La Galleria: Arte in Valdichiana


Emo Formichi
dall'usa e getta all'opera d'arte

E’ un uomo simbolo, che sembra essere passato indenne attraverso tutti gli "ismi" artificiosi della critica d’Arte moderna, per farsi testimone di un passato che ha sempre abitato nella sua anima di geniale artigiano toscano.

Quella Toscana splendida che gli parla dai monumenti fastosi della sua città natale, gli splendidi trittici di un Vecchietta, i suoi misteriosi messaggi trasmessi come geroglifici scherzosi ed irriverenti, nella trama splendente dei parametri sacri del prelato committente, in mezzo ai quali fa spuntare per l’occhio disincantato dello spettatore, nutrito dalle novelle del Boccaccio e dello Straparola, una mano che armeggia sorniona ad un piede di porco, cos“ anche un muso spiritoso di suino, con gli occhi scintillanti di un diadema, infilato nella mano del porporato.
Sembra per vecchi rancori di un torto subito, per mettere una sua firma beffarda, contro la prepotenza dei potenti, lui, come tanti artisti dell’epoca, sostanzialmente povero e costretto a subire l’arroganza di una classe che si serviva di loro per magnificare il fasto del potere.
Formichi, come Duchamp, vuol forse significare che l’Arte intesa in senso tradizionale (dei vari Piero Della Francesca, Giotto, Raffaello) come sublimazione della bellezza delle forme della Natura, è morta.

L’artista è incapace di produrre la bellezza della natura come immagine divina (il neoplatonismo del Botticelli) perchè la tecnica, e l’ automazione delle macchine ne hanno distrutto la poesia. E così produce con materiali di scarto, rigenerandoli a nuova vita (e non come Manzoni, presentandone direttamente il rifiuto maleodorante) sculture inquietanti, di uccelli con l’ agilità scattante di un prototipo di una moto giapponese, il cui frammento è incorporato nel dorso. Occhi luccicanti come catarifrangenti delle auto da cui provengono, uomini-robot fatti con materiali di scarto di rottamazione, bulloni e pezzi di ricambio che sembrano riferirsi all’epoca inquietante dei trapianti di organi, in cui, in teoria, si propone un’immortalità fittizia nel continuo ricambio di organi deteriorati.


Una vita prolungata fino all’ eternità che sembra irridere alla morte, ma di cui sembra aver acquisito la paurosa immobilità, in quanto le figure scultoree non sono altro che complicati manichini, raggelati e come pietrificati in una "coazione a ripetere" di un meccanismo di robot fantascientifici incapaci di rigenerarsi se non per ricambio di pezzi mancanti.
L’uomo, regolato dal ritmo ad orologeria delle macchine che lo circondano: orologi, veicoli, computers, ha smarrito la sua identità, divenendo sempre più simile alle macchine, in un oscuro fenomeno di mimesi che ne distrugge la fantasia e genera insensibilmente una sorta di impotenza emotiva e, come è stato dimostrato, anche generativa.
Questo è l’oscuro messaggio che sembra promanare dalle ingegnose sculture di Formichi, dalla sua sapienza artigiana, che fa rivivere pezzi dimenticati, come il burattino Pinocchio nelle abili mani del falegname Geppetto.
Una vendetta sottile ed inconscia della sua sapiente manualità ,di cui i tempi dell’ "usa e getta" sembra aver irriso per colpa dell’enfasi celebrativa e vuota del rapido consumismo sollecitato dalle ragioni di un mercato che si deve sempre rigenerare per sopravvivere.

Le cose, gli oggetti di uso domestico, che, dai tempi dei nostri antenati etruschi ed i grandi artisti artigiani del Rinascimento, come Benvenuto Cellini, avevano una loro splendida valenza estetica oltre che funzionale, destinata a durare nel tempo, sono costruiti oggi per un rapido ricambio nella produzione in serie. E così l’artefice ormai alla catena di montaggio (ridotta spesso a macchina-robot) è afflitto da alienazione per non trasmettere più, nell’opera finita, la propria individualità creativa. Alienazione che si trasmette anche a tutti noi costretti a vivere in un mondo pianificato, senza il soffio poetico della bellezza, sentendoci anche noi merce di facile ricambio in un universo di uomini "ad una dimensione". Bisogna dare atto alla sensibilità del sindaco Sauro Machetti di Pienza, al dott. Piero Torriti, già sovrintendente ai Beni artistici di Siena e Grosseto, all’ avvocato Giorgio Parbuono, presidente del Conservatorio di Pienza, e Nino Petreni che ha introdotto il catalogo, per l’iniziativa di questa mostra, che ha avuto un solo neo, quello di essere stata troppo breve (dal 17 maggio all’8 giugno 1997) presso il Palazzo Piccolomini di Pienza. Oltre che un omaggio dovuto ad un artigiano dalle mani d’oro e dalla fantasia creativa che si richiama ai grandi maestri toscani, allo spirito della bottega d’Arte, descritto dal Vasari, ha costituito per tanti versi, sopra indicati, un vero evento culturale.

[Paolo Mei]


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