cui fu affidato appena nato proprio da Giocasta. Edipo non può far altro che
precipitare nella disperazione più profonda per la sua in felicissima sorte e
per punirsi si acceca: fino ad allora infatti i suoi occhi non erano stati in
grado di vedere e dal momento in cui non possiedono più questa facoltà, Edipo
dovrà guardare solo con il suo occhio interiore, quello dell’anima.
Da adesso non avrà più contatti col mondo esterno: la cecità lo proietta
nell'oscurità della sua dimensione interiore divenendo un mezzo di isolamento.
Edipo è finalmente giunto alla comprensione del suo enigma estremo, ha scoperto
la tragica condizione in cui ogni uomo è collocato: un mondo in balia di forze
divine che agiscono senza una logica precisa e che impediscono all'uomo di
capire il senso ultimo delle sue azioni.
Tra l’altro è interessante notare come nel corso della tragedia Edipo abbia
schernito Tiresia per la sua cecità, quando invece il vero cieco era stato
sempre e soltanto lui. C’è dunque una sorta di contrappasso nella punizione che
l’eroe deve subire. Un elemento di fondamentale importanza, costantemente
presente in tutta l’opera, è la potenza del destino, entità suprema che domina
ogni singola azione umana e a cui nessuno può sfuggire. Edipo fa di tutto per
evitare la terribile sorte che gli si prospetta; addirittura prima di lui anche
altri cercano di far sì che la profezia che lo riguarda non si compia: in
primis la regina Giocasta, che consegna il piccolo a un pastore ordinandogli di
legarlo per i piedi a un ceppo e lasciarlo morire. Ma l’uomo, mosso da
compassione, invece di destinare Edipo a morte certa, lo porta ai sovrani di
Tebe.
E’ dunque un’ineluttabile necessità che quanto pronunciato dall’oracolo si realizzi. La sua sciagura, come quella di tutti i mortali, nasce dalle azioni; qui emerge perciò la visione pessimistica di Sofocle: ciascun uomo è destinato, prima o poi, a compiere un errore, poiché non dispone del pieno controllo di ciò che fa; lo sbaglio è una condizione con cui tutti devono misurarsi e non di rado può portare alla più completa rovina. Quel che è peggio è che l’uomo spesso non possiede una conoscenza precisa della ragione per cui riceve del male: il dolore è ingiustificato e questo contribuisce a renderlo ancor più insostenibile. Edipo compie effettivamente crimini terribili, ma lo fa inconsapevolmente e tenta fino all’ultimo di autoconvincersi che l’oracolo non si sia avverato.
L’eroe viene punito per una ὔβρις: tale tracotanza va però considerata sotto molteplici aspetti. La sua colpa sta in parte nel voler indagare troppo oltre la propria natura umana, finendo poi per essere travolto dalla scoperta di una realtà così tremenda da risultare inaccettabile. Ma quello che lo conduce alla rovina è soprattutto il fatto di essersi innalzato al di sopra dei limiti concessi ai mortali: innanzitutto ha risolto l’enigma della Sfinge e questo lo ha posto in una condizione di superiorità intellettuale rispetto agli altri uomini, poi è divenuto re di Tebe, ricco, potente, venerato dal popolo come “il migliore tra gli uomini”. Per questo gli dei hanno deciso di ricordargli che non è null’altro che un comune mortale in balia della loro potenza e così in un attimo solo Edipo non solo perde tutto ciò che aveva acquisito, ma si ritrova ad essere l’uomo più misero e sventurato di tutti, orrendamente marchiato d’infamia. Ritorna quindi il concetto dello φτόυος τεῶυ, l’invidia degli dei: i mortali devono sempre mantenersi entro certi limiti, in una via di mezzo, altrimenti suscitano la collera divina e vengono puniti.
L’”Edipo Re” è certamente una delle tragedie più riprese ed analizzate: basti pensare agli studi condotti da Freud, psicanalista austriaco che ha elaborato la teoria del “complesso di Edipo”, secondo la quale i bambini sono inconsciamente portati a nutrire una sorta di amore per la madre e di odio verso il padre, proprio come il protagonista dell’opera sofoclea. Questo mito ha interessato anche il teatro contemporaneo: tra gli autori che hanno tratto spunto dall’”Edipo Re” troviamo anche il francese Jean Cocteau che ha composto un’opera intitolata “ La Macchina Infernale”. La pièce si apre sul discorso di una voce fuori campo che riassume la storia di Edipo termina con queste parole : ”Contempla, o spettatore, rimontato completamente in modo che il congegno si snodi adagio durante il corso di una vita umana, uno degli ordigni più perfetti costruiti dagli dei infernali per l’annientamento matematico di un mortale”. Lo spettatore è quindi già a conoscenza della storia: l’interesse si concentrerà solo nel vedere in che modo questa è stata reinterpretata.
L’atto primo si svolge sulle mura di Tebe, in una notte di pioggia turbata dall’apparizione del fantasma di Laio,(che ricorda un po’ lo spettro che compare nell’ Amleto di Shakespeare) per avvertire Giocasta che c’è un pericolo. Ma la regina non è in grado di vedere Laio, per cui non potrà sfuggire al suo destino.
Successivamente, Edipo si reca a risolvere l’enigma della Sfinge, che non ha più fattezze mostruose ma è una ragazza vestita di bianco. Di fatto la prova non ha luogo per Edipo perché la Sfinge, sedotta dal giovane, gli suggerisce la risposta. Edipo non è più l’eroe sofocleo che riesce nell’impresa grazie alla propria intelligenza, ma solo per merito di astuzia e scaltrezza. A questo punto
Edipo sposa Giocasta, nonostante i tentativi di Tiresia di avvertire lo sventurato. L’atmosfera è caratterizzata da un clima di sensualità mescolato ai presagi dell’incesto e viene ridicolizzata dalle parole di un ubriaco, che prende in giro questo matrimonio tra una donna vecchia e un giovane. Già il titolo stesso dell’opera ci fornisce un’importante chiave di lettura: la “macchina” è una metafora del destino, che agisce appunto come una macchina programmata: può soltanto andare avanti e compiersi, senza che nessuno riesca a fermarla o a farle cambiare percorso. L’uomo non ha scelta: è prigioniero di un disegno ben determinato, conosciuto solo dagli indovini o dai fantasmi. La grandezza dell’eroe tragico si basa sull’accettare il proprio destino, anche se terribile. Cocteau mette in scena un mondo soprannaturale in cui il sogno ha la meglio sulla realtà e in cui il mistero attenua il tragico. Il ricorso al mito permette di fare capire allo spettatore la profondità di un universo invisibile. La storia sembra doversi svolgere in ogni modo come previsto: si tratta quindi di una macchina infernale.
8 - Alunna. Celeste SELIS. Classe II Liceale sez.A. Titolo: L'Orestea di Eschilo
Indiscutibilmente il capolavoro di Eschilo, l’Orestea è la trilogia con cui l’autore vinse le Dionisie del 458 a.C. La prima delle tre tragedie, l’Agamennone, presenta il mito del condottiero acheo visto dal punto di vista della moglie Clitennestra, la quale non vede nel marito un eroe di guerra, ma l’assassino della sua stessa figlia Ifigenia, che egli aveva sacrificato per avere i venti favorevoli alla partenza contro Troia. La grande tensione crescente si esaurisce soltanto nel quarto episodio, quando Agamennone e la sua prigioniera di guerra Cassandra vengono infine uccisi da Clitennestra, aiutata dall'amante Egisto. Ci sono molti elementi significativi in questa tragedia, primo fra tutti la figura della protagonista. Qui la donna viene presentata come un’eroina negativa: è una figura eroica in quanto determinata e coraggiosa, ma allo stesso tempo negativa poiché compie il delitto di uccidere il marito. Questo tipo di eroina sarà riproposto anche nel mondo romano, per esempio da Virgilio, che nell’Eneide presenta la figura di Didone la quale, disperata per aver perso l’amore di Enea, si trafigge con una spada, dimostrando grande coraggio e determinazione. Anche Agamennone ci viene presentato con caratteristiche psicologiche significative: egli, avendo combattuto, una volta tornato in patria mostra di aver imparato dal dolore, infatti inizialmente rifiuta gli onori della moglie ritenendoli eccessivi: egli non vuole commettere ὔβρις (tracotanza). Gli dei sono ancora molto presenti nella letteratura di Eschilo: essi puniscono gli uomini per i loro errori con lo scopo di istruirli attraverso la sofferenza, e in particolare Zeus appare sempre come il garante della giustizia.
