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LAVORO E AMBIENTE NELLA TOSCANA PREINDUSTRIALE Fino alla metà circa dell'ultimo secolo, il nostro territorio non era stato toccato che marginalmente dal fenomeno dell'industrializzazione. Questo, che ancora pochi decenni fa appariva come uno svantaggio, si è rivelato oggi un pregio inestimabile poiché la bellezza del paesaggio, oltre che essere un bene in sé, ha permesso alla zona un notevole sviluppo turistico. Questo stesso paesaggio, tuttavia, non è semplicemente naturale, ma si è venuto formando grazie all'opera, spesso assai faticosa, dei contadini che lo hanno modificato con il loro lavoro: si tratta di un fortunato caso in cui l'intervento dell'uomo ha migliorato anziché peggiorare, come di solito avviene, l'aspetto del territorio. Per comprendere come questo sia avvenuto bisogna risalire almeno ad oltre due secoli fa, all'epoca delle riforme del Granduca Pietro Leopoldo, sovrano illuminato il cui stimolo è stato essenziale allo sviluppo ambientale della Toscana e della nostra zona in particolare. LEOPOLDO II E LA SUA POLITICA ECONOMICA IN TOSCANA Nel Settecento la Toscana, come quasi tutta l'Italia, si trovò sotto il dominio dell'Austria. In particolare, dal 1765 al 1790 un sovrano illuminato regnò sulla Toscana: egli era Pietro Leopoldo, appartenente alla casata degli Asburgo-Lorena e futuro imperatore dell'Austria. Il carismatico regnante si fece carico di riforme innovatrici ispirandosi soprattutto, in campo economico ai criteri fisiocratici del Settecento. Leopoldo cominciò col varare un grande progetto: la riforma agraria. Egli aveva dapprima preso delle misure per assicurare l'approvvigionamento della popolazione affamata, incaricando un suo funzionario di distribuire fra la gente più povera le granaglie e l'olio eccedente. Aveva poi provveduto a rifornire la popolazione di carne. Questi aiuti mitigarono i bisogni più stringenti ma non risolsero il problema. Avviò quindi un programma di lavori agricoli per migliorare le miserevoli condizioni dell'agricoltura ed elevare il benessere delle classi inferiori. Leopoldo emanò poi un decreto che ordinava rilevazioni statistiche sulla situazione economica del paese; inoltre costituì una commissione dandole il compito di raccogliere precisi dati sul volume del commercio: furono raccolti tantissimi dati; l'intero materiale fu di enorme importanza, poiché servì a Leopoldo anche per la ristrutturazione dell'agricoltura. Il commercio delle granaglie, sottoposto ad un controllo statale più severo, con il conseguente rialzo dei prezzi, venne progressivamente liberalizzato: -Autunno 1766: liberalizzazione del commercio del pane con conseguente crollo del prezzo del frumento -Estate 1767: scomparsa della tassa di importazione sulle granaglie. -18 settembre 1767: legge frumentaria che pose fine ai privilegi di Firenze come città. Tenendo conto della Toscana come stato agricolo, la legge concedeva all'agricoltura una posizione privilegiata. -1769: legge sulle ammortizzazioni; istituzione di fondi per lo sviluppo economico-rurale. -Aprile 1771: scomparsa di ogni diritto doganale sull'importazione di granaglie e bestiame. L'azione di riforma di Leopoldo riguardò poi direttamente il campo agricolo. Di fondamentale importanza furono: -la bonifica della Maremma e quella della Val di Chiana (che migliorò l'economia di tutti i paesi presenti in quest'ultima, ma anche nei paesi che erano a cavallo tra la Val d'Orcia e la Val di Chiana: Montepulciano, Cianciano, Sarteano ecc.); -l'istituzione dell'Accademia dei Georgofili, una sorta di forum per lo sviluppo dell'agricoltura. Fra le altre riforme vanno poi segnalate le seguenti: -unificazione doganale; -abolizione delle associazioni di mestiere; -istituzione di un sistema di tassazione statale; -istituzione di premi produzione. Con tutto ciò, Leopoldo riuscì a spezzare le resistenze dei ceti privilegiati, a riordinare le finanze del paese e a cancellare due terzi del debito pubblico. Nel quadro di una Toscana così riformata, nel successivo secolo e mezzo si poté registrare un notevole sviluppo agricolo. Tale sviluppo, in un contesto precapitalistico, fu però possibile soprattutto grazie alla mezzadria, un modello di contratto per cui l'agricoltura