Nelle Coefore la storia continua con l’impresa di Oreste che, su ordine di Apollo, torna ad Argo dieci anni dopo l’assassinio del padre per vendicarne la morte. La madre lo accoglierà senza sapere la sua identità, tanto che il figlio si fingerà uno straniero venuto ad annunciare la morte di Oreste stesso e nell’inganno la ucciderà insieme ad Egisto.Oreste appare un personaggio di personalità molto diversa da quella della madre: mentre questa aveva ucciso il marito con grande coraggio e determinazione, egli appare più passivo al volere degli dei e in seguito a delle esitazioni porterà infine a compimento l’ordine di Apollo e commetterà il matricidio che gli era stato ordinato. Inoltre l’autore ha anche voluto creare dei contrasti tra le due tragedie, a mio parere per rimarcare la distanza che c’è tra queste due personalità: mentre nell’Agamennone è una donna ad uccidere un uomo, adesso accade l’opposto; nella prima tragedia era stato l’assassino ad accogliere la vittima, ora avviene il contrario.
Nelle Eumenidi sono gli dei i veri protagonisti delle vicende. L’opera prende il nome dalle Erinni, le dee che perseguitano Oreste per il delitto che ha commesso, che infine diverranno Eumenidi (“le Benevole”). Ancora una volta Oreste è passivo agli avvenimenti: è infatti Apollo a cacciare le dee che lo inseguono e successivamente ad inviarlo al tempio di Atena dove potrebbe trovare la soluzione al problema. Così Atena si offre come giudice per un regolare processo che sarà votato dall’Areopago. Oreste viene assolto e le Erinni diventano benevole.Questa tra le tre tragedie della trilogia è quella a carattere maggiormente politico: vengono qui esaltati i valori delle leggi della polis (città-stato) tramite la decisione di Atena di avvalersi del voto dell’Areopago per risolvere una questione che in passato sarebbe stata conclusa grazie ai valori del γένος (la stirpe o famiglia). Significativa è anche l’innovazione introdotta dall’autore di presentare il coro addormentato (e quindi, scenicamente, sdraiato per terra).Il tema della vendetta, che è stato presente in tutta la trilogia, viene superato solamente in questa parte conclusiva con l’introduzione dei valori delle istituzioni e della giustizia.
Così l’Orestea si conclude con il definitivo superamento della mentalità arcaica del γένος e lo scioglimento di quella tensione dovuta alle vicissitudini di omicidi e conseguenti vendette, lasciando nel lettore la sensazione di aver svolto un percorso, insieme ai personaggi, che lo ha portato infine a capire l’importanza delle istituzioni e della giustizia.
“sorga d’incanto una via selciata di porpora per cui la Giustizia lo inoltri nella dimora insperata.”
9 - Alunna: Ginevra BENEDETTI. Classe III Liceale sez.A. Titolo: La visione politica di Demostene e la figura di Filippo di Macedonia:Le OLintiche e le Filippiche
Quando Demostene compose le Filippiche e le Olintiche,già da quasi un secolo l’arte dell’oratoria era diventata oggetto di analisi e di insegnamento:la pratica dell’eloquenza politica aveva animato le orazioni di Lisia e di Isocrate,che avevano creato un discorso più gradevole all’orecchio,più seducente e convincente. Il suo atteggiamento mentale non era però quello dell’artista che mira innanzitutto alla perfezione formale:in ogni momento Demostene cercava di immaginare quale sarebbe stata la reazione del pubblico e di trovare le parole,le immagini e le espressioni che lo avrebbero convinto. Il pensiero del “dèmos” non lascia mai la produzione di Demostene al quale è indirizzata ogni orazione. Nelle sue orazioni Demostene evita accuratamente gli arcaismi o un linguaggio troppo elevato che rischiavano di trattenere l’attenzione dell’uditorio distogliendola dal contenuto fondamentale della dimostrazione:il suo vocabolario appartiene alla lingua abituale del suo tempo. Demostene entrato in politica,quindi all’interno dell’assemblea ateniese,nel 355 a.C.,come semplice componente,inizialmente apparteneva alla cerchia di Eubulo, convinto sostenitore della linea pacifica che Atene doveva sostenere per il mantenimento dei territori conquistati. Quando comparve però all’orizzonte la grande figura di Filippo di Macedonia,Demostene,a differenza dei suoi colleghi,non si fece ingannare dall’apparente aspetto benevolo del re,ma cominciò con una serie di orazioni (come le Simmorie) ad avvertire il popolo e l’assemblea ateniese del pericolo rappresentato da quest’uomo e dall’esigenza di rafforzare l’esercito e di tenersi pronti a combattere in caso di necessità. In poco più di un anno,dal 352 al 351,la Macedonia divenne la maggiore potenza militare del mondo Egeo. Filippo controllava un vasto territorio,e il conflitto fra Atene e Filippo non riguardava più il possesso di alcune piazzeforti ma della sicurezza dell’Attica.Bisognava ormai o concludere la pace al più presto o decidere di fare la guerra coraggiosamente. Demostene espresse questo punto di vista nella Prima Filippica. Demostene iniziò il suo discorso scusandosi di parlare per primo(l’uso voleva che parlassero prima gli anziani),dicendo che le cose vanno male perché gli Ateniesi non fanno quello che è necessario. Se Filippo aveva ottenuto tanto successo non è perché possedeva una forza sovraumana,ma perché aveva compreso le regole che reggono le relazioni internazionali. Filippo era esemplare e perciò poteva essere imitato e contrastato:bastava che gli Ateniesi adottassero gli stessi principi da lui stesso seguiti e si sarebbero vendicati. Filippo non era invulnerabile,perché c’era chi lo odiava anche fra quelli che sembravano suoi amici,e non erano scoppiate rivolte contro di lui solo perché i malcontenti non potevano sperare in alcun sostegno;tutto sarebbe cambiato se gli Ateniesi fossero intervenuti con determinazione. Da qui la celebre esortazione:”Quando,o Ateniesi,farete il vostro dovere?”.Infatti,l’origine dello squilibrio non è l’aggressione di colui che estende la sua influenza,ma la passività di colui che rinuncia a difendersi. La conclusione che emerge nettamente dalla Prima Filippica è che la situazione dipende interamente dall’atteggiamento degli Ateniesi (“se vorrete essere padroni di voi stessi e se ognuno di voi smetterà di essere inattivo nella speranza che il vicino faccia tutto al suo posto,allora se dio vorrà,riavrete ciò che era vostro,riconquisterete i territori persi per indolenza e punirete quest’uomo”).Filippo non si fermerà a meno che qualcuno non lo blocchi sul nascere,e gli Ateniesi devono combattere come fanno i pugilatori barbari;essi infatti una volta colpiti,difendono sempre la parte percossa,e se il colpo cade altrove,portano lì le mani,perché non sanno e non vogliono coprirsi o guardare avanti. All’epoca della Prima Filippica Demostene pensava che la pace fosse accettabile per Atene solo se i rapporti di forza si fossero riequilibrati a suo favore o,almeno se lo stato attuale del territorio non si fosse ulteriormente modificato a favore di Filippo.Se si voleva la pace,bisognava innanzitutto preparare la guerra con energia (“si vis pacem,para bellum”).Contrariamente alla Prima,la Seconda Filippica non proponeva una misura immediata,ma intendeva agire sulla pubblica opinione Ateniese ed era una denuncia dei progetti di Filippo a breve e lungo termine e un manifesto di una politica di resistenza fondata sulla diffidenza. Filippo ormai aveva conquistato tutti i territori intorno all’Attica,e,timoroso di una guerra che Atene avrebbe potuto scatenare per riappropriarsi dei suoi spazi vitali,aveva cercato di trattare alcune paci concedendo alcuni territori in cambio di ulteriori favori da parte di Atene che Demostene rifiuta con disprezzo,esortando l’assemblea Ateniese,che nelle sue parole sembra convincersi della pericolosità di Filippo,a resistere alle sue offerte e a chiudersi in un guscio dove doveva essere preparata una resistenza ad oltranza,che di lì a poco si sarebbe consumata e sarebbe culminata nella battaglia di Cheronea,dove l’unità greca avrebbe trovato la sua definitiva dissoluzione. La Terza Filippica,riprende e amplifica la denuncia degli atti e delle ambizioni di Filippo e propone una serie di misure militari da adottare per salvaguardare la libertà di Atene. Filippo è descritto come un uomo subdolo,ipocrita e disonesto,che “si ripara dietro il nome della pace e poi compie azioni di guerra”,con il quale non resta altro che difendersi (“se volete dire di rispettare la pace come la rispetta lui,non mi oppongo”).Con un punto di vista cinico ed ironico,Demostene afferma che Filippo,nella sua slealtà di re,sarebbe stato il più stupido degli uomini se non avesse approfittato dell’altrettanta stupidità di coloro che non gli si sono opposti e si sono crogiolati nella vana speranza che le cose si risolvessero da sole,mentre ogni operazione di Filippo era una “macchina da guerra” contro Atene.La causa di questo male era che i Greci non sapevano più opporsi a quei politici corrotti che potevano manovrare la situazione a favore di Filippo,ma soprattutto di coloro che riponevano la massima fiducia nei loro discorsi. E da qui si inanella la descrizione della decadenza politica e sociale della polis del IV secolo e delle frasi rassicuranti di coloro,che come Isocrate,non vedevano in Filippo una minaccia,ma un re che avrebbe portato alla creazione di una “federazione” di città greche unite fra di loro. Coloro che ragionano così sono per Demostene dei traditori della patria,pronti a rinunciare al sogno e alla fatica millenaria di persone che hanno lottato per una Grecia libera dallo straniero. Ed è così che si giunge allo scenari della Quarta Filippica,dove Demostene inneggia alla soluzione della resistenza ad oltranza,unica arma possibile contro la distruzione totale,e alla concordia all’interno di Atene fra ricchi e poveri,che dovevano lasciar correre ogni screzio in vista dell’impegno più alto rappresentato da Filippo.Le Olintiche invece,sono indispensabili per comprendere l’ardore politico di Demostene e la sua visione di Filippo.Composte nel 348 a.C. parlano dell’attacco e la conquista da parte della Macedonia della città di Olinto,situata nella penisola calcidica,legata economicamente ad Atene per il rifornimento di legname per le navi,che dopo la conquista macedone,era aumentato vertiginosamente di prezzo,producendo un enorme danno economico. Gli Olinti,minacciati chiesero l’aiuto militare di Atene,che per Demostene,era un’occasione eccezionale per “darsi interamente alla guerra”.Gli Ateniesi si erano resi responsabili dell’ascesa di Filippo,innalzandolo a una posizione a cui non era arrivato mai nessun Macedone.Se si fosse impadronito di Olinto,niente gli avrebbe impedito di attaccare Atene,e i cittadini,non potendolo attaccare “là”,avrebbero dovuto combatterlo “qui”. E’ vero,Filippo ha dalla sua parte la fortuna,che ha un ruolo decisivo nelle vicende umane,ma questa fortuna gli è stata “concessa” dall’inerzia Ateniese. Egli è spergiuro,sleale,un essere insignificante che basa la sua vita sull’inganno;sarebbe temibile e degno di ammirazione se si fosse ingrandito con giustizia,ma ha ingannato la dabbenaggine ateniese con la promessa della restituzione dei territori. Pensa di dominare con la forza,ma un governo basato sulla potenza di un individuo che si impone per cupidigia e malvagità,”sorge una sola volta e muore ben presto” ,se non è accompagnato da rapporti di amicizia e alleanza o da un interesse comune,perché le basi su cui si fonda l’attività politica sono la verità e la giustizia. La sua ambizione è insuperabile,e se vede qualcuno più esperto di lui in qualcosa,lo scaccia per non essere intralciato nell’affermazione della sua superiorità. Nonostante tutte queste dimostrazioni,corredate da similitudini e da immagini ricche di pathos,Demostene non riuscì a convincere l’assemblea ateniese ad intervenire in tempo e Olinto fu in breve tempo conquistata. Demostene fu incontestabilmente un patriota ateniese,che fiero della superiorità raggiunta nel corso del tempo dalla sua città,esortò i suoi concittadini a mantenere il loro rango. La pace è sicuramente preferibile alla guerra,ma una pace reale nell’indipendenza implica uno sforzo permanente rivolto a mantenere l’equilibrio delle forze. La vigilanza di un uomo politico lucido come Demostene non basta;la sorveglianza della situazione internazionale deve essere compito dello stesso popolo. Vigilanza ininterrotta e capacità di cogliere tutte le occasioni che si presentano ispirano l’opera di questo grande oratore,sul quale si è divisa la critica antica e moderna,da alcuni osannato come il simbolo del patriota per eccellenza e dell’uomo solitario che si contrappone alla società,soprattutto nel Romanticismo,e da altri criticato come un conservatore e come un individuo non capace di vedere “aldilà del suo naso”,perché ormai era impossibile ritornare alla Grecia libera di un tempo,e come era già stato sostenuto da Isocrate nel Filippo del 346 a.C e da Eschine,bisognava cedere ed allearsi con la Macedonia. Sicuramente Eschine aveva ragione,ma la storia deve essere giudicata nel corso dei secoli,non nel momento in cui la si vive,perciò Demostene era in buona fede nel suo ideale e il popolo greco si unì a lui nell’ultimo disperato tentativo di ritorno ad una Grecia libera dallo straniero.
10 - Alunna: Ginevra BENEDETTI. Classe III Liceale sez.A. Titolo: l'ideologia di Menandro e il confronto con i modelli precedenti
Nell’epoca delle maggiori rappresentazioni di Menandro,la polis aveva ormai da tempo subito una progressiva crisi dei suoi valori di ordine religioso,politico e sociale:si sentiva profondamente la caduta degli ideali collettivi e ci si rifugiava nell'individualismo e nella critica alle convenzioni sociali. Nel IV secolo si era verificata anche una crisi economica che non permetteva più l’allestimento del coro,che già con Euripide aveva perso il suo ruolo originario di espressione della collettività pubblica,e che era stato dissacrato da Aristofane in semplice mezzo di comicità. Grazie anche alla commedia di mezzo,che segna un notevole spartiacque tra la commedia antica e nuova,con Menandro si ha l’affermazione della “commedia borghese”,fatta da storie personali e temi quotidiani,contrapposta alla “commedia politica” Aristofanea,volta ad un ultimo e disperato tentativo di cambiamento della pòlis dalla completa dissoluzione materiale e ideologica. Aristofane viene definito da Gennaro Perrotta “ l’ultimo poeta della Grecia giovane”,cioè della Grecia prima della profonda influenza filosofica. Egli scrive tenendo ancora sotto gli occhi la realtà contemporanea, quella di un’Atene che precipita verso il crollo definitivo. Egli soffre per l’agonia della sua città e colpisce ferocemente tutti coloro che considera responsabili di tale rovina(Acarnesi e Cavalieri). La visuale da cui li giudica è quella di un aristocratico conservatore che considera estremamente dannose le innovazioni culturali, politiche e di costume. Le sue commedie hanno il compito di ritrarre l’immaginario collettivo, la vita di Atene, rifacendosi al mondo agricolo in cui la città affonda le sue radici. E’ una commedia in cui i personaggi si immergono nell’utopia di un mondo surreale,fatto di situazioni e storie inverosimili,immaginate da Aristofane come le uniche capaci di risolvere una situazione ormai irrisolvibile. In Menandro non c’è più fervore politico:la Grecia era ormai sotto il controllo macedone,e l’uomo non si sentiva più parte integrante della politica. Per questo si scelgono personaggi e situazioni reali,calati