toscana è giustamente famosa. LA MEZZADRIA Fra i contratti più diffusi nelle campagne italiane degli ultimi secoli, quello della mezzadria è il più importante, soprattutto per quanto riguarda l'Italia centrale. La mezzadria ha influito sull'economia agricola della Toscana fin dal '700; spesso è stata messa alla prova da improvvisi mutamenti della domanda sul mercato ma ha sempre saputo adattarsi alle varie situazioni economiche. Alla fine del '700 la figura del mezzadro si avvicina a quella del proletario, mentre il possessore di capitale e terreni si arricchisce, favorito da un quadro istituzionale più moderno e rispondente alle nuove esigenze economiche; infatti, la diffusione della libera proprietà, favorita dalla libera contrattazione dei prodotti sul mercato, fu a sua volta causa di un fiorente mercato della terra. In seguito alla valorizzazione della terra il proprietario attaccò l'autonomia mezzadrile, che, essendo basata su un contratto per lo più verbale, non dava grandi garanzie al mezzadro: il contadino, insieme alla famiglia, non solo era controllato assiduamente o dal proprietario o dai suoi intermediari, ma era anche soggetto a perdere il lavoro. I PROBLEMI DELLA MEZZADRIA Tra il 1700 e il 1800, per il susseguirsi di numerose guerre che sottrassero molte braccia all'agricoltura, il progresso e il mantenimento dei precedenti livelli produttivi andò diminuendo; tuttavia, in seguito alla bonifica e quindi all'aumento dei terreni coltivabili, si ebbe un notevole ribasso dei prezzi e del valore della proprietà. L'economia agricola era dunque in crisi e a dimostrazione di ciò stava il fatto che sia i proprietari che gli affittuari erano costretti a chiedere prestiti per gli investimenti nella razionalizzazione dei terreni con vigneti e uliveti. In questo periodo dal lato delle importazioni si ebbe una politica prevalentemente liberista; infatti il libero commercio offriva il vantaggio di accontentare i mezzadri con la possibilità di comprare cereali a basso prezzo, così da alleggerire il debito colonico. IL CAPITALISMO AGRARIO I padroni terrieri in questo periodo cercano di fare investimenti in altri campi oltre a quello agricolo, anche se bisogna dire che i tradizionali investimenti in terre conservano il loro prestigio, infatti fino agli anni '40 il settore agricolo rimane il più proficuo, poiché la Toscana ancora non si è completamente sviluppata nel campo dell'industria. Si notano allora tra '800 e '900 alcuni cambiamenti significativi: innanzitutto, l'aumento della produzione vinicola, ostacolata dalle infestazioni che rendono quindi necessario un esborso di capitali per la ricostruzione delle vigne con vigneti selezionati e più costosi. Vengono inoltre studiate e diffuse tecnologie più avanzate e raffinate e vengono migliorati gli impianti per la vinificazione. Ne sono testimonianze non solo i contratti mezzadrili ritrovati in zone come il Chianti e la Maremma pisana e i numerosi scritti sulle fasi della lavorazione del vino e sulle moderne cantine, ma anche il notevole incremento dell'esportazione toscana all'esterno di vino in bottiglia. Anche per la lavorazione dell'olio è possibile riscontrare questa tendenza per un miglioramento tecnologico della trasformazione. Infatti vengono costruiti frantoi, cantine e stalle aumentandone la dotazione di macchinari. Anche l'impiego di concimi chimici si diffonde progressivamente. Indirettamente, lo stesso aumento di produzione che si registra nelle fabbriche di concimi chimici può essere assunto quale indicatore di una razionale coltivazione dei campi. Si hanno testimonianze anche dell'introduzione di rotazioni più razionali: al mais si affiancano la barbabietola da zucchero e il tabacco, la cui manipolazione trova ambienti favorevoli nella fattoria. Certamente questi miglioramenti interessano soprattutto le aziende, meglio organizzate e con una valida direzione tecnica, anche se non necessariamente molto estese. In esse il lavoro del contadino è controllato con precise direttive sui tipi e sulle modalità colturali e sui tempi dei raccolti. Comunque, se è nella tenuta che si assiste a un maggior dinamismo migliorando la produzione del vino e dell'olio, l'allargamento del mercato favorisce anche i produttori indipendenti. VANTAGGI