in gesti e abitudini quotidiane. Da Aristofane Menandro riprende i tratti convenzionali,soprattutto nei personaggi che conservano tratti fissi(il giovane innamorato,irresoluto e incapace di agire senza l’aiuto di qualcuno,il servo che aiuta il padrone,il padre di famiglia burbero che si oppone al figlio,la ragazza ecc..),ma a differenza dei personaggi aristofanei, con Menandro si ha il passaggio dal tipo al carattere,perché i protagonisti delle commedie sono studiati psicologicamente,nei loro vizi e nelle loro virtù e mostrano lo specchio della reale complessità che investe il rapporto uomo-società. Come viene affermato dal servo Onesimo alla fine dell’ “Arbitrato”,gli dei esistono,ma non possono pensare agli uomini tutti i giorni;per questo hanno dato loro il tropos, cioè il carattere,che non è innato,ma che è compito di ogni uomo sviluppare nel tempo,per cui l’educazione è fondamentale per la formazione di ciascuno. I personaggi aristofanei sono semplici “marionette”mosse dall’abile comico,che non possiedono personalità o un carattere e vengono descritti solo per essere inquadrati in un’ottica tipicamente comica. I personaggi menandrei subiscono un’ “umanizzazione”, se così può essere definita,che li porta a vivere sentimenti,che coinvolgono ed educano il pubblico. Nel “Misantropo” Cnemone, dopo essere stato salvato capisce di non poter fare a meno dell’aiuto degli altri,perché l’uomo,come ha insegnato Aristotele,è un “animale sociale” che ha bisogno della convivenza con altri uomini,per cui riconosce il figlio che fino a quel momento aveva disprezzato e cerca di aprirsi al mondo che lo circonda;anche nelle Vespe di Aristofane Filocleone capisce che vivere ossessivamente il suo ruolo di giudice significa porsi al servizio dei demagoghi,ma il suo “ravvedimento” non lo conduce ad una condotta più onesta,ma anzi,ad una vita di lusso e di piacere. Menandro introduce perciò quella che con Terenzio sarà chiamata humanitas,ossia la concezione etica basata sull'ideale di un'umanità positiva, fiduciosa nelle proprie capacità, sensibile e attenta ai valori interpersonali e ai sentimenti. Ciò che conta è che questo ideale sia valido per tutti gli uomini, senza distinzioni etniche,sessuali o sociali. Terenzio scriverà appunto: "Homo sum, humani nihil a me alienum puto", ovvero: "Sono un uomo: nulla di umano reputo da me estraneo". L’unico personaggio completamente negativo è Smicrine,incarnazione dell’ adikema, il male vero e proprio,compito volontariamente,l’unico che secondo la classificazione dell’Etica Nicomachea Aristotelica,deve essere veramente punito. Dunque possiamo dire che la commedia di Menandro ha due livelli interpretativi:uno comico,che è legato alla commedia antica,anche se quella nuova manca di oscenità e fa più “sorridere” che “ridere”;uno morale,legato ai problemi che Menandro affronta,già inscenati da Euripide,come la rivalutazione della donna per la sua autonomia e capacità decisionale (Panfile,Criside e Glicera,donne risolute a capaci di difendere il proprio pensiero e la propria dignità di donna,calpestate dai mariti o dai padri),la rivalutazione delle classi inferiori(come nel finale del Misantropo,dove si dice che non conta la classe sociale ma la virtù che una persona possiede,o la figura emblematica di Davo nello “Scudo”,incarnazione del servo onesto e fedele che beffa solo per salvare il padrone,contrapposto all’avido Smicrine, simbolo di pura “forma”,cioè apparenza,senza contenuto,cioè i valori,come quello della famiglia),dello straniero (sempre Davo,che sebbene straniero,è molto più onesto di Smicrine,che è greco,perché non conta la nascita,ma la moralità di una persona),il ribaltamento dei pregiudizi della società(il bambino di Moschione nella Samia non può essere definito illegittimo se si comporterà bene e ed è inserito nella società,la figura della cortigiana Abrotono nell’ Arbitrato,che si dimostra rispettosa ed onesta nei confronti di Carisio e Panfile,rivelando la verità). Mentre Aristofane era legato ancora ad una concezione tradizionale della divinità,sebbene presentata ironicamente mediante la parodia(Eracle),tanto da attaccare coloro,come i sofisti(presi di mira nelle Nuvole, intenti ad insegnare a Strepsiade “le vere divinità”) che fornivano una nuova interpretazione della vita,e come Euripide che aveva ribaltato la visione tradizionale greca,Menandro,rifacendosi al tragediografo e alla scuola peripatetica di Aristotele non crede più agli dei tradizionali e al loro intervento nelle vicende umane e,come Tucidide, afferma che l’uomo deve basare la sua vita su se stesso (individualismo) e mentre Euripide fa parlare nei prologhi ancora gli dei tradizioni,Menandro introduce divinità del mondo ellenistico,come la Tuch, e l’ Agnoia . In conclusione possiamo affermare che con Menandro,la commedia si nutre di suggestioni più disparate,caratterizzandosi come il prodotto di pensieri diversi che hanno percorso la Grecia per più di un secolo,e proprio in questa fusione sta la sua completa ed ineguagliabile novità.
11 - Alunna: Ginevra BENEDETTI. Classe III Liceale sez.A. Titolo: Medea,mitica donna e “strega”. L’analisi in Euripide e in Apollonio Rodio.
Tra i miti più fortunati della cultura occidentale e della storia dello spettacolo trasmessi dall’antichità fino ad oggi, da una grande varietà di fonti letterarie e artistiche, vi è quello di Medea. La figura della maga della Colchide e della donna dal cuore pieno di passioni che giunge ad uccidere i figli ha sempre attirato l’attenzione dei poeti. Prima di assumere forma letteraria, come tutti i miti, quello di Medea si è diffuso oralmente sulle rive del Mediterraneo, dove nacque. La leggenda degli Argonauti, dall’antefatto di Frisso e Ino alla spedizione di Giasone in Colchide, il cui scopo era recuperare il vello d’oro, faceva parte di un’antica poesia epica andata perduta, ma già nota al tempo dei poemi omerici. Nella produzione letteraria greca arcaica non è sottolineata esplicitamente la connotazione omicida di Medea o, quanto meno, non si giudica il gesto come intenzionale: la figura della barbara è più legata al mito di Giasone e al recupero del Vello d’oro, come attestano le opere di Ibico,Simonide e Pindaro. Quest’ultimo nell’Olimpica XIII cita Medea descrivendo l’impresa di Giasone e degli Argonauti per il recupero del vello d’oro e nella quarta ode Pitica come colei che, spinta da Afrodite, è disposta a tutto per amore. Quindi, solamente con Euripide nel V secolo e in seguito con Apollonio Rodio è messa in luce la natura omicida della donna: l’assassinio è l’espressione della violenza della sua identità e accentua il suo isolamento psicologico, non solo dal razionale mondo greco ma anche dai membri della sua stessa famiglia. Euripide rappresentò la sua tragedia nel 431 a.C. e partendo proprio dal razionalismo della sofistica che gli aveva permesso di superare il mito e realizzare una tragedia veramente umana, fa un'indagine critica che lo porta a penetrare nella profondità dell'animo umano e scorgervi quanto di irrazionale e di inafferrabile vi si agiti. Medea,in Euripide,non è una giovane inesperta,timorosa ed incerta che prova il primo e impetuoso “fuoco” dell’amore,come in Apollonio Rodio,ma è già una donna matura,con alle spalle un passato doloroso (l’uccisione del fratello) e con due bambini avuti da Giasone,l’uomo per la quale è stata pronta a disonorare la famiglia e lasciare la patria,affidandosi ad un destino oscuro,ravvivato soltanto dalle blande e carezzevoli parole del marito. Ella ha seguito Giasone in Grecia, a Corinto, è stata da lui amata, ma non sposata, in quanto barbara. A turbare la loro convivenza sopraggiunge la decisione di Giasone di abbandonarla per sposare Glauce, figlia di Creonte, il re di Corinto.
Da questo episodio prende le mosse la tragedia, con l’entrata in scena del personaggio della nutrice. Quest’ultima esorta i due figli di Medea a stare attenti ai modi violenti della madre; Medea infatti ha saputo che il re Creonte vuole cacciare dal paese lei e i suoi figli, per cui è in preda alla disperazione e all’ira. Il suo viso,ormai,in cui le “morbide guance diventavano pallide e rosse” (Apollonio),in Euripide è quello di una “leonessa che ha appena partorito”. E’ Euripide che stabilisce come centrale la parte assassina, fratricida e infanticida di Medea, ponendosi in contrasto con la tradizione, che spesso vedeva in Medea una figura di culto sia privato (presso Atene, a fianco di Egeo), che pubblico (sulla rocca di Corinto, nel culto del Dio Sole). Euripide giustifica questo atto incomprensibile alla razionalità della polis andando oltre le connotazioni mitiche e entrando nella psicologia del personaggio. Ciò che rende possibile l’atto omicida, che affianca terribilmente la protagonista della tragedia alle Erinni, è quindi il suo dolore umano. Proprio la disperazione riporta Medea al suo sapere segreto e le ricorda la sua origine di principessa barbara. Da un lato l’omicidio dei figli segna il definitivo isolamento di Medea dal mondo greco, ma per Euripide indica anche l’inizio del ricongiungimento alla sua natura di maga e di barbara, da lei dimenticata nella serenità sconosciuta della città, che culmina con la fuga dell’eroina sul carro del Sole. Medea è veramente “donna” nella complessità del suo carattere; è una donna per la straordinaria razionalità ma anche per l’estrema passionalità. La molteplicità dei gesti è il risultato del diverso e mutevole rapporto di forze tra esigenze razionali e istanze emotive col quale si spiegano bene anche quegli atteggiamenti che appaiono a primo acchito contraddittori o impossibili in una unitaria struttura psichica. Per l'amore di Giasone, in cui ha fissato tutta la sua energia esistenziale, ha travolto ogni coscienza di bene e di male, ha ucciso. Nella ricerca di una vendetta precisa Medea dimostra la sua lucidissima razionalità posta in questo caso al servizio della passionalità frustrata. La varietà e diversità dei suoi sentimenti e atteggiamenti sono conseguenza della sua capacità di aderire e di reagire alla molteplicità e variabilità del reale che la circonda. Euripide ha rappresentato l'indicibile e l'irrappresentabile del cuore umano nelle sue pieghe più profonde e nelle sue parti più oscure e riposte, dove istinto e intelletto, passione e ragione si mescolano e si confondono senza che sia possibile separarle. Di fronte al dramma di Medea si subisce il peso della sua sofferenza e della sua vendetta la quale, paradossalmente, dimostra, in una totale assenza degli dei, il senso dell'impotenza e della debolezza, pur nel contesto di una furia scatenata della natura, di fronte a condizioni dolorosamente irrimediabili di ingiustizia suprema. L'atteggiamento interiore di Medea viene scandito dal poeta tragico in ogni fase del suo divenire, la sua evoluzione mentale è rilevata in ciascun suo mutamento, con puntuale attenzione e fine penetrazione psicologica,a differenza di Apollonio,dove invece viene indagata l’evoluzione dell’amore di Medea,da ingenuo a passionale,fino a diventare distruttivo. In Euripide c’è più la condanna alla società in cui questa donna è costretta a vivere e in cui lo stesso poeta vive,fatta di costrizioni,formalismi e decadenza,sia politica e culturale. Medea è disprezzata innanzitutto come donna,visto che in Grecia,le donne si “devono comprare una sposo e prendere un padrone del loro corpo”,come straniera,poiché si trova in una terra “barbara”, “dopo essere stata rapita come una preda” e non ha parenti che la possano salvare da questa sventura, e anche come intellettuale, perché le sue arti magiche sono viste come un pericolo (lo stesso Giasone le dirà che “nessuna donna greca avrebbe fatto quello che ha fatto lei”). Dietro la figura di Medea oltraggiata e vendicativa,si può intravedere,quindi, anche la vendetta del suo autore,un intellettuale solitario,schivo nei confronti della vita politica e perciò poco amato ma soprattutto poco compreso dai propri contemporanei,che non ne condividevano il messaggio rivoluzionario e l’impegno mostrato nel descriverlo nelle sue tragedie,scritte nella solitudine della grotta di Salamina.Al contrario Apollonio Rodio,vissuto molto più tardi di Euripide,in pieno Ellenismo,nelle sue Argonautiche,ci dà un’immagine di Medea completamente diversa,se non addirittura antitetica. L’aspetto importante da notare è il modo in cui l’autore ha tratteggiato la figura di un’adolescente innamorata, stupita e disorientata di fronte al nuovo sentimento che sente nascerle in seno. Medea, dal primo momento che vede Giasone, è rapita da lui; ella grida non appena lo vede; prova una sensazione che non è ancora amore ma è indice di un sentimento a lei sconosciuto. In seguito Apollonio indugia nel descrivere Medea che, tornata a casa, pensa e ripensa a Giasone, a quell’uomo che le sembra il più bello di tutti, ai suoi gesti, al suo modo di camminare, di parlare; si sente attratta verso quell’uomo e non sa ancora perché. E’ un sogno che rivela a Medea il suo amore, o meglio è Medea che lo confessa a se stessa attraverso l’incoscienza del sogno, arrivando addirittura ad autoconvincersi che Giasone è arrivato lì solo per portarla via con se e farla sua sposa. Certo, perché il sogno si avveri, ella sa che Giasone deve, comunque, portare a termine l’impresa per cui è “ufficialmente” giunto in quella città: rubare il vello d’oro. Inoltre, l’impresa è difficile e la fanciulla non può neanche sopportare l’idea che all’uomo di cui si è innamorata possa succedere qualcosa: deve aiutarlo. Ma aiutare Giasone significa tradire la sua gente, la sua famiglia. Pensa allora di diventare sua complice e poi suicidarsi, ma così comunque attirerebbe il disonore su di lei e sulla sua famiglia; infine, decide di uccidersi subito, per non compiere un’azione terribile e infamante. Medea, però, è pur sempre una giovinetta e, subito dopo aver pensato alla morte, torna in lei, prepotente, la vita ed ella ricorda quanto le sia cara. E ’ un ritratto finemente psicologico quello che ne traccia Apollonio: Medea dibattuta, lacerata e altalenante tra vari, discordi e impetuosi pensieri. Ma la descrizione dell’amore così pudica e timorosa fino alla partenza degli Argonauti sfocia in una passione travolgente,tale da portare la giovane al delitto,quello del fratello Absirto. Proprio in questa alternanza di pensieri si può riconoscere la Medea di Apollonio, innamorata e dibattuta se uccidersi o aiutare l’amato. Ma vi è però un’enorme differenza di contenuto nei due pensieri. Non più la giovinetta innamorata, che prova le prime palpitazioni del cuore, ma una donna addolorata, ferita, tradita: una donna di grande carattere, di forte personalità, che fa della vendetta il suo credo. Ella preferirà uccidere i suoi figli, punire anche se stessa in modo atroce, pur di annientare colui che l’ha tradita. La sua forza, il suo coraggio, i suoi sentimenti, la sua passionalità l’hanno resa uno dei personaggi più famosi del teatro mondiale. Questa tenacia si ha già in parte nell’opera di Apollonio Rodio, quando Medea deve scegliere se aiutare o no Giasone e quando decide di uccidere il fratello: tutto ciò è però in embrione, perché si tratta pur sempre di una fanciulla e non ha quei sentimenti di rabbia, d’ira, di vendetta che avrà poi la Medea di Euripide.Si può dire, quindi, che la Medea di Apollonio è molto più comune come personaggio e non sarebbe divenuta immortale se Euripide non ne avesse dato questa immagine così terribile e intensa.