E SVANTAGGI DELLA MEZZADRIA Nel 1871/1872 l'Accademia dei Georgofili discute sull'utilità economica e sociale del contratto mezzadrile. Vengono analizzate la sua funzionalità economica, la sua adattabilità alle diverse condizioni culturali, la sua capacità di reazione al mercato. Inoltre viene evidenziata la possibilità di modificare gli spazi economici nello spazio e nel tempo in rapporto alle diverse condizioni del terreno e in rapporto alle mutate condizioni colturali. Durante la discussione viene contemporaneamente affermata l'utilità della mezzadria e negata l'utilità pratica e sociale di una generalizzata diffusione di tale tipo di contratto. Nel dibattito le posizioni che si delineano sono diverse e contrastanti; solitamente vengono mosse tre accuse sulla mezzadria: 1. di essere scarsamente remunerativa nei confronti dei capitali investiti; 2. di costituire, in parte per questo motivo, in parte per altri, un ostacolo al progresso agricolo; 3. di offrire un'insufficiente remunerazione al colono. I sostenitori della seconda accusa si dimostrano molto favorevoli alla conduzione a conto diretto o all'affitto ai contadini. Altri invece, come il grande proprietario terriero Gucciardini, rifiutano di riconoscere la minima validità alle imputazioni: secondo loro la campagna toscana è ricca di capitali né mancano continui investimenti. Il progresso agricolo non sarebbe dunque ostacolato né dal proprietario, che ne ricava profitto, né dal mezzadro, che avrebbe accettato con buoni risultati le crescenti innovazioni tecniche introdotte nell'agricoltura toscana e che comunque dovrebbe stare per contratto alla direzione tecnica del proprietario. Nonostante le varie critiche che vengono fatte alla mezzadria manca un chiaro impegno al suo superamento, anche perché la rigidità della struttura agraria in Toscana non permette un facile e radicale cambiamento. L'azienda mezzadrile segue il destino di ogni struttura invecchiata; c'è maggior convenienza economica a sfruttarla che a sostituirla. In essa infatti si trovano ancora degli elementi funzionali suddivisibili in due tipi: il primo operante nel breve periodo, il secondo di più larga incidenza. Nel breve periodo la mezzadria esercita funzioni positive come la salvaguardia degli investimenti di capitale e lavoro già operanti, con una manodopera attenta e poco costosa. Nel lungo periodo favorisce l'alleggerimento delle difficoltà di mercato tramite l'assorbimento da parte dei coloni dei prodotti di difficile smercio. La mezzadria rimane per un lungo periodo, grazie all'elasticità di un contratto che può accordare i proprietari assenteisti con i capitalisti-imprenditori. MEZZADRIA E PROGRESSO TECNICO Si è tante volte obiettato che il mezzadro ritardò e ostacolò il progresso dal punto di vista tecnico; ma ciò è vero solo in parte, cioè per quanto spettava al colono toscano nella direzione del podere. In realtà molte innovazioni non avrebbero potuto essere effettuate senza la partecipazione del contadino. Piuttosto, molto più determinante per la lentezza dei progressi fu il disinteresse e la scarsa preparazione del proprietario e degli amministratori. LA FAMIGLIA MEZZADRILE Nel 1841 venne promosso in Toscana un censimento di tutta la popolazione del Granducato. L'unità di rivelazione era la famiglia intesa come un gruppo di persone conviventi. L'organizzazione fu molto accurata. Grazie a questo censimento fu possibile tracciare un quadro generale della popolazione toscana ma anche avere una più dettagliata visione della struttura dei lavoratori e della famiglia. In una comunità tipica la maggioranza della popolazione era dedita all'agricoltura: mezzadri, braccianti, piccoli proprietari terrieri e ortolani. Il restante erano addetti al commercio, all'industria, militari e clero. Secondo quanto emerge da quel censimento, la famiglia mezzadrie doveva essere formata in modo da fornire forza lavoro adeguata e doveva riuscire a far fronte ai periodi di maggior lavoro come a quelli di calma. Ogni membro della famiglia aveva un ruolo da svolgere nell'economia familiare. La forza principale della famiglia mezzadrile stava nel fatto di preferire l'uso della manodopera a quello dei macchinari, in questo modo nessuno sarebbe rimasto senza lavoro.
La forza lavoro femminile era utilizzata solo nel caso in cui il reddito fosse stato insufficiente. Una famiglia poteva essere ampia perché composta da una coppia con molti figli, oppure da più coppie imparentate tra di loro. Le famiglie mezzadrili erano generalmente formate da giovani sposati che abitavano con i genitori e con i fratelli. Tra i mezzadri, per non turbare l'equilibrio del podere, si rimaneva più a lungo insieme al padre e ai fratelli. Invece tra i proletari agricoli si costituiva più facilmente un nucleo familiare separato da quello di origine. Le famiglie mezzadrili erano compatte; tutti gli uomini in età da lavoro si dedicavano al podere. Tra glia agricoltori possidenti, invece, molti componenti cambiavano lavoro; questo sta a testimoniare una crisi della piccola proprietà. Va osservato infine come nella campagna toscana, sebbene la mezzadria fosse la forma di gestione preferita perché garantiva reddito sicuro per il proprietario, tuttavia le famiglie dei braccianti erano superiori a quelle dei mezzadri.
IL LAVORO DEI CONTADINI Un'analisi, per quanto sommaria, di come fosse la vita nelle nostre campagne non può limitarsi ai rapporti giuridici e sociali. Almeno un accenno al lavoro nei campi va fatto. Tenuto conto della vastità della materia, abbiamo preso in considerazione due attività esemplari: la prima, la trebbiatura del grano, essenziale in ogni comunità rurale europea; la seconda, la viticoltura, assai importante per l'identità agricola del nostro territorio. In entrambi i casi abbiamo sottolineato quegli aspetti materiali del lavoro che fossero caratteristici di questa zona. LA TREBBIATURA La trebbiatura è la tecnica agricola che consiste nel battere i covoni di grano allo scopo di liberare i chicchi dalle spighe e può essere effettuata a mano, con un bastone o con il correggiato. Nella trebbiatura a mano i covoni vengono battuti su un qualsiasi muro o su una parete di legno. Essi verranno in seguito trebbiati di nuovo per raccogliere una maggiore quantità di chicchi di grano. Per quanto riguarda la trebbiatura con il bastone sono diversi i tipi di bastone utilizzabili e la loro lunghezza può variare dai 50 cm ai 5 m; i covoni che si trovano nell'aia, cioè il luogo dove il grano viene trebbiato, vengono battuti sul pavimento per mezzo di questi bastoni. Anche il correggiato può essere di vari tipi. Solitamente è composto da un manico, dalla Vetta, che è il bastone più corto dei due che formano il correggiato e dalla legatura che tiene insieme i due bastoni all'estremità superiore. L'AIA L'aia può essere situata sia al coperto che all'aperto. Per quanto riguarda il podere toscano, per aia viene utilizzato lo spazio vicino alla casa, delimitato dai pagliai. Il suolo dell'aia all'aperto deve essere liscio e consistente affinché il grano trebbiato non vada perduto: il terreno viene quindi arato, bagnato e successivamente avviene la semina del grano. LA PRODUZIONE DEL VINO I lavori del viticoltore: Tra i lavori del viticoltore ricordiamo la potatura della vite che, di norma, si svolge a marzo, ma può durare anche tutto l'inverno. Per potare la vite ci si serve del tradizionale coltello ricurvo (roncolo o ronchetto) oppure di un falcetto (roncola o pennato). In primavera il viticoltore si occupa anche della zappatura: infatti la terra attorno alla vite deve essere smossa e allentata con la zappa o con la vanga. In maggio bisogna irrorare la vite con una soluzione di solfato di rame (dare il ramato) spruzzato con un'apposita pompa. In Toscana questo lavoro viene ripetuto da maggio ad agosto circa ogni 14 giorni. In alternativa i grappoli vengono anche cosparsi più volte di zolfo (dare lo zolfo). La vendemmia inizia di solito alla fine di settembre e dura