12 - Alunno: BISCHERI Mattia. Classe III Liceale sez.A. Titolo: confronto ideologico tra Isocrate e Demostene
Il IV secolo si configura come una fase di profondo cambiamento del radicale pensiero greco, un pensiero che si era attestato sin dagli albori di questa civiltà: da una parte l’ identificazione di una comune coscienza ellenica, dall’altra la divisione politica . Questa mentalità tendeva ad omologare la cultura straniera e quindi a ritenerla inferiore in virtù della supremazia greca. Tale supremazia culturale si frantuma nelle lotte fra poleis per affermare l’egemoia politica all’interno dell’ellade: la divisione politica del popolo greco fu infatti alla base della perdita delle libertà amministrative delle singole poleis alla comparsa sulla scena politica del sovrano Filippo II. Il radicalizzarsi di questa cultura delle città stato e della continua lotta alla supremazia si deve gran parte a una certa staticità insita al mondo greco, che non ha saputo interpretare i cambiamenti socio-politici e rapportarli al di fuori della Grecia. In questa ottica è importante affrontare il pensiero di chi aveva compreso che l’età della polis si stava concludendo e di chi non l’aveva compreso in difesa degli antichi ideali. Isocrate è quello che si può definire un buon interprete del suo tempo poiché riesce ad adattare il proprio pensiero perfettamente alla realtà storica: se nel Panegirico, nel Plotaico e nell’Areopagitico l’oratore sostiene ed esalta l’antica supremazia culturale e l’imperialismo di Atene, già nelle orazioni sulla pace e nel Filippo intuisce che Atene debba mettere da parte le mire espansionistiche. Tuttavia il fatto che Isocrate prima esalti l’antica potenza di Atene e poi sostenga la necessità di accogliere Filippo ,non vuol certo dire che il retore metta da parte i suoi ideali e che quindi possa essere considerato un traditore ; infatti l’oratore sostiene la necessità di creare un’unione panellenica sotto la guida politica del sovrano : da una parte per formare una coalizione comune contro il nemico persiano, dall’altra per risolvere i conflitti politici fra poleis e quindi per affidare ad Atene un ruolo di egemonia culturale. Bisogna dire infatti che Isocrate credeva fermamente nella superiorità culturale di Atene, poiché fu in questa Polis che il dibattito e la concezione del Logos ,cioè la ragione in senso lato che ha reso gli uomini esseri superiori, raggiunse il massimo sviluppo: dunque si doveva affidare proprio ad Atene questa missione culturale di diffusione della cultura ellenica, poiché la polis si faceva portavoce della massima cultura greca (basti pensare che il dialetto ufficiale dei regni ellenistici sarà proprio quello Attico).A tale proposito è interessante instaurare un collegamento con il pensiero politico di Fichte espresso nei ‘’Discorsi alla nazione tedesca’’, dove il filosofo crede nella superiorità culturale del popolo tedesco,in quanto ha saputo conservare una tradizione linguistica e letteraria originale e primitiva senza subire alterazioni, e soprattutto ha saputo autonomamente portarla ai massimi livelli; proprio in virtù di questo, Ficthe sostiene che il grande ruolo di educatore allo spirito dell’umanità spetti in maniera naturale al suo popolo. La Germania infatti come Atene si è mostrata sempre diffidente nei confronti delle altre culture e ha mantenuto una certa chiusura: per Atene basta pensare a come Euripide nelle sue tragedie tenti di rivalutare la dignità degli stranieri o comunque tenti di superare un pregiudizio connaturato al pensiero greco e circoscritto nella realtà della polis .Tornando ad Isocrate, si deve tener conto anche della difficoltà che dovette affrontare l’oratore nel far accettare agli ateniesi, memori di un passato glorioso e coscienti di farsi portavoce della più elevata cultura del mondo antico, una dominazione da parte di una entità considerata inferiore perché estranea; la soluzione consiste infatti nel presentare Filippo, non come un barbaro, ma come un greco a tutti gli effetti. Isocrate infatti nel ‘’Filippo’’ ricorre al mito presentando Eracle come un esule dai conflitti politici delle città greche e come il fondatore del regno di Macedonia; il mitico eroe infatti si riconosce solamente nel modello monarchico, e sapendo che i greci non tollerarono mai la presenza di un re, allora decide di governare su un popolo di un’altra ‘’razza’’. Successivamente Isocrate accenna alla spedizione militare organizzata da Eracle contro il re troiano Laomedonte e con tale episodio, l’autore vuole alludere all’atteggiamento che Filippo deve intraprendere nei confronti dei greci, cioè quello di porsi come guida di una spedizione militare contro la Persia. In questo esempio dunque la figura di Eracle diviene anticipazione della figura di Filippo, al quale viene conferito un’origine mitologicamente greca; inoltre Filippo risulta essere una guida perfetta perché estraneo ai conflitti fra poleis. In definitiva Isocrate , vista l’impossibilità per Atene di mantenere l’egemonia politica, fu fermamente convinto del ruolo di influenza della cultura Ateniese, come se questa potesse tramandare nei secoli la memoria dell’ antica potenza della città stessa e estenderla a tutti. Se quindi Isocrate adattava il suo pensiero politico all’evolversi delle vicende rassegnandosi in un certo senso alla realtà, Demostene rimase fermamente convinto sulla resistenza ad oltranza contro l’avanzata di Filippo. La strategia di Demostene è quella di studiare una mossa dopo l’altra a seconda delle occasioni ,calcolando il tutto in funzione antimacedone. Nelle sue orazioni cariche di Pathos sembra di percepire la personalità di un uomo incorruttibile e che per tale virtù si senta l’uomo migliore per prendere decisioni politiche. Si percepisce anche una atmosfera nostalgicamente solenne , infatti le parole e i toni che utilizza nella I Filippica potrebbero essere associati alla figura dello stratega Milziade, che davanti all’assemblea ateniese sostiene la necessità di andare in contro all’esercito persiano a Maratona. Demostene inoltre cerca si suscitare la mobilitazione sociale di tutta la cittadinanza Ateniese, tutti insomma devono votarsi alla causa comune: i ricchi devono sostenere le spese economiche; i giovani devono addestrarsi all’arte militare; infine gli oratori devono impegnarsi nel vigilare affinchè tutto ciò sia svolto nel modo migliore. Se alcune proposte risultano a volte impopolari, come quelle sostenute nelle Simmorie , in cui si cercava di aumentare il numero dei cittadini paganti tasse in base al reddito, tuttavia questo si associa bene in vista della sua convinzione a resistere contro Filippo; L’idea di Demostene è quella di una città che si vota totalmente per una causa comune sacrificando così le libertà individuali, una società dove si radicalizza il concetto di ‘’collettività’’, vale a dire l’assimilazione di un individuo a una comunità che non si riconosce nel singolo ma tutti agiscono per il sostentamento di un unico organo: in questo si vede la nostalgia di Demostene per l’antica democrazia ateniese e forse anche la volontà di tentare di realizzare quel comunismo platonico, in cui ogni classe cittadina non riconosceva sé stessa ma solo lo stato ,anzi l’individuo era lo stato stesso.
13 - Alunna: Federica CICCARINI. Classe III Liceale sez.A. Titolo: Polibio, libro XII: critica allo storico Timeo di Tauromenio
Nel dodicesimo
libro delle Storie Polibio rivolge la sua spietata critica nei confronti dello
storico Timeo di Tauromenio sostenendo, innanzitutto, che egli debba sapersi
uniformare ai discorsi del passato perchè, narrando semplicemente il passato in
maniera ''nuda''la storia perde la sua utilità. Infatti imitando e capendo i ciò
che è già stato si ha la possibilità di comprendere il presente, ma ,chi tace le
cause storiche uccide la storia stessa! Allora perchè
Timeo risulta essere apprezzato? Semplicemente per il fatto che i suoi racconti
sono pieni di calunnie; egli si limita a confutare gli altri, ma non dice nulla
di nuovo come colui che, nella vita, giudica gli altri, ma non sa ammettere i
propri errori. Polibio ci racconta che lo storico da lui criticato si arrogò il
diritto di narrare il passato solo perchè, essendo vissuto per oltre
cinquanta anni ad Atene, aveva a sua disposizione molti documenti da
consultare. Viene poi fornita al lettore una bella immagine che assimila la
storiografia alla medicina poiché entrambe hanno tre campi nel quale
articolarsi (la teoria che risale a Callimaco, la dialettica e la farmacologia):
un medico può essere preparato per gli studi che ha fatto ma, non saper
applicare tale conoscenza quando ha a che fare con una malato in carne ed ossa
o,allo stesso modo, una persona può aver letto nel dettaglio come guidare una
nave, ma non per questo saperla manovrare. La storia pragmatica che diventa un
''possesso per sempre'', secondo Polibio, consta di tre fasi: lo studio dei
documenti ed il loro confronto (il vaglio delle fonti), la visita ai luoghi
protagonisti e scenari dei fatti ed infine, un'accurata competenza di tipo
politico: infatti, egli dice, chi non pratica cose militari non può sapere come
avviene una battaglia. La cultura di Timeo (che nel trentaquattresimo libro
della sua opera afferma di aver vissuto a lungo ad Atene e quindi di non poter
saper come si sono svolte le guerre fuori dalla città) è solo libresca, ma la
natura ci ha dato due organi per conoscere le notizie: la vista e l'udito.
Erodoto aveva sostenuto che gli occhi fossero testimoni più attendibili delle
orecchie e Polibio sembra condividere a pieno questa idea aggiungendo però che
l'udito può trovare due diverse applicazioni: l'ascolto di memorie o lo studio
di cose già dette da altri. Timeo si limita solo alla lettura di esperienze
altrui senza capire che lo storico vero è colui che è disposto al sacrificio e
alla pazienza. Come in guerra il miglior combattente è quello che ha fatto più
battaglie o in poesia il miglior oratore è quello che fa più cause, così per
raccontare bene la storia serve molta esperienza. Omero per presentare Odisseo
dice: Musa ,cantami l'uomo dai molti accorgimenti,che a lungo andò errando e
vide e conobbe le città e i costumi di molti uomini, che molti affanni soffrì
nel cuore suo sui mari” (trad. di Carla Schick ); ecco,:secondo Polibio, ci
vorrebbe un uomo così che possa dare allo storia una sua dignità nel
raccontarla e per spiegare ancora meglio il suo concetto di come debba essere
uno storico cita Platone che aveva affermato che il mondo sarebbe stato migliore
se avessero regnato i filosofi o se i regnanti avessero praticato la filosofia;
così lo storia deve essere raccontata da uomini attivi perchè è il solo modo per
riparare i danni fatti dagli storici come Timeo.
14 - Alunno: Francesco DI MAGGIO. Classe III Liceale sez.A. Titolo: Le “Argonautiche” di Apollonio Rodio
Descrizione generale sulla struttura del poema ed analisi dei personaggi: Ila (confrontato con quello di Teocrito) ed, in particolare, Medea.
Apollonio ambiva ad essere l'Omero dei nuovi tempi. Egli fuse perciò nel suo racconto l'Iliade e l'Odissea e insieme tenne presenti i precetti di Aristotele: le sue “Argonautiche”, infatti, di complessivi 3835 esametri, sono contenute nel limite di quattro libri, corrispondenti al “numero delle tragedie che si danno in una giornata” (Poetica XXIV) e l'unità non è data tanto dal personaggio principale quanto dall'azione, che è unica, appunto come voleva Aristotele (Poetica VIII).
I primi due libri, dopo l'invocazione ad Apollo, comprendono: l'elenco degli eroi che partecipano alla spedizione degli Argonauti (questo ricorda il “catalogo delle navi” di Omero); la descrizione dell'allestimento della nave “Argo”, dei pericoli e delle avventure che essi affronteranno durante il viaggio alla volta della Colchide. Il terzo libro si apre con un concilio di dei (che sono ormai solo un espediente necessario al poema epico, un motivo letterario) e in particolare con l'invocazione ad Erato, la musa della poesia amorosa: ed è come un poemetto nel poema, un epillio d'amore condotto con una finezza psicologica ed una ricchezza di particolari senza esempio fino ad allora nella letteratura greca. Il quarto libro – dopo l'avventurosa conquista del vello d'oro da parte di Giasone – segue passo passo le peregrinazioni degli Argonauti sulla via del ritorno, presa molto larga a scopo erudito e geografico (risalgono con la nave l'Istro, passano nell'Erìdano e da questo nel Rodano, fino al mare di Marsiglia: una tempesta sbatte poi la nave contro le coste della Libia); e qui è evidente l'intenzione di calcare le orme omeriche e di rinnovare lo spirito d'avventura dei viaggi d'Ulisse.
Alla spedizione prendono parte i più grandi eroi della generazione che precede quella omerica dei conquistatori di Troia: Eracle, Castore e Polluce, il vate Orfeo, Tideo, Peleo e Telamone, Meleagro, Admeto, Nestore ed altri ancora. Il pilota della nave è Tifi. La partenza da Pàgase è descritta con colori vivi e particolari patetici: Giasione volge il capo alla sua terra guardandola tra le lacrime, mentre i compagni siedono ai banchi e remano lieti; il mare, al passaggio della nave che brilla al Sole come una fiamma, si riempie di bianca schiuma; il centauro Chirone lascia la sua grotta, scende al mare e fa larghi cenni di saluto e di augurio agli eroi coraggiosi; Teti sostiene sulle braccia Achille e lo tende al caro padre, Peleo.
Un primo quadretto idillico si ha con il rapimento di Ila da parte della ninfa innamorata, mentre il giovinetto attinge l'acqua a una fonte con la brocca; e un ritratto risentito e squallido è quello dell'indovino Fineo, che gli Argonauti liberano dalle Arpie ed egli in cambio pronuncia i suoi oracoli, dando loro consigli sul seguito del viaggio e specialmente sul modo di attraversare le Simplegadi. La figura di Fineo è dipinta da Apollonio con un senso quasi picaresco e romantico del disfacimento umano: “Si rizzò dal letto come spettro di sogno, e sui pie' grinzi col baston sostenendosi, e tastando le pareti all'intorno, uscia di fuori. Le membra nell'andar tutte gli tremano di fiacchezza e vecchiaia; ha di sozzure scabra l'arida pelle, e questa è sola che la compage gli contie dell'ossa. Fuori uscendo sentì grave il ginocchio piegarglisi, e dell'atrio in su la soglia stette, e assetossi. Una vertigin buia lo involse: sotto gli parve la terra rigirarsi, e in sapor languido cadde senza dir motto. A quella vista intorno gli si fecero i Minii, e ne stupiro; ed ei dal fondo del petto a fatica trasse un sospiro e profetando disse..”(Traduzione di F. Bellotti).
Nel passaggio delle Simplegadi (II, vv. 549-601) si può riconoscere una potenza fantastica per niente comune: il mare fluttua pauroso nei versi di Apollonio, come poi la passione nel petto di Medea: “S'aderse come nube un'immensa onda schiumosa e rintronò terribilmente il mare, mentre d'intorno romba l'aria tutta. Di sotto 'a scabri scogli le caverne cupe risuonan pel fiottar dell'onda. Alta sul lido nereggiante versa bianca la spuma il ribollente flutto...Quando la rifluente onda del mare spinse la nave fra gli scogli, tutti da terror furon presi e una paura folle li oinvase, che sul capo incombeva ormai una morte inevitabile..”(Traduzione di T.M. Ciresola).
Le “Argonautiche”, dunque, sono un poema mitologico ed eziologico: quasi un compendio dei miti antichi e delle cause o origini, dove sono illustrati gli usi e i costumi dei tempi più antichi. Ogni approdo della nave Argo serve come pretesto ad un “αιτιον”, che dà ragioni sul nome della località e sulle sue tradizioni.
Dalle “Argonautiche”: Ila.
La novità di Apollonio si può rilevare nel confronto tra l'episodio di Ila contenuto nel XIII degli idilli di Teocrito ed il suo stesso. In Teocrito si ha un ritratto delicato, di carattere bucolico: sono tre le ninfe che operano il rapimento, quasi per gioco amoroso, e che poi prendono il bel giovinetto sulle ginocchia per consolarlo del suo pianto. Il paesaggio non è trasfigurato, ma visto semplicemente nelle pianticelle e nelle erbe che crescono intorno alla fonte: capelveneri, giunchi, celidonie azzurre, perfino gramigne. “Ed Ila chioma bionda, pigliata una brocca di rame, l'acqua a cercare andò per la cena ..Ed ecco, in un balzo declive presto una fonte scoprì. Capelveneri pallidi attorno cresceano, fitti giunchi cresceano, con ampio fiorito, con caledonie azzurre; serpevano al suolo gramigne. Ed in mezzo alle acque, danze le ninfe intrecciavan, le Ninfe dal ciglio sempre insonne, terribili dive ai pastori: Màlide, Eunìca, Nicèa, che avea primavera negli occhi..”(Idillio XIII, Traduzione di E. Romagnoli). Tutto ha l'aria di una fantasia sorridente. La pietà per Ila che piange rende più umane e graziose le Ninfe, ma non vi è nulla di passionale, tanto meno languore amoroso. In Apollonio, invece, appare proprio questo: avvolto in una luce di plenilunio, il quadro ottiene una straordinaria atmosfera incantata. La scena è isolata: una sola ninfa emerge dalle onde e viene colta da immenso stupore quando vede Ila immergere la sua brocca. Le batte il cuore, perde quasi i sensi; e subito le prende il desiderio di baciare la bocca delicata del bel giovinetto. L'improvviso ardore appare da ogni sua azione: la ninfa passa il braccio intorno al collo di Ila e con l'altra mano lo trae a sé, cercando la sua bocca.
Dalle “Argonautiche”: Medea.
Il sogno di Medea (Libro III, vv. 616-664).