all'incirca tutto il mese di ottobre. I grappoli da raccogliere vengono tagliati col tradizionale roncolo e sono sempre facili da raggiungere. Durante la vendemmia ogni persona tiene vicino a se un piccolo recipiente dove getta i grappoli recisi, che può anche essere impiegato per il trasporto di questi ultimi alla vasca di pigiatura. Recipienti per la raccolta e il trasporto dell' uva: I recipienti maggiormente utilizzati in Toscana sono: PANIERE: paniere con manico rotondo, ovale o più raramente rettangolare, fatto di verghe (vinco-vimini) intere o spezzate intrecciate. CORBELLO: corbello cilindrico senza manici formato da larghe strisce di legno intrecciate con un bordo robusto all'imboccatura piuttosto larga, alto circa 50-70 cm. Viene portato dagli uomini sulle spalle fino a raggiungere la bigoncia o il tinello sul carro. BIGONCIA O BIGONE: bigoncia slanciata ovale, di circa 15 litri, senza manici o maniglie, utilizzata per il trasporto dell'uva dalla vigna fino a casa. TINELLO DI RACCOLTA: posto quasi sempre sul carro, può contenere uno o più ettolitri, è usato solo per il trasporto dell'uva e spesso è identico al tino di pigiatura. VASCA DI PIGIATURA: per lo più posta sul carro, viene impiegata, come il tino di pigiatura, anche per il trasporto dei grappoli.
La pigiatura dell'uva: L'uva raccolta viene dapprima pigiata in un apposito recipiente (pigiare l'uva, ammostare). PIGIATURA CON I PIEDI: il metodo seguito più frequentemente è quello di pigiare l'uva coi piedi nudi dentro un apposito recipiente, in generale si tratta di un uomo con i calzoni arrotolati. Alcuni contadini, temendo che il vino si possa annacquare non vogliono neppure che prima ci si lavi i piedi, altri lo ritengono assolutamente necessario. AMMOSTATURA CON L'AMMOSTATOIO DI LEGNO: nelle brente e nelle bigonce da portare sulle spalle, l'uva, prima di essere versata nei tini, viene schiacciata nella vigna con un ammostatoio di legno (ammostino, pigio, pigiatoio, pestone, pestatoio, mazzo, mazzanghero, maglio) che si allarga in fondo come una clava o una forcella. L'ammostatoio si usa prima nella bigoncia da trasporto, poi, durante la fermentazione nel tino, si pigia l'uva coi piedi ogni giorno e anche due volte al dì.
Recipienti di pigiatura: BIGONCIA DA PORTARE SULLE SPALLE: l'uva viene pigiata in questo tipo di bigoncia con l'ammostatoio, generalmente subito dopo la raccolta. TINO DI PIGIATURA: recipiente rotondo a doghe, 3 o 4 delle quali possono essere allungate in basso a formare dei piedi. Esso in genere si restringe verso l'alto e può essere di varie dimensioni. Un tino di questo genere si può trovare nella cantina o nella vinaia, accanto ai tini di fermentazione che possono essere ancora più grandi e raggiungere l'altezza di un uomo. Viene utilizzato soprattutto dopo una pigiatura preliminare nelle bigonce. BOTTE: invece che tino, l'uva può essere pigiata anche in una botte aperta in alto e messa in posizione verticale. PESTATOIO: La pigiatura coi piedi viene effettuata in una speciale cassa di legno posta di traverso sopra il tino, la vasca di legno o pietra oppure una botte.
Se le tecniche di produzione, almeno per quanto riguarda il lavoro contadino, in epoca preindustriale non subiscono mutamenti di rilievo, un discorso diverso va fatto a proposito della destinazione dei terreni, tenuto conto delle trasformazioni demografiche, sociali, economiche e politiche, che imponevano alla produzione agricola di modificarsi di conseguenza. Un quadro dei cambiamenti dell'agricoltura toscana dall'epoca degli Asburgo-Lorena a quella fascista è desumibile dal confronto fra il primo catasto della Toscana, la cui preparazione fu solo avviata da Leopoldo II, completata successivamente, e quello del 1929.