La Grecia antica aveva avuto grandi poeti d'amore: Archiloco, Saffo, Anacreonte, i quali sapevano ben cantare l'amore. Ma per questi poeti, esso significava solo un improvviso grido dell'anima. Per la prima volta, invece, Apollonio capisce che ogni amore ha un inizio ed una fine, ha una sua storia, all'interno della quale hanno importanza anche elementi che a prima vista possono sembrare privi di senso. Egli ne traccia un'analisi dettagliata. Per primo, inoltre, Apollonio sa penetrare l'anima innamorata di una giovinetta pura, sa rappresentare l'amore al suo inizio quando è ancora ingenuo, inconsapevole, fresco e spontaneo, ma dannatamente invincibile.
“Sonno profondo la fanciulla stesa sul letto dagli affanni alfin solleva. Ma ecco sogni funesti, ingannatori l'agitan tutta, tal dolor l'opprime. Le par che lo straniero abbia affrontato la prova, non per brama di portarsi il vello dell'ariete, né per questo egli sia giunto alla città di Eeta, ma per condurre lei giovane sposa alla sua casa..” (Traduzione di T.M. Ciresola).
Calciope, venuta a conoscenza da un'ancella dell'inquietudine di Medea che piange e si lamenta (“..Misera me, come atterrita m'hanno i gravi sogni. Io temo assai che arrechi l'impresa degli eroi grave sventura. Il mio pensiero allo stranier sen vola. Si prenda sposa una fanciulla greca del popol suo. Ed a me il candor virgineo caro pur sia e dei genitor la casa. Ma deposto dal cuor l'aspro rigore nulla io vo' più tentar senza la mia sorella, se mai ansiosa pe' suoi figli nella prova mi chieda un po' d'aiuto. Questo nel cuor mi placherà il dolore..”.), accorre da lei e le domanda: “Perché queste tue lagrime? Che ti è accaduto?”. Medea dapprima arrossisce e tace, poi, nascondendo la vera ragione del suo pianto, si finge angosciata per la sorte della sorella e dei suoi figli, sui quali potrebbe cadere l'ira di Eeta. Calciope le crede, le è riconoscente, implora assistenza e aiuto. Addirittura la minaccia; ma subito dopo le abbraccia le ginocchia, china la testa sul suo seno: e così, l'una nelle braccia dell'altra, le due sorelle piangono. Medea non può non promettere a Calciope il suo aiuto, e lo fa con un solenne giuramento. E quando la sorella, insinuante, le chiede di mettere in atto qualche astuzia, perché lo straniero vinca la prova – ed è lui stesso a chiederlo – Medea si sente gonfiare il cuore di gioia: il rossore le tinge di nuovo le guance. Lo straniero, non più straniero al suo cuore, ha bisogno del suo aiuto. Come deluderlo? E così Medea promette ancora, tolto ormai di mezzo ogni dubbio.
La notte.
E' la vigilia della grande prova, la notte che precede l'alba decisiva. L'amore per Giasone diventa sempre più intenso nel cuore di Medea: ma altrettanto, nel silenzio della notte, cresce l'angoscia. Apollonio sembra aver dimenticato qui tutta la sua erudizione: egli è soltanto il poeta calato in una fanciulla innamorata che sente il peso degli eventi. Ma proprio quando il lettore è tratto a pensare che ormai egli abbia esaurito tutte le risorse della sua vena psicologica, ecco che la lena anzi cresce e tocca il suo culmine proprio nella veglia notturna di Medea. Qui sta la maggiore poesia dell'infelice fanciulla che, dopo il rapimento amoroso, cade di nuovo in preda a dubbi, timori, perplessità d'ogni genere, fino a pensare seriamente di togliersi la vita. Ma ella ha deciso: assisterà lo straniero fino al trionfo della temeraria impresa e nello stesso giorno morirà. Ma che si dirà di lei? Cosa diranno le donne della Colchide, se non che essa è la vergogna della sua casa e dei suoi parenti a causa di un impulso impudico? Ma certamente è di gran lunga migliore togliersi la vita in quella notte stessa, poiché priva d'ogni tipo d'infamia e di sospetto. Così, Medea prende la piccola arca dei veleni e la posa sulle sue ginocchia: le lacrime scendono copiose, rigandole le guance e bagnandole il seno. Ma, nell'atto di scegliere il veleno, il terrore dell'Ade l'assale, rimane impietrita, quando all'improvviso le balenano alla mente i piaceri della dolce vita e la letizia, che sono propri della giovinezza. I pensieri virginei hanno il sopravvento sui tenebrosi fantasmi della morte. Medea depone l'arca e, mentre attende l'alba in cui finalmente potrà rivedere lo straniero e consegnargli i “farmachi ammansanti”, si dirige ogni tanto alla porta, la dischiude, a spiare il cielo. “E una volta diceva che a lui farmachi per i tori avrebbe dato, altra volta che no; e che essa stessa sarebbe perita e poi che non sarebbe morta e non avrebbe dato il farmaco, ma così tranquilla avrebbe sopportato la propria sventura. E poi sedutasi tutta incerta diceva: 'Ahimè misera, a qual punto di sventura ora sono? Il mio animo è al tutto indeciso; e non ho alcun rimedio alla mia pena, che così arde continua..'”(Traduzione di R. Cantarella).
Medea davanti a Giasone.
Alla notte angosciosa fa contrasto un'alba luminosa. Le scene si succedono serene. Medea è qui una Nausicaa, a cui non solo il sogno notturno ha posto nel suo cuore tanti dolci presagi, ma che già conosce il volto dell'amato e arde dal desiderio di trovarsi davanti a lui. Quel suo legarsi i biondi capelli, quel suo asciugarsi le lacrime, quel suo modo di vestire hanno già uno scopo preciso: presentarsi allo straniero con tutta la grazia e la dignità di una fanciulla regale. Come Nausicaa, Medea fa aggiogare i muli, guida il carro attraverso la città, giunge nei pressi del tempio di Ecate e con le ancelle coglie i fiori e canta. E l'attesa la fa soffrire ancora, ma ecco che giunge Giasone “a grandi passi , come Siro si leva dall'Oceano”.
Anche in questa scena Apollonio appare un grande poeta: l'amore passionale trova in lui un' osservatore profondo, perché capace di rappresentarlo con un tocco sicuro e potente. L'avvicinarsi di Giasone è visto con gli occhi della fanciulla come un dio che avanza. Poi i due si affrontano, taciturni. A Medea batte forte il cuore nel petto e le guance le si arrossano. Ma, finalmente, Giasone rompe il silenzio: egli ricorda a Medea la promessa fatta alla sorella e la supplica di mantenerla, non risparmiandole la lode: “Sei tanto bella, che certo non puoi non andare adorna di una dolce bontà”. Per l'animo coraggioso e ingenuo di Medea, la breve lode vale molto di più di un lungo discorso. Ella vorrebbe dir tutto in una volta all'uomo amato che le sta davanti, ma non trova le parole con cui incominciare, e con un gesto impulsivo trae dalla cintura il farmaco e lo porge a Giasone. “Ella chinando gli occhi, divinamente sorridea, e della lode al suo l'anima in petto le si stemprava. Indi lo sguardo in lui alzò, ma la parola, onde il discorso cominciar, non avea: tutto, dir tutto voleagli insieme; e nulla disse; e trasse dall'odorato lin, che il sen le fascia, il farmaco; e giulivo ei tosto prese; ed ella dal petto avria fuor tratta tutta l'anima, e a lui volonterosa data l'avria; tal dalla bionda testa dell'Esonide un vago almo splendore lampeggiò Amor, che in dolce incanto a lei gli occhi rapì. Sciogliersi dentro il cuore di calor si sentia, qual su le rose la rugiada si scioglie ai mattutini raggi del Sole..”(Traduzione di F. Bellotti).
Ricordati di me!
Finalmente Medea dà a Giasone le istruzioni necessarie per l'uso del farmaco e s'illude quasi di riuscire a nascondergli il suo amore, fino a che si sente invadere dalle lacrime al solo pensiero dei pericoli che incombono sull'eroe nel viaggio di ritorno sul mare. E allora, dopo avergli preso la mano destra, le sfugge la prima preghiera d'amore: “Ricordati del nome di Medea, quando rientrerai nella tua casa; così io mi ricorderò di te lontano”. Ma dalla supplica passa poi al rimprovero d'amore, se mai Giasone si scorderà di lei: un rimprovero, questo, più che lecito, dato che Medea ha fatto di tutto per la salvezza dell'amato. “Così disse Medea, e in silenzio, volti gli occhi ai piedi, bagnò di abbondanti calde lacrime le guance..”(Traduzione di N. Terzaghi).