L'AGRICOLTURA TOSCANA FRA '800 E '900
Esaminando i dati ottenuti dall'analisi comparata dei dati dei due catasti, si devono sottolineare due elementi che sono evidenti e rivestono una grande importanza: il primo è il rilievo minimo che hanno assunto ancora nel 1930, sia le colture industriali, sia le colture arboree e arbustive specializzate (vigne e uliveti); l'altro elemento di maggior rilievo è dato dall'aumento notevole (circa il 50%) dell'area del seminativo; tale incremento è dovuto in gran parte alla crescita del lavorativo erborato, piuttosto che a quella del lavorativo nudo. L'aumento del lavorativo si è realizzato ai danni della superficie agraria; infatti circa il 70% delle superfici occupate da pascoli e incolti produttivi sono cadute; al contrario l'area boschiva è stabile. Questo processo può essere definito più di dissodamento che di disboscamento, in quanto ciò che è avvenuto in Toscana ha interessato terreni ai margini delle superfici coltivate e dei boschi con bassa intensità di piante arboree. Si può innanzi tutto parlare di un processo non trascurabile di messa a coltura di nuove terre, che tuttavia si esplica a ritmi e in misura differenziata a seconda delle zone. Ciò da un lato ha il fine di intensificare la coltivazione ove essa è già presente, dall'altro di estendere alle aree rimaste al margine lavorativo, il quale è in parte lavorativo erborato, che resta come la prospettiva di fondo, il punto potenziale di approdo per tutta l'area del seminativo toscano. I dati del 1929 attestano i risultati raggiunti da questo processo, ma anche il notevole grado di arretratezza dell'agricoltura toscana. In Toscana si è dunque realizzato un processo d'intensificazione e di diffusione del modello colturale classico, che si lega ai rapporti di produzione mezzadrili; tali rapporti hanno continuato gradualmente a diffondersi. Questo processo non deve essere inteso solo in termini di crescita quantitativa: esiste anche un aspetto qualitativo, nel senso che in Toscana si verifica l'aumento della produttività e dei processi di aggiustamento ed adeguamento delle tecniche produttive. Le fonti possono offrire alcune indicazioni generali sulle coltivazioni erbacee annuali e sulle produzioni unitarie: un primo importante punto di riferimento è il già sottolineato mancato sviluppo delle colture industriali: in effetti esse non superano il 2,5% della superficie del lavorativo; un altro elemento è rappresentato dalla flessione delle colture cerealicole che diminuiscono senza grandi oscillazioni. Una caduta lieve riguarda il grano, che continua ad interessare quasi il 35% dell'area coltivata, mentre il fatto di maggiore portata innovativa si è avuto con la flessione dei cereali minori a vantaggio delle colture foraggere; inoltre nelle aree in cui il modello dell'agricoltura mezzadrie non si è ancora affermato compiutamente (Grossetano, Maremma Volterrana e parte centro-meridionale della provincia di Siena), nonostante gli alti indici di crescita della superficie del lavorativo e anche delle colture legnose, il riposo annuale in questi ultimi cento anni sembra essere aumentato leggermente. L'introduzione delle foraggere ha probabilmente costituito una delle cause principali, insieme ad altre minori innovazioni tecniche, dell'aumento della produttività registrato in questi cento anni in Toscana. Nell'Osservatorio di economia agraria, una monografia del 1939, si avanzavano dubbi sullo sviluppo tecnico e produttivo della Toscana e si individuavano le cause della modestia dei rendimenti unitari delle piante erbacce proprio nella insufficiente diffusione delle colture da foraggio, che non era riuscita a sanare lo squilibrio caratteristico fra la coltura promiscua e la tendenza al massimo sfruttamento cerealicolo da un lato e l'allevamento del bestiame dall'altro. In conclusione si è verificato, in Toscana, un rilevante processo di messa a coltura di nuove terre e più in generale di attivazione colturale, questo ha proceduto prevalentemente lungo le linee della tradizione, rimanendo circoscritto nello schema di coltivazione promiscua tipico dell'agricoltura mezzadrie. Spostiamo ora la nostra attenzione dalla Toscana in generale alla nostra provincia ed in un modo particolare ai comuni del nostro circondario. Ecco innanzitutto un quadro della zona, che è valido ancora oggi per quanto riguarda gli aspetti geologici e ambientali, ma che illustra le condizioni dell'agricoltura senese intorno al 1800.
LA PROVINCIA DI SIENA
Tutti i territori dell'attuale provincia di Siena facevano parte, fra '700 e '800, del Compartimento Senese, con l'eccezione dell'alta Val di Chiana, di Sarteano e di Cetona. La struttura territoriale, prevalentemente montuosa e collinare, è sovrastata dai 1738 m del monte Amiata che è di natura vulcanica. La sua composizione è formata da rocce trachitiche che giacciono su una base argillosa e calcarea. La composizione geologica della provincia è molto varia: dai travertini di Colle Val d'Elsa e Monteriggioni alle argille della Val d'Orcia, dalle colline verdi del Chianti a quelle sabbiose e argillose della Val di Chiana. La popolazione non era molta, la densità media era di circa 28 abitanti per kmq e dovunque era molto diffusa la piccola proprietà coltivatrice anche se i seminativi erano ancora quasi esclusivamente nudi e quelli erborati rappresentavano solamente il 3.6% dell'intera area territoriale Questo territorio comprende le comunità di Monteroni, Murlo, Buonconvento, Montalcino, Rapolano, S. Giovanni d' Asso e Trequanda. La superficie complessiva è la maggiore in assoluto fra le suddivisioni della provincia senese in regioni agrarie. La composizione del terreno è molto uniforme ma la vita delle piante arboree e del bosco è difficile, a causa della grande presenza di argille. La presenza di queste ultime però favorisce la coltura di cereali, di viti e di ulivi. Proprio nelle colline elevate di Montalcino si otteneva già allora il vino famoso per la sua bontà anche se di minore produzione rispetto al Chianti. Anche l'ulivo trova quasi ovunque in questa zona, condizioni ambientali favorevoli. Le comunità comprese in queste regioni agrarie sono cinque: Sinalunga, Torrita, Montepulciano, Chianciano e Chiusi. La pianura era in buone condizioni idriche; per le sue caratteristiche fisiche e chimiche questo è tra i migliori terreni toscani e già allora vi si praticava un'agricoltura molto redditizia.il suolo collinare più fertile era intensamente coltivato a cereali, legumi, lino e canapa a cui si associavano ulivi e viti. Le zone a concentrazione demografica più alta erano le grandi fattorie granducali e stefaniane che occupavano la pianura già bonificata di Montepulciano e Bettolle, mentre quella meno popolate erano nei dintorni di Chianciano e Chiusi, in via di bonifica. Le attività prevalenti della regione erano quelle agricole e di trasformazione dei prodotti ottenuti. A queste attività si univano la bachicoltura, la sericoltura e l'allevamento di api nelle zone di Sinalunga, Torrita e Montepulciano. Questa regione agraria comprende le comunità di S. Quirico, Pienza, Radicofani, Sarteano, Cetona e S. Casciano dei Bagni. Il terreno collinare è caratterizzato principalmente da argille e questo non consentiva seminativi redditizi anche a causa delle scarse precipitazioni nel periodo estivo. La cultura promiscua con viti ed ulivi era diffusa soprattutto sulle colline di Cetona ed in genere nelle campagne de piccoli paesi, dove erano anche più concentrate la popolazione e le piccole proprietà. Agricoltura e pastorizia erano le attività principali: la prima era molto povera, dalla seconda invece provenivano introiti sostanziosi dovuti all'allevamento di pecore e suini. Il resto del Compartimento senese, ossia le colline dell'Alta Val d'Elsa, il Chianti e il Senese, possedeva un territorio poco fertile per la scarsa profondità e per la presenza di sedimenti argillosi, che però non ha impedito le culture di vigne ed uliveti. L'attività quasi unica era quella agricola a cui si collegavano le industrie di trasformazione dei prodotti agrari di antica fama come vino e olio. La regione aveva scarsa densità demografica dovuta alla mancanza di seminativi, di altre risorse alimentari e di attività extragricole.
Si è accennato in apertura e di nuovo qui sopra alla bonifica della Val di Chiana, una delle opere pubbliche di maggior rilievo nella storia della Toscana. Eccone una breve illustrazione:
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